I numeri pesano sugli editori, ma il digitale crescerà

L’associazione editori: -8% di fatturato nel 2012

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5 Maggio Mag 2013 0611 05 maggio 2013 5 Maggio 2013 - 06:11
WebSim News

A entrare nelle case editrici italiane, nell’anno in cui il fatturato delle case editrici ha fatto segnare un meno 8% (dati dell’Associazione italiana editori), sembrano prevalere due fattori: la crisi e il digitale. Oltre a questi due aspetti, secondo editor e case editrici, resiste la convizione che il libro (strumento di approfondimento o di svago) continuerà ad esistere, purché sappia farsi strada tra le mille distrazioni offerte dai media contemporanei.

L’ultima notizia, apparsa sui giornali in questi giorni, coinvolge la catena di negozi, libri e dvd Feltrinelli. In 63 grandi punti vendita partirà il 10 giugno un contratto di solidarietà per 1.086 dipendenti, con una riduzione dell’orario di lavoro del 12,2 per cento. Alla base della decisione un calo del 10,5 per cento nelle vendite. 

I dati descrivono una grande difficoltà del settore. Il mercato librario ha segnato nel 2012 un ulteriore calo del fatturato rispetto al 2011 (meno 4,6% tra 2011 e 2010) e i bilanci delle case editrici italiane non stanno meglio. Sono numeri «da inquadrare in un contesto generale di calo dei consumi» spiega Alfieri Lorenzon, direttore dell’Associazione italiana editori ed ex direttore generale di Touring editore. Se nel 2010 il Pil segnava +1,8%, nel 2011 era già sceso a meno 0,4 per cento. Per Lorenzon «il calo del fatturato è un dato drammatico per il settore, ma dobbiamo considerare che nemmeno l’alimentare sta tanto bene». 

Nell’ultimo rapporto sullo stato dell’editoria in Italia presentato nell’ottobre 2012 alla Fiera del libro di Francoforte, la Frankfurter Buchmesse (e riferito all’anno precedente) l’Aie sottolinea la crisi anche del cinema di sala (-10,3% tra 2011 e 2010), l’home entertainment (-17,6%), la musica registrata (-5%) e videogiochi (-7,1%). In calo anche la stampa: meno 2,2% quella quotidiana, meno 3% quella periodica. Diminuiscono non solo gli acquisti di libri ma anche la lettura, in un paese dove le cifre sono da sempre basse: meno 2,7% tra 2011 e 2010.

Lettori Libri

Lorenzon prova ad essere fiducioso. «L’editoria italiana non è in crisi dal punto di vista dei contenuti. Portiamo all’estero nomi come Saviano, Gramellini, Ervas. Restiamo un’editoria di tutto rispetto anche sulla scena internazionale, 5° in Europa e 7° nel mondo e la tendenza degli ultimi anni è proprio quella di un export in miglioramento». Va forte all’estero soprattutto l’editoria per ragazzi, che non è solo quella che vende di più in Italia (il calo del fatturato per il settore è del 6,1%, due punti in meno del dato generale), ma è anche quella che, insieme ai libri d’arte, esportiamo maggiormente: «Nel giro di dieci anni abbiamo moltiplicato del 50% il gap tra import-export nel settore ragazzi, passando dai 3.200 libri importati e 1.500 esportati del 2010, ai 4.400 libri esportati e 3.100 importati del 2012».

Vendita Acquisti

Dando un occhio ai conti dei principali gruppi italiani, si scopre che il fatturato della sezione libri di Mondadori nel 2012 è stato di 370 milioni e 600 mila euro, mentre erano 389 milioni circa nel 2011, con una perdita del 4,8 per cento nel giro di un anno. Il Margine operativo lordo della sezione libri è sceso dai 67,8 milioni del 2011 ai 60 del 2012, anche se il gruppo ha goduto nel 2012 del successo della trilogia soft-erotica di E.L. James, Cinquanta sfumature di grigio, e i successivi “nero” e “rosso”, in testa alla classifica dei libri più venduti nel 2012.

Le cose non vanno meglio per Rcs libri, secondo gruppo per volume d’affari, che segna nella sezione libri un -8,47% nell’arco di dodici mesi: il fatturato è stato di 273,3 milioni nel 2012, erano 298,6 nel 2011. Il Margine operativo lordo scende dai 11,6 milioni del 2011 ai 5,4 del 2012. Se per GeMs, il gruppo controllato al 73,77 % da Messaggerie Italiane e forte delle vendite di Fai bei sogni di Gramellini (2° titolo più comprato in Italia nel 2012), si registra una crescita del fatturato negli anni della crisi tra 2008 e 2012 con un incremento da circa 125 a 145 milioni di euro, tra 2011 e 2012 cala il Mol, sceso dal 12,8 milioni a 10, meno 22 per cento.

