Simona Sparaco non doveva stare allo Strega. Punto

Leggiamo la cinquina del Premio Strega

Simona Sparaco Seno
1 Luglio Lug 2013 1930 01 luglio 2013 1 Luglio 2013 - 19:30

✦CR Christian Raimo ✧FL Francesco Longo

Francesco Longo✧FL Christian, ti scrivo da pagina 100 del terzo libro della Cinquina che abbiamo deciso di leggere, Nessuno sa di noi di Simona Sparaco (Giunti). So di interromperti durante la lettura. Ma avevo subito una domanda da farti. Premetto che è un libro che sto divorando anche se non c’è traccia di letteratura. Ne parleremo con calma. Ma intanto ho questa domanda urgente da porti. Secondo te, per la letteratura italiana ha fatto più danni il Gruppo 63 o la Scuola Holden?

Da un lato mi pare che ci siano infatti scrittori impegnati, sociali, di denuncia, non veramente interessati alla letteratura come “fine” ma sempre e solo alla letteratura come “mezzo” per qualcos’altro e mi pare che i danni vengono, per semplificare, dal Gruppo 63 e arrivano fino a Walter Siti che nei romanzi ha sempre dei temi da dimostrare, delle tesi da porre. Dall’altra ci sono dei tecnici bravissimi, è il caso di Simona Sparaco (nella bandella si dice che proviene proprio dalla Holden). Sono autori che hanno sviluppato un’abilità eccezionale, raffinata quanto astuta, nel costruire una narrazione, ma che hanno dimenticato che la letteratura è un luogo di metafore, di simboli, di esperienze di vita sepolte dentro allegorie, di mondi che non smettono mai di rivelare sensi segreti. Non pensi che sia così? Non so. Mi sa che non lo pensi. Ci sei?

Christian Raimo✦CR Francesco, questa discussione su Sparaco secondo me può essere anche più breve delle altre. Questo Nessuno sa di noi è un libro decisamente inferiore agli altri due che abbiamo letto finora, o meglio, è un libro che appartiene a un insieme diverso da quello di Siti e Di Paolo. Non c’è traccia di letteratura come dici tu giustamente. Non si capisce cosa c’entri con un Premio che la letteratura dovrebbe premiare. E lo dico con cognizione di causa. Tempo fa mi capitò di assistere alla presentazione di un suo libro precedente, e mi ricordo che chi la presentava parlava di “quasi-letteratura”. Ecco, sarebbe bello che questo non fosse preso come un giudizio di valore, ma come un giudizio tecnico, che paradossalmente viene richiesto dal libro stesso a partire dai suoi paratesti: la copertina da chick lit, la quarta con un giudizio finale che recita “un romanzo che scuote l’anima”, una fascetta di Pietro Cheli, vicedirettore di Amica, che dice: “Una scrittrice che punta dritta al cuore. E ci riesce”. Tutte le recensioni evitano la questione della qualità letteraria del libro e si concentrano sul tema: quello di un aborto terapeutico praticato oltre i limiti consentiti dalla legge italiana. Ed effettivamente questa storia è straziante. Un feto malformato e la decisione dei genitori che hanno voluto così tanto questo bambino (come viene raccontato anche) che si devono scontrare con una malattia così terribile.

Simona SparacoMa Nessuno sa di noi non riesce a fare quello che dovrebbe un libro del genere: andare oltre il ricatto del contenuto, trasformare la testimonianza in altro. Facciamo degli esempi per provare a corroborare queste due tesi: 1) non si tratta di letteratura, 2) non riesce a parlarci della malattia in un modo simbolicamente efficace. Uno, semplice semplice, a pag. 20: 

❝ Aveva le labbra contratte in una smorfia e i capelli castano chiari che gli ricadevano sulla fronte. L’ho guardato con un misto di emozioni: una polpa di tenerezza e complicità racchiusa in un gheriglio inscalfibile di testardaggine e disciplina. ❞

Okay, qui c’è una sorta di concentrato di tutto il non-stile di Sparaco: una serie di luoghi comuni-espressioni colloquiali: labbra contratte in una smorfia, capelli che ricadono sulla fronte, misto di emozioni, e poi – infilata a fine frase – una metafora di raro kitsch. La scrittura procede esattamente così: da un lato pagine e pagine di racconto che non hanno nessuna differenza rispetto a una qualunque mail in cui qualcuno racconta cosa è successo durante l’ultima settimana, dall’altro immagini che simulano una dimensione letteraria, ma nel modo che si potrebbe trovare su una timeline di facebook o su qualche messaggio scambiato su WhatsApp:

❝ Mi sento fluida, sul punto di tracimare, un fiume inquieto che si disperde in mille rivoli. ❞

❝ Pietro è lo stampo dentro il quale ho trovato una forma. ❞ (pag. 21-22).

