Perché Banca del Mezzogiorno finanzia la Fiat?

Doveva finanziare le aziende meridionali ma dà soldi anche alle grandi del Nord

Sud
12 Giugno Giu 2013 0600 12 giugno 2013 12 Giugno 2013 - 06:00
WebSim News

Avrebbe dovuto finanziare le aziende del Sud, ora dà soldi anche a quelle del Nord. Dagli incentivi alle piccole e medie imprese, adesso ha mutui e prestiti più per quelle con mega fatturati. Non ha emesso un euro dei «Tremonti bond» previsti e gira quattrini ai dipendenti e pensionati statali per non rischiare. La Banca del Mezzogiorno-MedioCredito Centrale (BdM-Mcc), la cosiddetta «Banca del Sud» partita solo il 2 febbraio 2012 e prevista sin dalla finanziaria 2006 dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, attraversa una vera e propria metamorfosi rispetto ai piani iniziali del Tesoro. E quest’ultimo, che ha impiegato quattro anni e circa 350 milioni di euro per farla partire sotto l’azionista unico Poste Italiane (136 milioni per rilevare l’ex Mcc da Unicredit), starebbe pensando all’ennesima mutazione: aprire l’azionariato a Cassa Depositi e Prestiti (ipotesi avanzata dal Corriere e confermata anche da fonti de Linkiesta), così da farla operare anche su export e internazionalizzazione agganciando le controllate di settore Sace e Simest.

Intanto il presidente Massimo Sarmi, amministratore delegato di Poste Italiane, sorride. La Banca è a regime e ha superato le previsioni del Piano industriale 2012-2016: utile netto di 7,1 milioni di euro a dicembre scorso (567mila euro nel 2011) contro una perdita attesa di 1,8 milioni, margine di intermediazione pari a 44,9 milioni, in rialzo del 13,9% sul 2011. E, anche se il personale aumenta (da 183 a 223 in un anno), investimenti in titoli di Stato (da 462 a 524 milioni di euro), spese in information tecnology e consulenze (il rapporto costi operativi-margine di intermediazione è salito dal 77,2% al 78,4% anche per i fitti passivi), BdM chiude il 2012 aumentando i crediti verso la clientela da 130 a 175 milioni con incagli per 900mila euro. Il tutto con un capitale primario Tier 1 pari al 48,4% (41,9% nel 2011). Altri segnali nella prima trimestrale 2013: utile netto di 2,4 milioni contro la perdita di 0,2 milioni del primo trimestre 2012, operazioni per 300 milioni (120 erogati al 31 marzo) contro 3,6 milioni di un anno fa, e crediti a 249 milioni.

BdM, però, da banca di secondo livello, non si è mai trasformata nel «gigante da 7.500 sportelli» sognato da Tremonti poiché la trattativa con istituti popolari e banche di credito cooperativo è fallita per i dubbi sulla storia bancaria di Poste (sul piatto il controllo fino al 60%), e si è appoggiata su appena 250 sportelli postali del Sud, in particolare nei 76 della Sicilia (66 Campania, 49 Puglia, 23 Abruzzo, 18 Calabria, 16 Sardegna, 3 Basilicata). Da qui arrivano il capo settore credito Pietro Cirrito, ex Banco di Sicilia e Credito Siciliano, gran parte delle convenzioni coi Confidi, i consorzi di enti locali e associazioni di categoria di cui si serve per supportare le aziende (Fideo Confcocommercio Sicilia, Assoconfidi-Sicilia, Confeserfidi e Interconfidi Med), e delle domande accolte al Sud (6.168 operazioni) dal Fondo centrale di Garanzia per le Pmi (legge 662/1996), gestione pubblica principale ereditata dall’ex Mcc. 

A chi però ricorda i mantra dell’ex titolare dell’Economia ora sorgono dubbi per la mappa dei crediti che dal quartier generale di viale America a Roma si è spostata anche a Nord. Stando alla Relazione finanziaria annuale 2012, sulla base della provincia di residenza dei prenditori, dei 175 milioni di euro di crediti concessi lo scorso anno solo il 52,3% è finito al Sud: 54.974 milioni sono stati stanziati al Nord ovest, 4.466 milioni al Nord est e 23.917 milioni al Centro Italia, per un totale di 83.357 milioni altrove. Ma le due principali linee di finanziamento, «Impresa» e «Agricoltura», sono per chi ha sede legale in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, per investimenti fino a 500mila euro ammissibili anche a un altro Fondo, quello per l’agroalimentare Sgfa/Ismea. 