Libri Piu Venduti

A soffrire della congiuntura negativa sono sopratutto i piccoli e medi editori (Pme), quelli che pubblicano fino a 80 titoli all’anno. Secondo l’Aie, ogni anno in Italia vengono pubblicati oltre 50mila nuovi titoli. Di questi circa un libro su quattro, è pubblicato da un piccolo e medio editore. Nel 2011 (utlimi dati disponibili) i Pme in Italia erano 2.672. Per un totale di 23.350 titoli pubblicati tra novità e ristampe, il 36% della produzione totale. Cifre in calo del 4,5% rispetto al 2010, quando i Pme erano 2.797 e i titoli da loro pubblicati erano 25.874, il 45,1 per cento della produzione totale.

I dati elaborati dall’Aie sulla piccola e media editoria prendono come campione le case editrici partecipanti a “Più libri più liberi”, la fiera organizzata dall’Aie a Roma dal 2002 per promuovere i più “piccoli”, spesso in difficoltà ad arrivare nelle grandi librerie. I dati che emergono mostrano come il mercato a valore e a volume dei più piccoli si è sì ristretto, ma meno rispetto a quello dei più grandi. Mentre la quota occupata dai piccoli rispetto ai più grandi rimane sostanzialmente invariata nel 2012, facendo segnare un +0,1% sia nel mercato a valore che in quello a volume.

Editori Confronto

Il risultato dei Pme si spiega in parte osservando il rapporto tra generi. Nel 2012 cresce la quota di mercato occupata dai piccoli editori nel settore della narrativa ragazzi. Proprio il settore in cui il fatturato è calato meno rispetto agli altri: -6,1% del fatturato nel 2012 contro il -8% di tutto il resto. «Merito», spiega il comunicato Aie di commento ai dati «di alcuni bestseller della piccola editoria presenti in classifica, da Camilleri a Malvaldi fino ad Ervas». E, per la narrativa ragazzi, del successo del Diario di una schiappa di Jeff Kinney, edito da Il Castoro.

Eppure, le condizioni dei piccoli editori sono di grande difficoltà. Lo dimostra un altro dato, quello relativo alle cessazioni e all’avvio di attività tra 1990 e 2010, chiamato Indice di interruzione di attività e fornito dall’Istat nel documento Statistiche sulla produzione 2012. Per l’istituto di statistica «fatti pari a 100 i valori di avvio e cessazione di attività nel 1990 (primo anno di raccolta dei dati), si osserva come l’indice di avvio di nuove attività editoriali è sceso progressivamente (anche se in modo non lineare) a un valore di 11 nel 2010 (-83%) mentre quello di cessazione di attività è balzato a 230 (+130%)». E a cessare l’attività «non sono certo i grandi gruppi», commentano dall’Aie. 

Interlinea è una piccola casa editrice di cultura nata una ventina di anni fa a Novara. Per il suo fondatore, Roberto Cicala, l’orizzonte non va oltre i prossimi sei mesi. Nel 2011 la sua casa editrice ha chiuso con un fatturato di 650mila euro circa. Nel 2012 è sceso a 560mila. Ma «il calo costante», spiega Cicala, «è iniziato a partire dal 2008», quando la casa editrice ha detto addio ai 700-800 mila euro circa che ogni anno riusciva a fatturare. Il margine è quasi inesistente, e la società ha chiuso gli ultimi due esercizi con utili netti tra i 3 e i 5mila euro. «Dalle banche riusciamo ad avere anticipi di fatture e linee di credito cassa per circa centomila euro e resistiamo solo perché ben patrimonializzati».

La difficoltà maggiore per i piccoli editori consiste nell’arrivare sugli scaffali delle librerie. «Fino a dieci anni fa la maggior parte dei nostri titoli passavano attraverso librai indipendenti, con un’attenzione particolare al libro» racconta Cicala. «L’editoria di cultura poteva contare su un certo bacino di visibilità, radicato sul territorio». Ma negli ultimi anni «le librerie indipendenti o chiudono o si trasformano in franchising». E la logica diventa quella del libro facile, del best seller, fino a «trasformare le librerie in fast food», dice Cicala. «Ci sono generi che rischiano di scomparire dalle librerie, come la saggistica di genere letterario, i libri di italianistica o di storia della letteratura».

