“Liberiamo la ricerca dalla dittatura delle riviste”

Salute&Scienza. I limiti della peer to peer review al tempo del web

Mare Di Nebbia
19 Maggio Mag 2013 1000 19 maggio 2013 19 Maggio 2013 - 10:00

Per raccontare questa storia inevitabilmente si deve partire da un anno in particolare, o dividerla in due: prima e dopo 1990”. Perché è una storia che s’intreccia con un’altra, quella della nascita del World Wide Web. È il 6 agosto 1991 quando l'informatico inglese Tim Berners Lee pubblica il primo sito web. Ed è proprio il fenomeno “Www” a dare un forte input allo sviluppo del movimento Open Access (OA), nato in ambito accademico per distruggere le barriere del sapere scientifico. La rete permette di condividere, lavorare insieme e accedere ovunque al sapere, fornendo a tutti un libero accesso a dati e informazioni. L'obiettivo è proprio quello di favorire la condivisione della conoscenza scientifica e creare un dibattito universale. Com'era in origine.

Oggi il sistema per la diffusione della ricerca scientifica si basa ancora sulle cosiddette riviste peer-reviewed, che, anche se ormai in gran parte digitali, hanno conservato molto della loro forma e funzione tradizionale, limitando fortemente sia la condivisione che l'accesso ai dati. Da qui nasce il movimento Open Access (OA) per l'accesso libero e senza restrizione agli articoli pubblicati in riviste accademiche. «Io sono molto a favore di iniziative di questo tipo» spiega a Linkiesta Marco Foiani, direttore scientifico dell'Ifom (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare) di Milano, «perché penso che ormai la scienza sia globale e progredisce solo e unicamente grazie alle pubblicazioni. Prima si conoscono meglio è per tutti noi. Il grande vantaggio delle riviste ad accesso aperto è che accelerano la pubblicazione del dato scientifico e questo fa parte del progresso». Inoltre va detto che se una pubblicazione è ad accesso aperto, tutti la possono leggere e usare per i loro lavori, e le citazioni aumentano. Un vantaggio da non sottovalutare per uno scienziato.

«Ciò detto bisogna abbinare qualità e possibilità di pubblicare con riviste open access» chiarisce Foiani, «quello che fa la grande differenza in una rivista di questo tipo è il board, il comitato scientifico che revisiona gli articoli inviati. Se si riuscisse a combinare questi due aspetti avremmo centrato l'obiettivo. L’ideale in futuro è potenziare queste riviste open access, che non hanno interessi economici pesanti come le altre riviste, e nel contempo potenziarne anche la qualità. Intesa come qualità delle persone che fanno da referee, che attualmente in queste riviste è ancora bassa. Anche se c'è da dire che alcune, come PloS, stanne andando bene».

Oggi uno scienziato che vuole comunicare al resto della comunità i risultati ottenuti con le sue ricerche, deve prima scrivere un articolo che mostri questi dati, ma anche il procedimento con il quale li ha ottenuti e il perché di queste ricerche. Una volta finito, l'articolo viene mandato a una rivista del settore che a sua volta la invia ai referee. Altri ricercatori esperti di quel campo che hanno il compito di visionare la ricerca e trovare, se ci sono, eventuali punti deboli, o errori di cui gli autori non si sono accorti. È il sistema della peer review per cui le prestigiose riviste scientifiche si servono di altrettanto autorevoli scienziati, che gratuitamente svolgono questo lavoro.

Perché «penso che sia mio dovere valutare i lavori dei colleghi» chiarisce Foiani. Una volta finita la revisione il lavoro torna ai redattori della rivista che possono pubblicare l’articolo scientifico o rispedito al mittente con riserva. In pratica gli si chiede di completare le ricerche con altri dati e ricerche o si rifiuta. In genere «dal momento della sottomissione alla pubblicazione passano anche dodici mesi, troppi» racconta Foiani, «tanto che un mio collega è solito dire che si fa prima a fare un figlio che non a pubblicare un lavoro. Inoltre quando siamo invitati ai convegni internazionali di settore siamo obbligati a parlare di cose non pubblicate che in questo modo diventano di pubblico accesso ai competitori. E se ci mettono un anno a pubblicare questo non ci protegge».

