Il rischio dei sussidi: spengono la fame di lavoro

L’assistenza al reddito e all’occupazione è giusta. Ma attenzione al rischio dell’assistenzialismo

Disoccupazione Sussidio Riposo
1 Giugno Giu 2013 1334 01 giugno 2013 1 Giugno 2013 - 13:34
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Il recente dibattito sul reddito minimo d’inserimento e su altre forme di tutela del reddito e dell’occupazione a favore di gruppi di disoccupati selezionati pone la questione fondamentale di come sviluppare ed accompagnare i beneficiari dei sussidi verso il mondo della produzione e del lavoro. Riteniamo che sia venuto il momento, proprio nell’ottica della flessicurezza, tipica della tradizione danese e nord-europea, di prevedere forme di assistenza al reddito e all’occupazione dei lavoratori disoccupati. Tuttavia, siamo preoccupati che riesploda il rischio dell’assistenzialismo.

È ormai noto che l’introduzione di strumenti di sostegno al reddito può produrre effetti negativi sul mercato del lavoro: c’è il rischio che il salario di riserva dei beneficiari aumenti, riducendo la loro spinta a cercare lavoro. Ciò potrebbe influire direttamente sulla curva di Beveridge e aggravare la situazione paradossale, presente anche in questa fase di crisi economica, della contemporanea presenza di un esercito di disoccupati e di molti posti di lavoro vacanti. Inoltre, l’assistenza pubblica genera sempre problemi molto diffusi di free riding (i giri gratis) e di moral hazard (i comportamenti truffaldini).

Accanto a programmi di assistenza, occorre anche un workfare made in Italy. Ci interroghiamo, perciò, su come sviluppare un sistema di tutele per i disoccupati che non ne scoraggi troppo la ricerca di un posto di lavoro e che disincentivi i comportamenti opportunistici, o addirittura truffaldini, che potrebbero facilmente svilupparsi. Mancando quasi del tutto un’esperienza passata di sussidi di disoccupazione nella nostra tradizione di welfare, in quel che segue, prenderemo spunto dal caso di altri paesi europei dove tutele analoghe esistono da tempo.

Naturalmente, ci riferiremo alle esperienze recenti, più consapevoli dell’esigenza di evitare che l’assistenza si traduca in un sistema “parassitario” che, ad esempio, in Danimarca nel 2002 prese il nome di “Carovana dei Benefici”, dove i disoccupati restavano anche nove anni sotto la tutela dello stato. Eppure, la Danimarca è uno dei paesi più innovativi e migliori sotto il profilo dei servizi pubblici e delle politiche attive per l’impiego offerti. Anche in Danimarca sono stati introdotti molti di quegli strumenti coercitivi che sono alla base del modello cosiddetto di welfare to work tipico del Regno Unito. La traduzione italiana del modello britannico potrebbe essere appunto denominata “dall’assistenza al lavoro”, per sottolineare che non bisogna mai dimenticare che l’assistenza è uno strumento che deve favorire il passaggio al lavoro che non può non essere il primo ed ultimo fine di ogni intervento di tutela dei disoccupati.

Analogamente a quanto avviene in altri paesi europei, dopo la registrazione della disponibilità al lavoro presso le agenzie per l’impiego, il disoccupato è libero di cercare lavoro autonomamente per 90 giorni. Questo periodo è più che sufficiente per coloro che effettivamente possono trovare apprezzamento sul mercato del lavoro. Non conta tanto l’intensità della ricerca, ma piuttosto l’età, il “peso” del proprio curriculum e la sua coerenza con le poche opportunità offerte dal mercato. Dopo questo periodo, i disoccupati che non sono riusciti a trovare lavoro entrano nel programma vero e proprio di “coercizione”, dove la ricezione del sussidio di disoccupazione è condizionata a precise attività che favoriscano o accompagnino al collocamento al lavoro.

In Italia, i problemi principali potrebbero presentarsi in questa fase. Anche dopo la riforma Fornero, si potrebbe verificare il rischio davvero alto di lasciare il disoccupato in un periodo di “parcheggio” in attività solo di accompagnamento, non di inserimento al lavoro da parte dei servizi per l’impiego (non importa che siano pubblici o privati accreditati).