Non sono solo queste le imperfezioni della scrittura di Sparaco: c’è una punteggiatura anche questa da mail o da lettera da adolescenti, un uso dei dialoghi da imitazione delle cose televisive.

Ma veniamo al punto 2, che è più complicato e si tratta di come raccontare il dolore di una malattia. Quest’anno facendo un corso di non-fiction con Cristiano De Majo ho avuto la fortuna di analizzare molti testi che raccontano la malattia, da L’imperatore del male. Una biografia del cancro di Siddharta Mukherjee, o L’anno del pensiero magico di Joan Didion o Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest. Mi sono messo a leggere anche un libro di antropologia molto bello di Byron J. Good che si chiama Narrare la malattia. Da questo e altri testi, ho capito quali sono le questioni che si giocano nel racconto della malattia, quali le costanti, quali le possibili scelte.
Ti faccio un esempio: una delle cose che capita in quasi tutti i libri che avevo analizzato è la scoperta della malattia, anzi, per dirla meglio, il momento della definizione. In cui spesso chi ha a che fare con una brutta diagnosi, si gira e rigira in testa questo termine scientifico.

Ecco come lo gestisce Sparaco:

❝ Schiaccio la guancia contro il finestrino. L’alone sfocato che mi scorre davanti è il mondo che stiamo attraversando. Dovevamo fermarci al centro commerciale, fare la spesa, invece torniamo subito a casa. Mi affido alle parole per confinare l’assurdo, domarlo, renderlo più familiare. Displasia scheletrica. Displasia suona come neoplasia, ma non sono la stessa cosa. Di qualsiasi malattia si tratti coinvolge le ossa, questo è certo. Immagino decine di operazioni chirurgiche, busti, stecche, un armamentario da medicina ottocentesca. Chiudo gli occhi. Attendo che la macchina si fermi da qualche parte. Attendo il dolore. ❞

Ti faccio un raffronto con Forest, senti come riesce a diluire l’elaborazione del dolore:

❝ La parola cancro non viene mai pronunciata. Si parla di ‘alterazione’, poi di ‘lesione’, di ‘ingrossamento’, infine di ‘tumore’. Poi si passa a termini più tecnici: ‘sarcoma osseo’, che si divide ulteriormente in ‘osteosarcoma’ e in ‘sarcoma di Ewing’. L’apprendimento della morte è una lunga pedagogia di cui sillabiamo appena i rudimenti, l’ABC del terrore. La tecnica messa appunto dai medici è semplice. Consiste nel non dire nulla eccetto ciò che può essere ascoltato perché l’altro ha già intuito. Quando il primario ci porta nel suo studio, siamo già più avanti di quanto lui creda sulla via dell’orrore che progressivamente ci ha illustrato. Parla. ❞

Oppure Didion:

❝ «È ancora in fibrillazione» ricordo che disse quello al telefono.
«In fibrillazione V» disse la mattina dopo il cardiologo di John quando telefonò da Nantucket. «Avranno detto fibrillazione V. V sta per ventricolare».
Forse dissero fibrillazione V e forse no. La fibrillazione atriale non provocava immediatamente o necessariamente un arresto cardiaco. Quella ventricolare sì. Forse ventricolare era la parola giusta. ❞

Quello che voglio dire è che Didion o Forest danno al lettore la possibilità di provare dei sentimenti perché non invadono con la percezione del dolore dell’autore. Questo gli consente di stabilire un contatto. Di entrare in un luogo neutro in cui non vengono messi spalle al muro dal peso gigantesco di un dolore terribile di qualcun altro. Sparaco non si accorge invece che proprio la sua trasparenza assoluta rispetto alla malattia e al racconto dell’aborto crea un immenso filtro che è quello della resistenza che io lettore provo di fronte a un dolore non mio. Mi commuove ma in modo scontato, perché è l’autore che si è caricato da subito il peso di quell’elaborazione, essendo così esplicito nelle immagini che mi trasmette. Non so se sono chiaro…
Considerato tutto questo continuo a dire che questo libro aveva tutta la legittimazione ovviamente per essere pubblicato e considerato narrativa d’intrattenimento, non per finire candidato in un premio letterario.