Internet può rappresentare una risorsa, perché è così che i piccoli editori cercano di raggiungere il loro pubblico sempre più selezionato. «È in rete che un lettore attento richiede titoli introvabili altrove», spiega Cicala, che vende i suoi libri attraverso il sito della casa editrice oltre che con Messaggerie italiane. Interlinea è presente anche i social network, da quelli più generalisti, come Facebook e Twitter, a quelli per appassionati come Anobii. Una possibile fonte di diversificazione sono gli eventi. «Facciamo consulenza in ambito culturale. Usiamo le nostre competenze per organizzare festival di letteratura o premi». La conclusione di Cicala, che si dice comunque speranzoso è netta. «Se continuiamo così non si sentirà parlare di editoria di cultura nel giro di poco tempo».

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Flickr - shutterhacks

Il precariato di redattori e grafici

Se le piccole case editrici hanno organici inferiori alle necessità come strategia d sopravvivenza, come spiega Roberto Cicala, i grandi gruppi editoriali ricorrono da anni a forme contrattuali che alimentano il precariato. 

Federica Zicchiero ha 29 anni ed è redattrice nella sezione Mondadori education dove segue la realizzazione dei libri di testo scolastici. In un’intervista pubblicata lo scorso 13 aprile su Finzioni magazine, Federica racconta l’iter fatto per arrivare ad avere un contratto di collaborazione con la casa editrice. Frequenta il «master della fondazione Mondadori nel 2009, poi varie peripezie editoriali mal pagate, infine stage di 6 mesi in Mondadori education. Collaboro stabilmente dal 2011».

Un percorso simile a quello di molti altri, tanto che Federica si ritiene fortunata per essere riuscita a rimanere in redazione dopo lo stage. «Negli ultimi mesi», spiega, «c’è stata un’ulteriore precarizzazione». Le case editrici, racconta, «stanno marginalizzando sempre più i collaboratori, chiedendo loro di aprire la partita Iva. Nel settore della scolastica si va avanti con contratti a progetto di 3-5 mesi che vengono rinnovati per anni e anni. Se sono ancora qui è perché questo lavoro mi piace, e pure tanto».

Storie come quella di Federica le conosce bene Natale Trentin, sindacalista della Fistel Cisl con un passato da rappresentante sindacale in Mondadori. «Il settore dell’editoria libraria ha sempre avuto tanti contratti a tempo determinato per redattori e grafici, mai passati al contratto nazionale», spiega. «Ma con la riforma Fornero le cose sono peggiorate. Le aziende hanno margini più ridotti e risparmiano riducendo anche i contratti a tempo determinato. Aumentano le collaborazioni occasionali e le partite Iva». Ci tiene però a precisare che l’editoria libraria, per quanto i crisi, non sta tanto male quanto quella periodica, «dove i cali di fatturato arrivano anche al 20, 25 per cento». 

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Flickr - dodici_stelle

Farsi strada tra tablet, videogiochi e pay tv

«Gli editori dovrebbero prestare attenzione al fatto che anche i consumatori più forti stanno acquistando sempre meno libri», suggerisce il direttore dell’Aie Lorenzon. «E la loro sfida deve essere quella di riportarli nelle librerie». Come? «Facendo prodotti tanto diversificati e interessanti da reggere il confronto con le mille proposte di iPhone, iPad e pay tv». Insomma, diventare capaci di accaparrarsi una fetta sempre più grossa della quantità di tempo e denaro che gli italiani dedicano al divertimento, allo svago, all’approfondimento.

Con un 40% di quota di mercato italiano di e-book, come scritto nel suo bilancio, Mondadori è per ora il primo gruppo nel mercato digitale, dove ha lanciato l‘operazione Kobo, l’e-reader prodotto dall’omonima società nippo-canadese e venduto in tutti i negozi Mondadori. Ma il gruppo di Segrate non si è fermato a questo. Ha orientato al digitale tutti i suoi piani di sviluppo.

