Il femminicidio non ha casa né regione di appartenenza

La morte di Fabiana Luzzi e la “violenta cultura maschilista calabrese”

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28 Maggio Mag 2013 1017 28 maggio 2013 28 Maggio 2013 - 10:17

Non c’è peggior qualunquista del meridionale che emigra al Nord e dice che giù, al Sud – in Calabria poi non ne parliamo – «è tutto uno schifo» (cosa che spesso ereditano anche i figli degli emigranti qualunquisti). Ma se poi questo qualunquismo diventa una lettera pubblicata sul Corriere della sera o il post di un blog del Fatto Quotidiano, allora è meglio fare chiarezza. Anche sul qualunquismo. Perché dire che «in Calabria tutte le donne vogliono un figlio maschio» o che sono «poche quelle che amano liberamente» è una boiata pazzesca. 

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Eppure Francesca Chaouqui, calabrese, asteriscata nel suo altisonante ruolo di «direttore delle relazioni esterne della multinazionale Ernst & Young Italia», lo scrive davvero. E lo fa all’indomani del terribile femminicidio di Corigliano Calabro (Cosenza), per trovare una ragione a tanto orrore. Le fa eco un blog, questa volta di un uomo, Domenico Naso, giornalista, calabrese anche lui, che dice di non essere «colpito per nulla» dall’omicidio perché «questa è la condizione delle donne calabresi».

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Come se si potesse trovare una causa al gesto di un ragazzino di 17 anni che prima accoltella poi dà fuoco alla sua ragazza. Come se la causa del femminicidio potesse semplicisticamente essere associata a una regione. L’autrice della lettera sul Corriere scrive di essere «sicura che anche Fabiana Luzzi sognava di andar via». Da una terra in cui «se a 16 anni fai l’amore e tua madre, o peggio ancora tuo padre, lo scoprono sei certa di aver dato la peggiore delusione che potevi ai tuoi genitori». E ancora: «Fabiana è cresciuta come tutte noi, sentendosi dire cittu ca tu si fimmina, non su cosi pi tia, fai silenzio, sei una donna non sono cose per te» o che «molti crescono vedendo padri e nonni dare qualche sganassone alle compagne», gli stessi che però poi lavorano – dice lei – per poterci permettere di andare via verso le non violente, non maschiliste, emancipate città del Nord. Dopo si fa capopopolo e dice: «Noi calabresi oggi siamo tutte Fabiana». 

Sì, ma non tutte le calabresi e i calabresi la pensano come Francesca Chaouqui o Domenico Naso. Non tutte le calabresi hanno avuto genitori che andavano al Santuario di San Francesco di Paola per avere un figlio maschio. Al santo calabro la maggior parte delle famiglie al massimo ha chiesto di benedire la macchina appena comprata. Non tutte le calabresi sono state mandate via dai genitori. Anzi, molte di quelle che vanno via - a Milano, Torino, Roma, Bologna - lo fanno a malincuore e ogni volta che devono ripartire, anche a distanza di anni, versano una lacrimuccia. Non a tutte le calabresi hanno insegnato che la violenza è virilità, per fortuna, ma la maggior parte di loro da bambina è stata rimproverata se prepotente o violenta con i compagni di scuola. Ma soprattutto non tutti i padri, i nonni, gli zii, i fidanzati calabresi sono orchi violenti come quelli che la lettera di Chaouqui e il blog di Naso vogliono far credere.

Secondo uno studio Eures, il femminicidio da parte di fidanzati, ex, compagni o mariti avviene principalmente nelle regioni del Nord Italia, dove si conta la metà dei casi: il 49,9% del totale tra il 2000 e il 2011, pari a 728 donne uccise. Più bassi i dati del Sud (30,7%) e quelli del Centro (19,4%). Ridurre la violenza sulle donne all’appartenenza territoriale da cui si vuole scappare non solo è sbagliato, ma è anche superficiale. È bene chiarirlo. Perché la morte di Fabiana non può avere nessuna giustificazione.

 

Ecco alcuni dei commenti che sono arrivati a Linkiesta dopo la lettera pubblicata dal Corriere della sera

Povera questa Francesca, che brutta vita le è toccata! Crescere in un ambiente dove regna così tanta ignoranza non dev’essere facile... Ci credo che sia scappata a gambe levate!!! Detto ciò mi indigna il fatto che venga generalizzato il tutto in modo così elementare e sciocco. Non mi riconosco in niente di tutto quello che è scritto nella lettera, né ho mai conosciuto ragazze, mie coetanee, mie amiche che abbiano dei problemi di quel genere. Sono cresciuta in un paese in provincia di Cosenza con meno di 2.000 abitanti eppure mi sono trasferita in città a vivere per conto mio, ho studiato, mi sono laureata, ho viaggiato, ho avuto storie con ragazzi da me scelti (che svergognata), sono andata in giro anche in modo indecente (che forse se avessi dato un pò più di ascolto ai miei sarebbe stato meglio!!!) e dulcis in fundo cosa davvero da brividi convivo con il mio ragazzo! Ahimè... il mio povero ragazzo è costretto molte volte a cucinare, a pulire per terra e a fare molte altre cose. Però non ti deludo cara Francesca... le camicie le stiro io! Ah....per la cronaca, io a mia madre ho sempre raccontato (quasi) tutto della mia vita con molta tranquillità. 

Detto ciò, a parte l’ironia, spero di non dovermi trovare per l’ennesima volta davanti a pensieri, fatti, battute di basso livello nei confronti della nostra terra che ha moltissimi problemi, ma di quelli seri. Avremmo bisogno di aiuti specialmente dalla nostra gente a cominciare dal non diffondere notizie diffamanti e offensive per tutti quelli che la propria terra la amano e che, pur se con molte difficoltà, non la lasciano. 
Emilia

 

Questa lettera mi ha fatto lo stesso effetto dello spot turistico sulla Calabria che ci propinano all’inizio di ogni estate. Quella del Mediterraneo da scoprire (nonostante tutto) dove ti insegnano che i turisti si devono trattare bene (se no non ci vengono). È una Calabria che in parte conosco, ma che mi rifiuto di riconoscere come il mio luogo di origine. Un posto di trogloditi. È la retorica sulla mentalità calabrese, che suona ancora più stucchevole quando la fanno i calabresi e che francamente ha stancato. Anche io ho 30 anni, sono calabrese e vivo a Milano. Mia madre mi ha avuto a 35 anni, ha sempre studiato, lavorato, viaggiato e non ha mai saputo cucinare. Questo è quello che so, il resto non mi interessa e non mi rappresenta. 
Tecla

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