Detroit, ecco perché muore una metropoli

La città ha dichiarato il fallimento

Declino Detroit
30 Giugno Giu 2013 1752 30 giugno 2013 30 Giugno 2013 - 17:52
Messe Frankfurt

Detroit, la città simbolo dell’industria automobilistica americana, è in crisi economica da anni, ma adesso sta combattendo per evitare la bancarotta. Kevyn Orr, il manager incaricato di gestire l’emergenza finanziaria, ha recentemente annunciato che la città non è più in grado di onorare una parte dei prestiti dei creditori per una somma di 2 miliardi e mezzo di dollari. Il che è solo una frazione dello spaventoso debito della città (18 miliardi e mezzo). Orr ha proposto ai creditori di accontentarsi di un dieci per cento di quello che spetterebbe loro. Insomma, la situazione è critica. Eppure, per rendersi conto dello sfacelo in cui si trova Detroit, non c’è bisogno di ascoltare le parole di Orr. È sufficiente fare due passi in centro. La “MotorCity” appare come un deserto di cemento punteggiato di palazzi pericolanti e aree transennate dove nessuno ha voglia di costruire. In giro, per isolati e isolati, non si vede quasi nessuno. Come si è giunti a questo mostruoso declino? Linkiesta ha parlato con Thomas J. Sugrue, professore di Storia e Sociologia all’Università della Pennsylvania e autore di libri e saggi sulla storia di Detroit, tra cui The Origin of the Urban Crisis: Race and Inequality in Postwar Detroit.

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Professor Sugrue, spesso il declino della città è associato ai disordini dell’estate del 1967, quei cinque giorni di scontri che lasciarono sul campo 43 persone: 33 neri e dieci bianchi. È un’interpretazione che sottoscriverebbe?
I tumulti del 1967 sono stati in qualche misura il segnale che quel cambiamento in negativo era in essere da tempo. Già dai primi anni ‘50, quando nel resto degli Stati Uniti si registrava un boom di posti di lavoro, Detroit ha cominciato a perderli, e con loro se ne sono andati anche i suoi cittadini. L’industria dell’automobile si avventurava in quella che potremmo definire la prima fase della globalizzazione, ovvero si spostava lontano da Detroit, verso altre zone degli Stati Uniti in cui poteva pagare salari più bassi. Dopo, a partire dagli anni ‘70, avrebbe guardato sempre più all’estero. Fatto sta che già negli anni Cinquanta, quando gli Stati Uniti erano un Paese prospero, Detroit perdeva impiego. Si parla di ben 140mila posti di lavoro tra il 1948 e il 1961. Questa perdita di occupazione ha minato le finanze della città, e portato a un costante ridimensionamento della popolazione. Detroit ha raggiunto il suo picco demografico nel 1950, quando aveva quasi due milioni di abitanti. Oggi ne conta appena 700mila.

Quale ruolo ha giocato la segregazione razziale in questo declino?
Un ruolo decisivo. A cominciare dagli anni Cinquanta i bianchi si sono trasferiti nell’hinterland, e con loro si sono spostati anche i loro soldi. Così Detroit città ha perso gran parte dei proventi delle tasse. E questo è uno dei fattori più importanti che ha portato alla crisi attuale. Detroit si reggeva in piedi grazie alle tasse sulle proprietà immobiliari e sulle vendite, ovvero sul commercio. Siccome la città ha perso cittadini il Comune ha visto sparire entrambe. Il che nel lungo termine è devastante per una metropoli. Senza soldi in cassa è difficile ristrutturare scuole, strade, ponti. Senza contare che una popolazione sempre più povera necessita di sempre maggiori servizi. E anche su questo versante, se mancano le risorse, è difficile far fronte ai problemi.

Perché le tensioni razziali a Detroit furono più aspre che in altre città come New York?
In parte per la natura stessa di Detroit. A differenza per esempio di New York, Detroit è veramente una città del XX secolo, nata e cresciuta attorno all’industria dell’auto. Ciò significa che l’idea di trasferirsi a 30-40 chilometri fuori dal centro fa parte della mentalità della gente della zona. New York, Filadelfia e Boston sono essenzialmente città del XIX secolo, dove la gente non penserebbe di spostarsi in massa nei sobborghi. Questo ha creato una profonda frattura nella popolazione di Detroit. Da un lato, nel centro città, c’erano sempre più poveri, ovvero i neri. Dall’altro, nelle zone residenziali attorno alla città stavano sempre più i bianchi. E quando alcuni neri sono diventati classe media e si sono spostati anche loro nell’hinterland i bianchi si sono trasferiti in altri sobborghi ancora più lontani dal centro. Insomma la frattura non si è mai rimarginata. La ghettizzazione è stata favorita anche da trasporti pubblici pessimi. Chi abita in centro infatti, difficilmente può raggiungere i sobborghi con autobus o treni.

Ritiene che parte dei guai di Detroit sarebbero stati evitati se avesse avuto una classe politica e dirigente migliore?
La storia delle finanze di Detroit è in parte una storia di una gestione poco oculata, ma è anche una storia che va vista in una prospettiva nazionale. A partire dagli anni Ottanta il governo federale ha tagliato di netto i fondi alle città. E le finanze di centri come Detroit, New York e Filadelfia negli anni Sessanta e Settanta poggiavano sui fondi federali. Sotto la presidenza di Ronald Reagan negli anni Ottanta quei fondi sono spariti. Le spese per le metropoli sono passate dal 12% al 3%. Per cui le città come Detroit – che già dovevano far fronte alla diminuzione delle entrate delle tasse perché la popolazione diminuiva – si sono trovate in gravissima difficoltà. E invece di prendere decisioni dolorose ma necessarie per snellire il numero dei loro dipendenti hanno continuato a operare come se nulla fosse, sulla base del tornaconto elettorale di breve termine. Detroit in questo senso è un caso emblematico: ha continuato a operare come se fosse una metropoli di un milione e mezzo di persone invece che un centro di 700mila persone. In pratica c’è un governo della città costituito da una pletora di burocrati che sono molti di più di quelli di cui la città avrebbe veramente bisogno. A loro il Comune deve pagare stipendio e assistenza sanitaria. Idem dicasi per i pensionati. E questa è in sintesi la combinazione di fattori che hanno portato al punto in cui ci troviamo oggi.

Twitter: @damianobeltrami

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