Edoardo Brugnatelli, 56 anni e un passato da editor nella collana Strade Blu - quella di Gomorra di Roberto Saviano (ora passato a Feltrinelli con ZeroZeroZero), è il responsabile del nuovo progetto di self publishing che Mondadori lancerà a maggio. «Tre anni fa c’è stato un cambio al vertice. Con l’arrivo di Riccardo Cavallero alla carica di direttore generale, tutta la sezione libri si è orientata al digitale», spiega. Da quel momento, racconta Brugnatelli, in ogni redazione interna – letteratura straniera, narrativa italiana saggistica e altro – una parte della produzione viene già pensata in e-book. «La nostra filosofia è semplice: il digitale non è un incubo e non passerà», racconta Brugnatelli che ha idee e prospettive sul futuro dell’editoria. «A volte invece pare che gli editori aspettino solo che passi per tornare ai progetti di sempre».Il self publishing di Mondadori si concretizzerà in «una sorta di blog» su cui Brugnatelli e altri metteranno consigli e informazioni utili a chiunque voglia pubblicare un libro. Ci saranno ad esempio, schede per spiegare i generi letterari e i loro elementi peculiari. O esercizi di stile. Poi la casa editrice fornirà l’essenziale per la pubblicazione: la transcodifica del testo e la distribuzione attraverso l’e-reader Kobo. Un servizio già offerto dalle grandi piattaforme come Amazon o Ibs e da alcune realtà più piccole e che il gruppo di Segrate utilizzerà. «Ma con una logica particolare: quella di creare uno spazio quasi ludico - spiega Brugnatelli - in cui divertirsi a scrivere e scrivere bene. Siamo uno dei più grossi depositi di skills editoriali in Italia. Le mettiamo a disposizione di chiunque abbia un libro in zucca. Poi starà agli editor, Mndadori e non solo, il guardarsi intorno nel web e vedere se ci sono autori alti nelle vendite. Ma il progetto - precisa - non è finalizzato ad attività di scouting». 

Un’operazione che si avvicina a quello che secondo l’editor della Mondadori sarà il futuro dell’editoria: non più di selezione stretta di autori e testi («perché le cose girano liberamente in rete») ma di promotrice di idee, opinioni, dibattiti. La forza del marchio sarà data soprattutto da questo. Dovremo combattere contro dei mostri dell’intrattenimento come il cinema, la tv, i videogiochi e i social network cui contenderemo i clienti di quella che sarà sempre più un’economia dell’attenzione», spiega. «Gli e-reader probabilmente scompariranno e i libri digitali si leggeranno su tavolette simili agli iPad con tante funzioni diverse. Vincerà chi saprà trattenere più a lungo con sè l’utente. Come farlo con un libro, nessuno ancora se lo immagina».

L’operazione lanciata pochi giorni fa dalla sezione libri del gruppo Rcs va in una direzione simile a quella di Mondadori: «Digitale non è solo media più network, ma anche contenuti, esperienze, emozioni», si interroga Marcello Vena, direttore della divisione digitale della sezione libri. «Stiamo lavorando alla definizione di nuovi format editoriali per superare il mondo delle sole parole. Partiamo dalle nostre competenze di semiotica narrativa, per aggiungere anche i segni e i testi delle arti visive e di animazione», continua, «fino all’interazione con il lettore». Un’idea che si è concretizzata nel primo prequel illustrato in e-book di un romanzo noir, pubblicato contemporaneamente in digitale e cartaceo. Il prequel, disponibile su iTunes dallo scorso 23 aprile, fa da trampolino di lancio per il romanzo e contiene contenuti originali redatti appositamente dall’autore.

«Cosa fare per contrastare la tendenza negativa? Puntare sulla qualità dei titoli e creare le condizioni per creare una vicinanza, una relazione tra i nostri autori e i lettori», spiega Sebastiano Caccialanza, il direttore Marketing di Rcs. «Pur essendo il mercato del libro in sofferenza come tutto il settore entertainment (in verità nel 2012 quello del libro è stato il settore meno sofferente di tutto il settore) non prevedo scenari drammatici», aggiunge. «Cito spesso Richard Nash: l’editore del futuro sarà colui che riuscirà a “connettere” tra loro autori e lettori».

«I libri sono camaleonti», sostiene Stefano Mauri, presidente del gruppo Mauri Spagnol e socio de Linkiesta. «Si adatteranno al futuro e al digitale, nasceranno generi più idonei ma resteranno anche i generi classici».Racconta di aver costruito «un ufficio dedicato alla produzione digitale, inventato il social scouting online e perfezionato il marketing in rete e infine creato portali dedicati ai lettori».

«Quando sono entrato nella Longanesi, poi diventata GeMS», racconta Mauri, «ero il tredicesimo impiegato, il gruppo vendeva un milione di copie quando andava bene. Aveva il peso di tante altre medie case editrici. Gli oneri finanziari si mangiavano tutto l’utile. Oggi siamo quattordici volte più grandi in termini di copie vendute», dice, «siamo sempre cresciuti. Anche se adesso la crisi lo rende quasi impossibile». 

