I 2.034 miliardi di debito che pesano sull’Italia

Per la Banca d’Italia solo con un avanzo primario del 4% l’anno potrà diminuire

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15 Maggio Mag 2013 0600 15 maggio 2013 15 Maggio 2013 - 06:00
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2.034,725 miliardi di euro. È questo l’ammontare complessivo del debito pubblico italiano. Mai era stato così tanto. Altro mese, altro record. E dire che nelle stime del governo il debito, dopo una breve salita oltre i 2.000 miliardi di euro, sarebbe dovuto declinare nel corso della prima metà del 2013. Invece è successo tutto l’opposto. Non solo la flessione non c’è stata, ma è pure stato toccato un nuovo massimo storico a livello di grandezza assoluta, dopo i 2.022,719 miliardi di euro toccati in gennaio. E cinque mesi negli ultimi sei (con l’esclusione di dicembre) hanno visto uno stock oltre i 2.000 miliardi di euro.

Non è solo una questione di mero rapporto fra debito pubblico e Pil. Sarebbe troppo semplice prendere la questione sotto questi termini. Del resto, se un valore, in questo caso il Pil, scende, è palese che il rapporto vada aumentare con il passare dei mesi. Il problema dell’Italia è che non si riesce a frenare la salita dello stock di debito complessivo. La prima volta che superò i 2.000 miliardi di euro era nello scorso ottobre, ma la pubblicazione dei dati arrivò a dicembre come di consueto. Era stata toccata quota 2.015,219 miliardi di euro. E subito suonò un campanello d’allarme sia a Bruxelles sia a Francoforte. Possibile che le politiche di austerity applicate dal governo di Mario Monti siano anche in grado di frenare l’avanzata del debito pubblico? La risposta è no.

La dinamica del debito pubblico è tanto chiara quanto preoccupante. Nel marzo 2010 furono superati per la prima volta i 1.800 miliardi di euro di debito pubblico complessivo. Una cifra che faceva tremare i polsi a Willem Buiter, il capo economista di Citi, che scrisse in una nota che l’Italia aveva bisogno di ridurre il proprio stock di debito in modo significativo per evitare di entrare nel vortice della crisi della zona euro. Un anno e mezzo dopo, nel settembre 2011, Roma era tornata a essere il grande malato d’Europa. Colpa anche di un debito in ascesa, cresciuto fino a 1.883,738 miliardi di euro nell’arco di 18 mesi.

Schermata 2013 05 14 A 17Fra le ragioni per questa salita del debito pubblico ci sono, secondo UBS, diversi effetti, sia esogeni che endogeni. Da un lato lo stress sul mercato obbligazionario è andato via via calando. Il risultato è che, secondo l’ultimo aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def), l’Italia spenderà 83,9 miliardi di euro nel 2013 in interessi passivi sul debito pubblico, contro una prima stima di 89,2 miliardi. In aumento, ma comunque sotto le attese, la spesa per il prossimo anno, che sarà pari a 90,3 miliardi di euro. Non è quindi questo che ha influito sul debito. Come spiega UBS c’è la riduzione dell’avanzo primario previsto per l’anno in corso, ma soprattutto le nuove emissioni di debito pubblico che sono state effettuate nel corso dell’anno. «Il Tesoro italiano sta cercando di allungare le scadenze del proprio debito in modo da prendere ossigeno, approfittando anche dei bassi tassi d’interesse, ma intanto il debito aumenta», fa notare la banca elvetica. Congiuntura economica sfavorevole, pagamenti delle tranche per i fondi salva-Stati European financial stability facility (Efsf) ed European stability mechanism (Esm), sostegno ai bailout dei Paesi europei, un nuovo piano di emissioni, rallentamento dell’attività governativa: tutti elementi che hanno causato l’incremento di marzo, più 17,11 miliardi di euro rispetto a febbraio 2013 e più 79,6 miliardi rispetto a marzo 2012.