Nel Regno Unito, il motto alla base del programma welfare to work è il “lavoro prima di tutto”. È per questo che, nel Regno Unito, persino la formazione e l’orientamento non sono molto apprezzati. Non si può non condividere l’idea che il lavoro viene prima di tutto, se si pensa ai risultati del tutto insoddisfacenti ottenuti, ad esempio, dalle politiche attive e dalla Cassa Integrazione in deroga. Oggi i cassintegrati sono di nuovo disoccupati. La gestione degli ultimi anni lascia pensare che i programmi di riqualificazione verso gli ammortizzatori in deroga abbiano rappresentato una semplice scusa per utilizzare in modo improprio i fondi comunitari. Le alternative agli ammortizzatori in deroga possono essere rappresentate da incentivi economici basati soprattutto sulla durata della disoccupazione (analogamente alla Dote Lavoro 2013 presente in Lombardia) o alla delega agli attori privati.

Regno Unito e Olanda sono i casi più noti di successo nel ridurre l’opportunismo dei privati nella gestione dei programmi di ricollocamento. Sono tre gli strumenti adottati: a) il cosiddetto rating del beneficiario (che aumenta o si abbassa a seconda della sua difficoltà o lentezza di collocamento al lavoro); b) una pre-scrematura dei beneficiari da parte dell’attore pubblico; c) e soprattutto, nel caso olandese , l’adozione di un codice etico interno da parte delle stesse associazioni private.

Tuttavia, il successo di queste misure è vincolato dall’esistenza di una domanda di lavoro sufficiente, tale cioè da consentire di assorbire i disoccupati che beneficiano dell’intervento. Anche in questo caso una possibile soluzione consiste nell’inserire i disoccupati in programmi di creazione di posti di lavoro nei servizi di cura alla persona, gli unici servizi che sembrano non risentire della crisi.

In realtà, i problemi non sono finiti qua, perché c’è anche il rischio che i beneficiari passino da programmi di creazione di nuovi posti di lavoro ai sussidi e viceversa, esattamente come avveniva in Danimarca (in realtà avviene ancora), oppure che non siano del tutto collaborativi con le agenzie di collocamento o ancora peggio litighino con il datore di lavoro per farsi licenziare (cosa piuttosto frequente visto che solo il licenziamento, non le dimissioni spontanee, permette di ricevere di nuovo il sussidio).

Verso coloro che mettono in pratica comportamenti del tipo free riding, le tecniche messe in atto da nei vari paesi sono oggetto di continuo dibattito. Innanzitutto, l’attore pubblico può verificare i motivi di licenziamento dell’ultimo lavoro. Nel caso si riscontrino reiterati licenziamenti disciplinari (anche sulla scorta di un confronto diretto con il datore di lavoro) si può arrivare anche alla sospensione del beneficio o ad una sua riduzione per un determinato periodo.

Inoltre, l’attore pubblico o privato delegato possono svolgere controlli a sorpresa per verificare che il beneficiario non svolga un lavoro in nero (sappiamo che questo potrebbe rappresentare un serio problema in Italia). Inoltre, ai disoccupati beneficiari di tutele viene chiesto di presentarsi ai servizi per l’impiego delegati al loro inserimento e sono obbligati a mostrare quali azioni hanno compiuto per trovare lavoro (oggi è possibile mostrare la cronologia dei curricula inviati tramite internet). Questa azione può durare nel tempo se si concedono incentivi agli operatori dei servizi per l’impiego che riescono a sottrarre il disoccupato all’assistenza.

Una condizione preliminare sembra però imprescindibile. Attualmente, il numero degli addetti ai servizi per l’impiego, anche di quelli impegnati nel settore privato, non è assolutamente equiparabile a quello di altre realtà europee. Per questo, in linea con le stesse raccomandazioni dell’Unione Europea che ci chiedono di rafforzare i servizi per l’impiego, si potrebbero utilizzare i fondi strutturali del periodo 2014-2020 per aumentare gli addetti o stabilizzare quelli assunti su base temporanea, per raggiungere un numero pari almeno ad un terzo di quelli presenti nel Regno Unito. Il numero dei disoccupati per addetto dei centri per l’impiego è in Italia superiore a 500, molto più che in Germania (50), Svezia (29) o Regno Unito (24).

Twitter: @F_Giubileo@FrancPastore

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