Francesco Longo✧FL (Fortuna che avevi promesso di essere “breve”). Dunque. Penso qualcosa di simile, ora che ho finito il libro. Ripeto: si divora, e sì, “scuote l’anima”. Ma lo fa in un modo assurdo. Come se per farmi paura uno entrasse nella mia stanza mentre dormo e si mettesse a gridare. Certo che mi fa paura. Mi avrebbe impressionato anche se avesse messo in copertina una foto con un pezzo di carne sanguinante. Sono costretto a essere impressionato. Non ho alternativa. Certo che mi scuote se leggo frasi come:

❝ Allargo di nuovo le gambe. Non vedo neanche cosa tiene in mano, qualcosa di appuntito. Lo sento risalire nel mio corpo come un serpente velenoso e, dopo uno strappo netto, un gancio che mi arpiona la carne. Urlo. ❞

Ecco, credo semplicemente due cose. Primo. La letteratura è l’arte di far intendere senza dire. La reticenza è la figura chiave del “letterario”. Qui ci sono un paio di casi in cui ciò funziona meravigliosamente. L’autrice due volte ci dice cosa mangiano i protagonisti. Come cenone di capodanno: «Abbiamo mangiato una minestra e uno spicchio di formaggio» (p.125). Poi, dopo un viaggio in Thailandia, addirittura: «Ci nutriamo di cibi precotti o roba comprata nella rosticceria sotto casa» (p. 173). Il loro dolore così arriva fortissimo. Molto meglio di quando descrive sangue, aghi, guanti di lattice e corpi che si piegano in due dalle fitte. C’è una scena pazzesca di un aborto in Underworld di DeLillo. Descrive solo il viaggio d’andata e di ritorno, fine.

Seconda cosa. Se dovessi scegliere una sola frase per spiegare cos’è la letteratura, da un punto di vista della critica, sceglierei questa intuizione che mi ha formato. È una frase che Paul de Man riferisce alla Recherche di Proust. Il critico scrive: «Tutto in questo romanzo significa qualcosa di diverso da quello che rappresenta, si tratti d’amore, coscienza, politica, arte, sodomia, o gastronomia: è sempre di altro che è questione». Quando ci sono questi due livelli di lettura siamo nella letteratura. In questo caso, invece, tutto ciò che leggiamo è esattamente ciò di cui è questione: l’aborto terapeutico. Fine. E c’è anche un punto nel libro in cui mi pare di sentire la voce dell’autrice sovrapporsi a quella del narratore quando dice che questo tema, in Italia, è un tabù. Se Paolo Di Paolo mi sembrava sulla buona strada per costruire il suo mondo di letteratura, direi che invece partire per dar voce a un tabù è fare subito un passo falso.

[E ora un “a parte” per voi lettori di questa soap di critica letteraria. Avete fatto caso che Christian non mi ha risposto due volte? Non sono ancora uscite fuori le frasi belle di Walter Siti e ora ha glissato sulla domanda sui danni di Gruppo 63 e Scuola Holden? Avrà pensato che fossero domande retoriche?] 

LXVII Premio Strega – La Cinquina dei finalisti

Serata Finale: 4 luglio 2013 (Roma, Villa Giulia)

Le colpe dei padri (Piemme) di Alessandro Perissinotto con voti 69
Resistere non serve a niente (Rizzoli) di Walter Siti con voti 66
Figli dello stesso padre (Longanesi) di Romana Petri con voti 49
Mandami tanta vita (Feltrinelli) di Paolo Di Paolo con voti 45
Nessuno sa di noi (Giunti) di Simona Sparaco con voti 36 

Premio Strega C Musacchioianniello© Premio Strega. La cinquina dei finalisti. Simona Sparaco è la seconda da sinistra

Twitter: @christianraimo@FrancescoLongo@GiuntiEditore

LEGGI ANCHE:

Walter Siti

Strega Paolo Di Paolo

Figli Stesso Padre Romana Petri

Alessandro Perissinotto Premio Strega

 

Potrebbe interessarti anche