Ma non finisce qui. Ammesso che dopo tutto questo percorso il lavoro venga accettato, per essere pubblicato il ricercatore deve pagare una somma che varia a seconda della rivista. Più è prestigiosa più si paga. «Pubblicare su Nature costa tantissimo e avere una rivista di questo tipo sta diventando un grande business» continua il direttore scientifico dell'Ifom, «anche perché noi non siamo pagati per svolgere il lavoro di revisione e gli abbonamenti a queste riviste costano parecchio». Tanto che non tutti possono permettersi di pagarli. «Le riviste non open access continuano ad avere interessi molto pesanti a livello economico, grazie anche all'Impact Factor – che si genera in maniera un po’ artificiale – ma cui tutti noi scienziati ambiamo. Pubblicare su riviste di questo tipo, che hanno un grande impatto nella comunità scientifica ti cambia la carriera. Ma è sbagliato. È un’esagerazione del sistema, che è veramente drogato da questo punto di vista. Non è possibile che la nostra carriera dipenda da una rivista».

In questo modo vengono esclusi soprattutto in Paesi in via di sviluppo che non possono permettersi di accedere a queste riviste né di pubblicarvi i loro lavori, perché considerati d’interesse per lo più regionale o locale; o perché non soddisfano gli standard di qualità richiesti dalle principali riviste peer-reviewed. La conseguenza è un ineguale contributo e partecipazione alla comunità scientifica, a discapito dei Paesi in via di sviluppo come si vede nella rappresentazione cartografica del mondo, sottostante, in base al volume di pubblicazioni di ogni Paese .

Journal

Image © Copyright SASI Group (University of Sheffield) and Mark Newman (University of Michigan).

Ma attenzione, perché la peer review non solo non è in competizione con la pubblicazione aperta dei lavori, ma è una condizione sine qua non. «È una condizione non dico indispensabile ma necessaria, è impensabile pensare che tutto venga pubblicato» spiega Foiani. «Il processo di revisione serve sempre perché altrimenti vengono date delle aspettative sbagliate alla comunità. Questo è un problema che abbiamo in Italia, non si apprezza tanto la qualità della rivista ma molto spesso si valuta solo se è stato pubblicato o meno il dato ed è un delirio. Quando sottomettiamo un articolo, anche in buona fede, pensiamo di avere ragione, ma poi saltano fuori degli errori e ci accorgiamo di esserci sbagliati. Questa è la forza della peer review».

«Uno scienziato per un processo di peer review impiega dalle due alle quattro settimane, ma poi dipende anche dagli impegni che si hanno» continua Foiani. «Dalla sottomissione alla pubblicazione dell’articolo dovrebbero passare massimo due mesi, e questo è assolutamente fattibile. Una revisione di qualità e veloce abbinata a riviste open access, è la combinazione vincente. Ma c’è uno strapotere di alcune riviste che ostacolano il processo. Questo sistema però non può perdurare, è insano».

Iniziative a favore dell'open access si muovono già da diverso tempo, soprattutto per quando riguarda le ricerche finanziate con soldi pubblici che, appunto perché tali, devono essere accessibili a chiunque. In oltre trecento enti di ricerca tra cui l'Nih fra i primi a partire dal 2007, Cern, Mit e Università di Harvard i lavori vengono regolarmente pubblicati sulle riviste tradizionali e dopo un periodo di tempo variabile, vengono inseriti nei loro archivi online e accessibili a tutti. È la cosiddetta “green road” che da fine febbraio è stata applicata anche a tutti gli enti di ricerca americani con budget superiore a 100 milioni di dollari, in base alla direttiva approvata dalla Casa Bianca. Le strategie di open access sono principalmente due: la green e gold road che invece prevede che un articolo venga da subito pubblicato in una rivista ad accesso aperto. Ma esistono molte e diverse sfumature.

«In Europa e Italia non siamo poi così indietro – rassicura Foiani – alcune agenzie che finanziano le ricerche scientifiche, come Telethon e Fondazione Cariplo si stanno ponendo questo problemi perché seguono bene il contesto internazionale». Agenzie che infatti da quest'anno hanno entrambe aderito alla politica di open access. In Italia «tutte le pubblicazioni peer-reviewed, derivanti da progetti di ricerca finanziati dall'European Research Council (Erc), devono essere resi fruibili ad accesso aperto entro sei mesi dalla pubblicazione», mentre gli enti di ricerca che si occupano di OA sono i principali controllati dal Miur (Cnr, Infn, Ingv, Enea) oltre all'Istituto superiore di sanità. Nel 2004, inoltre, quasi tutte le Università hanno aderito alla Dichiarazione di Berlino, successiva alla Budapest Open Access Initiative del 2001 – che viene riconosciuto come il primo raduno storico di fondazione dell'Open Access – rendendo i loro archivi accessibili. Da segnalare, infine, anche Pleiadi, il Portale per la Letteratura scientifica Elettronica Italiana su archivi aperti e depositi Istituzionali, service provider nazionale per l’accesso alla letteratura scientifica prodotta in Italia.

 

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