Interpellate da Linkiesta, sia BdM che Poste non hanno fornito chiarimenti sul tipo d’imprese sostenute. BdM, infatti, è stata creata per le Pmi e collegata ai Confidi di fatto più per le medio-piccole. Ma, come rivelato dal Corriere, dei 750 milioni di euro del budget 2013 solo il 20% è destinato a chi, stando ai criteri europei, ha dai 10 ai 250 occupati, fatturati da 2 a 50 milioni di euro o bilanci annui sotto i 43 milioni. Sul credito al Sud, rischi permettendo, è anche il contrario di quanto dicono Istat, Unioncamere-Istituto Tagliacarne e Svimez, la Bce sulle Pmi nell’area euro: per le italiane calano fatturati e profitti, aumentano oneri finanziari, costo del lavoro e problemi a reperire risorse dalle banche in primis per la scarsa liquidità dovuta ai ritardati pagamenti di enti pubblici.

Allora a chi serve la «Banca del Sud»? Mentre Tremonti continua a sostenere che deve occuparsi di «artigiani e commercianti (credito per un bancone da lavoro o da bar, per un forno da pizzeria, per un frigorifero…)», tra le 400 imprese già finanziate da Sarmi ci sono colossi come Ansaldo, Fiat e Fincantieri, ma anche big di settore come Grimaldi Lines, De Cecco e Acquedotto Pugliese (Aqp), la SpA della Regione Puglia che gestisce l’impianto idrico più grande d’Europa. Vagliati (e poi scartati) pure Astaldi, Enav ed Enel. Ma che ci fa AqP con 452 milioni di euro di fatturato e 1.937 occupati nel 2011 accanto alla piccola ditta che chiede anche 25mila euro per nuove attrezzature? Come risulta a Linkiesta, ha ottenuto da BdM un mutuo da 30 milioni di euro per gli investimenti infrastrutturali del Piano d’Ambito 2010-2018: una spesa di circa 1,5 miliardi di euro coperta anche da un prestito diretto da 150 milioni di euro della Bei. 

Sarmi e l’amministratore delegato Pietro D’Anzi (ex Barclays Italia) hanno altre grane: nell’ultimo cda hanno lasciato in tre, di cui due del Tesoro. Oltre al «poltronissimo» Franco Carraro, eletto senatore col Pdl, hanno lasciato il vicepresidente Andrea Montanino, già dirigente generale del Tesoro, e l’indipendente Mauro Marè, già membro del Consiglio degli esperti alla direzione generale. I motivi ufficiali? Montanino è andato a guidare il Fmi per l’Italia, Marè a seguire meglio la cattedra di Scienza delle finanze all’Università della Tuscia. Ma la storia pare un’altra. «Ho lasciato perché se devo fare il consigliere lo devo fare per bene – si limita a dire a Linkiesta Marè – stare in una banca è impegnativo, me l’aveva chiesto il Tesoro e ho subito risposto, ma negli ultimi tempi non avevo più ben chiaro quale fosse il compito e non potevo più controllare quel che accadeva. La questione è sul tavolo del governo Letta e sarà direttamente il ministro Saccomanni a risolverla perché la missione sembra non sia più chiara».

Come invertire la rotta? Da via XX Settembre, finora, zero risposte, o quasi: nell’assemblea del 18 aprile scorso nessun aumento di capitale (atteso sui 100 milioni di euro) né nuovi emissari. Sarmi, invece, ha scelto i «suoi». Dentro Andrea Peruzy, segretario generale della Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema e consigliere della multiservizi Acea di Roma Capitale (il 15,9% del Gruppo Caltagirone), e due direttori di Poste, Paolo Stanzani Ghedini della pianificazione strategica e Paolo Martella, ex della regolamentazione, già interno. Quest’ultimo a gennaio 2012 ha sostituito l’ex manager di BancoPosta Carlo Enrico (alla società di risparmio gli succede a febbraio), tra le colonne del progetto, ma fuori per presunte divergenze col presidente iniziate dallo stop allo scorporo del Banco. 

Stando a fonti de Linkiesta, «la percezione di un’assenza di strategia è nella vecchia dipendenza MedioCredito che fa tutt’altro rispetto al passato» e Sarmi, secondo le ipotesi, tenderebbe a spostare l’asse più sui mutui e prestiti alle Pmi che sulla gestione degli incentivi pubblici, a partire dal Fondo che dal 2010 non è più «monopolio» come quando era sotto Mcc. E BdM da capofila, dopo che il ministero dello Sviluppo economico (Mise) ha spostato la gestione delle pratiche anche su altri (Artigiancassa, MPS Capital services banca per le imprese, Mediocredito italiano e Istituto centrale delle banche popolari italiane), ha perso solo nell’ultimo anno 3 milioni di euro di incassi da commissioni (31,6 contro 34,6 del 2011). Il timone si sarebbe spostato anche perché al Fondo è mancato per quasi un anno e mezzo una misura collegata da Monti al «Salva-Italia» - il decreto legge 201 del 2011 che ha aggiunto 1,2 miliardi sul 2012-2014 –, ovvero la copertura anche di portafogli di finanziamenti chiesti da banche e Confidi: l’ok interministeriale, giunto solo il 24 aprile scorso, era atteso soprattutto dall’ex titolare del Mise Corrado Passera, da sempre contrario alla «Banca del Sud».

