Così il Giappone combatte lo sciopero del debitore

Gli stimoli all’economia

Bank Of Japanok
7 Aprile Apr 2013 1330 07 aprile 2013 7 Aprile 2013 - 13:30
Messe Frankfurt

Il Giappone ha deciso di usare l'”arma finale”: la Banca Centrale espanderà oltre misura il proprio intervento in acquisto delle obbligazioni emesse dal Tesoro (qui si ha la misura della decisione). In questo modo, iniettando molta moneta nel sistema, il Giappone conta di capovolgere le aspettative.

Se la variazione del livello dei prezzi da negativa (deflazione) diventa positiva (inflazione), ecco che i consumi non hanno ragione di essere post posti - se so che i prezzi calano, aspetto a comprare, se so che salgono, compro subito. Inoltre, il Giappone può continuare ad avere un gran deficit pubblico, perché le obbligazioni che il Tesoro emette non hanno un vero costo, in quanto assorbite dalla Banca Centrale. In conclusione, si ha una politica monetaria ultra espansiva combinata con una politica fiscale ultra espansiva.

Anche la politica monetaria statunitense è ultra espansiva, ma meno di quella giapponese dopo l'ultima decisione. La politica fiscale statunitense è espansiva, ma, tendenzialmente, meno di quella giapponese. La politica monetaria dell'euro area, pur essendo espansiva, lo è meno di quella giapponese e statunitense, mentre la nostra politica fiscale, che è volta all'austerità, non è espansiva. Insomma, la tentazione di usare la politica economica nelle sue forme estreme ha molti seguaci, ma non nell'Euro-area. La tentazione ha un'origine economica precisa ed è pure un'opzione politica che consente di comprare tempo.

Prima di affrontare l'opzione politica è utile conoscere il punto di vista dei giapponesi. Secondo Richard Koo – capo economista di Nomura Research – il Giappone non è entrato in depressione negli anni Novanta, ma ha soltanto sperimentato una crescita nulla, perché aveva capito dov’era il problema, che possiamo etichettare come lo “sciopero del debitore”. Nessuno in Giappone voleva del credito, qualunque fosse il tasso d’interesse praticato, perché doveva rendere il troppo debito che aveva cumulato. Nel caso giapponese erano le imprese non finanziarie a non volere il credito, e, se nessuno vuole il credito l’economia non funziona. In questo caso, non sono i tassi, per quanto bassi, che possono ravvivare la richiesta di credito. La politica monetaria dunque è spiazzata, ossia non basta mantenere bassi i tassi di interesse praticati dalla banca centrale.

Resta la spesa pubblica, per salvare le cose: la s’incrementa fino ad assorbire la riduzione di quella privata. I finanziamenti che andavano al settore privato ora vanno a quello pubblico. Il fabbisogno finanziario dello Stato non spinge al rialzo i rendimenti delle obbligazioni, perché il settore privato non chiede più i capitali al mercato, fintanto che deve ridurre il proprio debito. Koo sostiene che non bisogna tentare di ridurre il deficit pubblico fino a quando non si è sicuri che l’economia torni a chiedere credito. Se si cerca di controllare prima del tempo il deficit pubblico, contando che al minor credito chiesto dal settore pubblico corrisponda un maggior credito chiesto dal settore privato, si rischia di peggiorare le cose – come avvenne in Giappone nel 1997 e nel 2001. E dunque le politiche ultra espansive sono benvenute, finché non riparte il credito.

Le politiche economiche ultra espansive producono nuovo debito pubblico e sono volte a rilanciare l'economia per uscire dalla trappola del debito privato cumulato (come è il caso del Giappone, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna). Insomma, “il debito che caccia il debito” non è un paradosso, ma un ragionamento (macro) economico (discutibile, come tutti i ragionamenti). Passiamo a quello politico. 

Il costo politico dell'austerità è elevato, come si vede bene dalla battaglia politica in corso ovunque, e non solo da noi. Sorge perciò la tentazione di maritare una politica fiscale ultra espansiva con una politica monetaria molto accomodante. Lo Stato giapponese (ma anche quello statunitense e britannico) ha spese crescenti e entrate meno “vispe”. Il debito (quello che scade e il nuovo debito) è comprato dalla Banca Centrale del Giappone. La Banca Centrale può pure rendere al Tesoro le cedole (come accade in modi diversi negli Stati Uniti e in Gran Bretagna) e dunque si ha un debito crescente con un costo molto compresso. Il debito pubblico crescente aiuta a uscire dalla trappola del debito privato, mentre non ha un costo politico visibile, e perciò non si deve riformare a fondo la struttura delle spese e delle entrate dello stato.

Si compra tempo, e, poco modificando, si ha un consenso “facile”. L'austerità dell'Euro-area, al contrario, non compra tempo, e, molto cercando di modificare, non ha un consenso “facile”. Per masochismo? Non necessariamente. L'Euro-area non ha, a differenza dei succitati Paesi, il problema di uscire dalla trappola del debito privato, ma ha il problema della maggior crescita dei debiti pubblici di alcuni paesi.
Per porvi rimedio, è stato messo in opera il Fiscal Compact (FC). L'idea è questa: una volta che i debiti pubblici non crescono più, perché i bilanci pubblici sono in pareggio, ecco che torna “la fiducia”.

Come fa a tornare la fiducia? Secondo questo schema. 1) i cittadini tendono a spalmare i propri consumi nel tempo, se hanno un reddito maggiore (della media del proprio reddito) spendono meno e risparmiano, mentre, se hanno un reddito inferiore, spendono di più e de-cumulano il risparmio. 2) se sospettano che il maggior debito pubblico in futuro – per essere ripagato – “comanderà” più imposte, ecco che spenderanno meno oggi. Se, invece, prevedono che le imposte saranno inferiori, perché i debiti pubblici saranno sotto controllo, ecco che oggi spenderanno di più.

In breve, se il FC è convincente, torna la fiducia, che si trasforma in consumi e investimenti. Si assume che i cittadini siano lungimiranti, perché il FC funzioni. Essi devono fare dei conti minuziosi in cui il presente è “risucchiato” nel futuro. Anche se il taglio delle spese e il rialzo delle imposte – il frutto delle manovre in corso – abbatte il reddito, i consumi restano costanti (si de-cumula il risparmio), perché si conta su un futuro migliore. Per quanto appiccicare le etichette delle scuole economiche sia rischioso, possiamo affermare che il FC si basa sull'”equivalenza ricardiana”, mentre quanto si persegue in Giappone, negli Stati Uniti, e in Gran Bretagna ha una matrice “keynesiana”.

La gran spesa pubblica in deficit per sé non porta automaticamente ad una grande crescita. La spesa pubblica in deficit funziona, infatti, solo sotto certe condizioni. L'espansione dell'economia (purché sia in partenza depressa, ossia con una sotto occupazione degli impianti e della manodopera) attraverso un maggior deficit pubblico senza per questo avere un aumento del debito pubblico (in percentuale del PIL) nel lungo termine è possibile. Ciò avviene se il deficit pubblico alimenta la domanda aggregata per una somma maggiore della spesa iniziale in deficit (ossia, se il moltiplicatore della spesa è significativo), e a condizione che il costo del debito sia inferiore al tasso di crescita dell'economia. In Giappone si ha la spesa pubblica in deficit e il costo del debito molto compresso, dunque due delle tre condizioni. Vedremo se la terza, il moltiplicatore del reddito, si muoverà.

 

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