Schermata 2013 05 14 A 17Nello scorso novembre il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco usò il realismo per definire l’andamento del debito pubblico italiano. «Ieri (riferendosi ai dati appena pubblicati e facenti riferimento a settembre 2012, ndr) abbiamo avuto un nuovo record del debito: è aritmetica, finché c’è il disavanzo, il debito aumenta, non c’è niente da fare», disse Visco. Dichiarazioni confermate anche dagli studi sulla sostenibilità del debito pubblico dei Paesi della zona euro compiuti dal Fondo monetario internazionale (Fmi).

Il debito pubblico italiano non è però il primo dei problemi del Paese. Il tema più grande, come fa notare proprio Citi, è la mancanza di una crescita economica che possa controbilanciare l’enorme spesa pubblica che appesantisce sempre più i conti dello Stato. «Senza un Pil in positivo e un avanzo primario, l’Italia farebbe bene a ristrutturare il proprio debito», disse Citi. Opinione valida ancora oggi, secondo Buiter. In altre parole, secondo la banca americana quello manca all’Italia è la sostenibilità del debito nel medio-lungo termine.

Ironia della sorte, sul tema della sostenibilità del debito pubblico è intervenuta proprio la Banca d’Italia nell’aprile di un anno fa. E proprio Palazzo Koch metteva in guardia dalle facili (e forse troppo ottimistiche) previsioni delle singole istituzioni. Dice la Banca d’Italia che «per quanto concerne le implicazioni per le politiche di bilancio nell’area dell’euro, neanche l’analisi più sofisticata della sostenibilità del debito è in grado di superare la diffusa incertezza che caratterizza le proiezioni di medio e lungo periodo».

Per l’istituzione guidata da Visco ci sono pochi metodi per abbassare il debito pubblico. Uno di questi non contempla solamente pensare che la politica economica del governo debba essere focalizzata su tagli generalizzati. La parola d’ordine è avanzo primario. «Benché vi siano chiaramente differenze rilevanti tra i vari paesi riguardo alla loro capacità di ottenere avanzi primari, molti paesi dell’area dell’euro sottoposti a tensioni di bilancio avranno bisogno di conseguire e mantenere a lungo avanzi primari pari o superiori al 4% del Pil», scrive Palazzo Koch. Obiettivo difficile da raggiungere, dato che per Goldman Sachs le stime sono di un avanzo primario del 3,2% per l’anno in corso, per J.P. Morgan del 3,3% e per il Credit Suisse del 3,6 per cento. Numeri che sono però destinati a essere rivisti al ribasso a causa dello stallo amministrativo che ha subito il Paese dopo l’inconcludente tornata elettorale.

Fra i bene informati all’interno del Tesoro, la vera mazzata sui conti pubblici arriverà a fine ottobre. E non è un caso che ieri un alto funzionario del Tesoro, parlando con Reuters, abbia detto senza giri di parole che l’Italia rivedrà i target governativi sul deficit in riferimento al 2014 nelle prossime settimane. «Che il deficit sia rivisto al 2,9% è sicuro. La questione è quando comunicarlo. È più probabile a settembre», ha spiegato il funzionario a Reuters. È facile che sia così anche per il debito pubblico.

Le ultime previsioni della Commissione europea sono nefaste. E lo sono pure quelle del Fmi. Per Bruxelles il debito pubblico italiano toccherà quota 131,4% nel 2013 e quota 132,2% nel 2014. E dire che nel 2009 il livello era al 116,4 per cento. Certo, la recessione sopraggiunta a fine 2011 ha aggravato le cose, ma le stime del governo italiano sono state riviste al rialzo in modo sistematico. Anche per l’istituzione di Washington il debito italiano è da tenere sotto stretto controllo. Nello specifico, le ultimo stime del Fmi vedono un rapporto debito/Pil al 130,6% nel 2013 e al 130,8% nel 2014. E almeno fino al 2018 non ci saranno flessioni tali da portare questo valore sotto il 120 per cento. Un obiettivo che oggi sembra fin troppo ambizioso.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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