E se l’istituto di Poste stando alla Coesione territoriale del ministero dello Sviluppo Economico, nel 2012 solo in qualità di attuatore ha girato al Sud 188,1 milioni di euro tra risorse comunitarie e cofinanziamenti nazionali per 10 progetti (incentivi per ricerca e innovazione, efficienza energetica e competitività), nemmeno il Fondo è leva per il Meridione. Degli 8,2 miliardi di euro di finanziamenti accolti e dei 4 miliardi garantiti in Italia l’anno scorso, solo il 21,4% delle risorse e il 27,7% delle garanzie è finito tra Campania, Puglia, Calabria e Sicilia (Convergenza) e nell’intera zona giù operazioni (da 19.147 del 2011 contro 19.144), finanziamenti (da 2,4 miliardi a 2,1) e crediti medi (da 125,1 mila a 109,1), peraltro sotto la media nazionale (133,4). 

Il gap, oltre a quello con le concorrenti nell’area, è con l’obiettivo dell’ex ad Piero Montani (oggi alla Popolare di Milano): 1,5 miliardi di finanziamenti entro il 2014. Come? Emettendo pure «Titoli di risparmio per l’economia meridionale», i cosiddetti «Tremonti bond» previsti dall’avvio della banca (legge 191/2009) per gli investimenti a medio-lungo termine delle Pmi e progetti etici nel Sud. Ma, attesta Consob, tanto rumore per nulla: dal 2012 ad oggi, tra chi ha collocato parte dei 3 miliardi di euro annui a disposizione (regime fiscale agevolato del 5% contro il 20%) manca proprio BdM. Può emetterne fino a 150 milioni di euro l’anno (il 5% del plafond), ma preferisce finanziarsi sul mercato e abbatte i rischi anche con mutui fino a 25 anni a dipendenti e pensionati postali (che ha affidato a Deutsche Bank la cessione del quinto degli stipendi). 

Per farne poi la «Mediobanca del Sud», per dirla con l’ex Montanino («robe che non hanno senso» per Tremonti), al Tesoro restano altri quattro anni – il tempo atteso per l’avvio – dato che, stando alla legge 191, lo Stato dovrà lasciare la proprietà entro il 2 febbraio 2017, a cinque anni di operatività, e cedere tutto a privati (tranne un’azione). Ora però il Governo Letta lavora per inserire CdP nell’operazione e, se in via ufficiale usa ancora il condizionale («porrebbe problematiche di natura regolatoria e di vigilanza», interrogazione di Marco Causi (Pd), in Commissione finanze alla Camera), sotto traccia pensa a come orientarla pure su export e internazionalizzazione sfruttando l’operatività di Sace. «E’ la soluzione del problema nato con la privatizzazione del ’99 del Mediocredito – dice una fonte finanziaria a Linkiesta – si creerebbe così una holding pubblica del credito che, essendo un bene pubblico, non può essere lasciato solo a privati, ma prima di creare sinergie all’interno dove potrebbe esserci anche l’Ice (oggi agenzia per la promozione all’estero delle aziende italiane, ndr) servirebbe rivedere lo statuto e tenere ben distinti i piani di ognuna».

CdP e Sace rispondono a Linkiesta con un «no comment», ma non sono estranee all’ipotesi all’orizzonte: la prima è già stata scelta per il funding da Popolari e Bcc tra le condizioni per entrare in BdM; la seconda ha realizzato per Poste il servizio factoring per il rimborso dei debiti degli enti pubblici alle imprese (Reverse factoring PA), e in tema di aiuti alle aziende, ha chiuso di recente due accordi con Banca di credito cooperativo di Roma e Banco Popolare, dando alle Pmi col 10% di fatturato all’estero una garanzia del 70% delle somme e alle banche la possibilità di scaricare il rischio sullo Stato. Ma l’impianto iniziale muterebbe ancora: non è stato partorito per chi vuol rafforzarsi fuori confine (al Sud solo il 13% delle imprese, Svimez 2012) e non a caso nel 2008 proprio Mcc con Sace ha garantito gli investimenti decennali di un leader mondiale del rame con siti anche in Cina (Kme Group SpA di Firenze). 

E Popolari e Bcc? Per le prime, riferiscono fonti bancarie a Linkiesta, la partita è chiusa negli archivi dell’ormai ex comitato promotore della Banca. Le seconde aggiungono altro. «Escludo che le Bcc possano rientrare in futuro nell’azionariato – dice a Linkiesta Augusto Dell’Erba, ex presidente del comitato e numero due di Ferdercasse – non esistono intenzioni dell’attuale proprietà di aprire il capitale ad altri. Il Sud? Se alle persone non viene in mente di costruire capannoni, comprare macchinari o programmare assunzioni, è difficile dare indicazioni rispetto alla gravità del problema e ad un’area così vasta, sarebbe come potenziare l’energia elettrica quando si vuol stare al buio». Eppure c’è ancora chi sostiene che questa banca rappresenti il futuro del credito al Sud.

 

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