Come spingere gli italiani a studiare l’inglese?

In Italia 2 persone su 3 non sanno l’inglese; il problema è grave soprattutto nel settore pubblico

Jasper Johns Flag
30 Giugno Giu 2013 1352 30 giugno 2013 30 Giugno 2013 - 13:52
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La crescita dell’Italia passa anche dalla possibilità di comunicare bene con il resto del mondo. La conoscenza delle lingue e, in particolare, dell’inglese diventa una componente importante della competitività di ogni paese in un mondo sempre più globalizzato. Anche nel più piccolo contesto dell’Unione Europea, la conoscenza dell’inglese è fondamentale.

Nella pubblica amministrazione, un ufficio anglofono può trarre molti vantaggi nell’attrarre fondi dall’Unione Europea. La conoscenza dell’inglese è una componente importante di quella che, nel gergo comunitario, viene chiamata absorption capacity, vale a dire la capacità di presentare progetti in ambito comunitario che abbiano almeno la speranza di essere considerati, prima ancora che accettati e anche la capacità di portarli a compimento con successo.  Ciò vale per gli enti pubblici e, quindi, anche per i centri per l’impiego. Un esempio di grande attualità in questi giorni è quello dello European Youth Guarantee.

In Italia, tra le forze lavoro solo 3 persone su dieci dichiarano di essere in grado di sostenere una conversazione telefonica in Inglese. Si tratta di una percentuale pervicacemente simile nel pubblico e nel privato, ad eccezione delle grandi imprese o multinazionali.

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Fonte: Nostre elaborazioni su dati Isfol Plus 2010

Questo dato è sorprendente. Nel settore privato, la decisione di considerare questo aspetto rilevante o meno per la professione dipende esclusivamente dal datore di lavoro. Molte professioni non richiedono necessariamente la conoscenza della lingua inglese, anche se spesso rappresenta una condizione essenziale per le nuove assunzioni.

Il problema riguarda soprattutto il settore pubblico, per il quale spesso la conoscenza della lingua è una condizione di assunzione, soprattutto in alcuni settori, al punto da essere contemplata fra i requisiti concorsuali. La “moda” attuale, ad eccezione di alcune qualifiche professionali, consiste nel passare eventuali telefonate in lingua inglese al collega giovane. Infatti, se osserviamo i dati per classe di età emerge una differenza notevole tra le generazioni. La percentuale di coloro che hanno padronanza dell’inglese nel settore pubblico passa da circa il 50% dei più giovani, di età compresa fra i 18 e i 29 anni, al 18% circa per i più anziani, di età compresa fra i 50 e i 64 anni.

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Fonte: Nostre elaborazioni su dati Isfol Plus 2010

Tornando al discorso del fondi comunitari, nel caso di fondi strutturali come faranno le attuali strutture pubbliche locali a creare partnership internazionali per realizzare scambi di best practice o sviluppare mediazioni tra domanda e offerta di lavoro che non siano circoscritti al proprio contesto, ma abbiano un respiro internazionale? Senza parlare delle difficoltà degli enti locali a partecipare a fondi dove è necessaria una candidatura diretta,come ad esempio il Progress uno dei più importanti programmi dedicato al settore sociale e dell’occupazione. 

In conclusione, il settore pubblico deve assolutamente fare qualcosa per ridurre questo squilibrio nei confronti delle giovani generazioni e in generale nella scarsa padronanza dell’inglese, cercando di realizzare il più possibile formazione interna del personale più anziano oltre che favorire “staffette generazionali” per la stabilità di quello più giovane.

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Fonte: Nostre elaborazioni su dati Isfol Plus 2010

Ma la situazione in Italia è migliore o peggiore rispetto a quella di altri paesi? L’indagine Language knowledge in Europe, realizzata nel 2011, conferma che l’Italia è uno dei paesi membri dell’Unione Europea in cui la conoscenza delle lingue straniere è più bassa. Con il 12.4% di persone che parla inglese, l’Italia si colloca non solo dopo la Germania (29.8%) e altri paesi europeo continentali, come l’Austria (40.5%), ma anche dietro alla Francia (22.9%) e subito dopo la Spagna (11.3%). Viceversa, i paesi scandinavi sono quelli dove la conoscenza dell’inglese è più diffusa. In Svezia, la quota della popolazione che conosce l’inglese raggiunge il 52.5%.

La situazione non di certo è rosea, ma come fare per aumentare la conoscenza delle lingue nel lungo periodo? Se ne dovrebbe occupare in primo luogo la scuola, ma il problema dipende anche dalla mancanza di internazionalizzazione delle nostre scuole e università. Si sa che i corsi di lingua da soli influiscono poco sulla conoscenza effettiva delle lingue. Molto più utile è soggiornare all’estero per periodi più o meno prolungati di tempo. 
Secondo i dati AlmaLaurea, in Italia, solo il 7% dei laureati nel 2012 ha fatto l'Erasmus. Un altro 5.1% ha svolto periodi di studio all’estero nell’ambito di altri programmi oppure da solo. Molti di coloro che hanno fatto l’Erasmus, però, hanno scelto la Spagna o altri paesi di lingua latina, proprio per evitare di dover imparare l’inglese. Si dovrebbe fare di più per incentivare l’utilizzo del programma Erasmus da parte degli studenti universitari ed anche degli studenti di altri ordini e gradi.

Inoltre, si dovrebbe prevedere un controllo più accurato della conoscenza della lingua almeno nei concorsi pubblici per i quali è richiesta. Infine, in una logica di life-long learning, anche gli uffici italiani, sia pubblici che privati, potrebbero favorire esperienze lavorative che spingono ad investire nella conoscenza della lingua.

Il distacco presso sedi estere per periodi più o meno lunghi, la partecipazione a convegni o scuole estive sono strumenti importanti che le nostre imprese e i nostri uffici raramente finanziano. Uno dei motivi della bassa produttività dei lavoratori dipendenti pubblici e delle Pmi private in Italia è la percentuale bassissima della formazione professionale dei dipendenti, per la quale il paese occupa le ultime posizioni in Europa. All’estero, è molto più diffusa a spese dell’impresa, del pubblico oppure dello stesso lavoratore.

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