La Fiera di Londra, appena conclusa lo scorso 17 aprile è stata per Mauri l’occasione di confronto con gli editori stranieri e con le cause di una crisi che va anche oltre l’Italia. «Ho incontrato i colleghi degli altri paesi. Americani e inglesi hanno il problema dello strapotere di pochi retailer», spiega. «Gli scandinavi soffrono i tagli della spesa pubblica: in quei Paesi il valore sociale del libro è riconosciuto dallo stato con molte sovvenzioni. In Germania e Austria non cala il Pil e non c’è una crisi del libro. In Spagna Italia e ora in Francia a mordere è la Crisi con la “c” maiuscola».

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Flickr -  MorBCN

Nostalgia della carta

«Il tempo investito nella lettura era una volta il modo per diventare parte della società. Leggevi libri per essere la parte più attiva, curiosa, attenta e in sintonia con la realtà», dice Luigi Sponzilli, a capo degli Oscar Mondadori con un passato da editor nella narrativa straniera. «Oggi quel ruolo lo svolge la connessione: se sei in rete allora sei partecipe. Ecco chi sono i lettori persi dalle case editrici». Persi per sempre, quindi? «No».

Sponzilli è convinto che il libro, come prodotto culturale e di intrattenimento, sia ancora insostituibile. Resta, per lui, il principale veicolo di conoscenza. Poco importa se il figlio adolescente «passa più tempo su Facebook e alla tv che a leggere». Il riscatto arriverà presto. «Tra poco, dopo questo momento di passaggio, diremo tutti “Basta”. Basta, non si può stare dietro a tutto. Cosa mi spiega in fondo questo seguire le cose in tempo reale? Alla saturazione risponderemo con la voglia di spegnere tutto e metterci sul divano a leggere un bel libro». Ne è convinto Sponzilli, che crede sia solo questione di tempo.

L’Aie, prevede che gli e-book saranno il 4% del mercato librario nel 2013 e il 10% nel 2015. Erano l’1 per cento solo tre anni fa. E se nel 2010 il volume venduto era pari a 1 milione e 500mila, nel 2011 è arrivato a 12 milioni 600 mila. Cifre in aumento ma sempre distanti da quelle degli editori americani che, secondo i numeri dell’American Association of Printers, fatturano con il digitale il 22,55% del totale. Sarà anche per via di queste cifre ancora magre che gli editor italiani non credono all’immediata sostituzione dell’elettronico sul cartaceo.

I due formati «cammineranno insieme per un po’» è convinto Michele Rossi, editor della narrativa italian Rizzoli. «Ho insegnato allo Ied (Istituto europeo di design) fino a poco tempo fa. Facevo lezione a ragazzi tra i 19 e i 24 anni che a lezione erano sempre connessi e prendevano appunti sul pc. I giornali cartacei non si sognavano nemmeno di comprarli. Eppure, quando ho chiesto se leggevano i libri con l’e-reader mi hanno risposto: “No, il libro è un’altra cosa”. È stato spiazzante ma sufficiente per capire che l’oggetto libro come lo conosciamo ha un retaggio culturale più pesante di quello che si crede e lo mantiene anche nei giovani».

Rossi è convinto che per un bel tratto di tempo, libro elettronico e cartaceo andranno di pari passo. Anche se sostiene che il digitale cambierà l’editoria. «Sappiamo cos’è l’e-book? No, non lo sappiamo ancora. Abbiamo capito che è un modo di fare libri diverso dal cartaceo. Ma è ancora troppo nuovo per sapere effettivamente cos’è. Capiamo che si adatta a una lettura più veloce, superficiale. Ma poco altro. Tutto è ancora da sperimentare». Per il momento il digitale è soprattutto un mezzo per lanciare i libri e aiutarli a trovare il loro pubblico più adatto.

Per il futuro Lorenzon dell’Aie ha una certezza in mente. «Il libro resterà strumento di diffusione centrale della cultura, un compagno di vita. La sfida dell’editoria sarà tutta nei contenuti». E se la crisi non dovesse cessare, Lorenzon non pensa certo ai finanziamenti pubblici come soluzione. «Quel che occorre non sono soldi, ma un maggior impegno della politica a sviluppare la lettura, ad aiutare le librerie a restare in centro città, a non tagliare alle biblioteche i fondi per i nuovi acquisti. Ma gli editori non lo chiedono solo per sé. Il fine è la crescita della nazione, è un impegno sociale», continua. «Nasce dalla convinzione che la competizione globale si vince a partire dalla cultura, dallo studio, dalle conoscenze delle persone che abitano una nazione». 

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