“Grazie ai robot abbiamo creato più posti di lavoro”

Come gli Usa ripartono dopo la crisi

Robot
16 Luglio Lug 2013 1345 16 luglio 2013 16 Luglio 2013 - 13:45
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Messe Frankfurt

FORT DEVENS (USA)– Un grintoso robottino arancione sfreccia tra gli scaffali, individua una camicia, scivola sotto il contenitore in cui si trova e la lascia vicino al tavolo di una addetta pronta a impacchettarla. Poi, con un bip, riparte.

A Fort Devens, un’ora di macchina da Boston in Massachusetts, in questo centro di smistamento di vestiti comprati online sui siti di Zara, Gilt e Bonobos, il traffico dei robottini alti come scatole da scarpe, è intenso. Per evitare che i 200 impiegati in carne e ossa inciampino nei 75 colleghi di plastica, i robot seguono un codice della strada invisibile ma ferreo, come se tra le scaffalature disposte a forma di isolati ci fossero semafori, stop e sensi unici. Si orientano con un sensore che legge i codici a barre sul pavimento del magazzino.

«Hanno più resistenza di un maratoneta e superano in precisione il nostro impiegato più puntiglioso», ci racconta con una risata Al Dekin, co-fondatore di Quiet Logistics, l’azienda che gestisce il supermagazzino. “Ci aiutano a ottimizzare il lavoro della squadra. Con loro prepariamo più pacchi di quanti ne potremmo confezionare senza”.

Messi a punto da Kiva Systems, azienda all’avanguardia nel campo della tecnologia per l’automazione applicata all’e-commerce, questi tarchiati soldatini elettronici, sono soltanto una tessera del mosaico sempre più ampio di robot che sta rivoluzionando la distribuzione, la manifattura e il settore dei servizi negli Stati Uniti e nel mondo. Persino Foxconn, l’azienda che produce iPhone per la Apple in Cina, che continua ad aprire stabilimenti e assumere centinaia di nuovi operai, ha recentemente annunciato di voler introdurre nei prossimi anni un milione di robot nelle sue fabbriche.

Per Erik Brynjolfsson, direttore del Center for Digital Business al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e Andrew McAfee, il principale ricercatore del centro, autori del libro “Race Against the Machine”, l’automazione sta portando a cambiamenti nell’occupazione paragonabili a quelli prodotti nel secolo scorso in America dalla tecnologia agricola, che ha contribuito a ridurre l’impiego in questo settore dal 40 al 2% attuale.

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«Crediamo che l’automazione possa rendere più competitiva e quindi più forte la nostra economia, ma ci sono anche motivi di apprensione,» racconta McAfee a Linkiesta. «I robot spazzano via tutta una serie di lavori poco qualificati. Questo è vero in campo manifatturiero, nella distribuzione e sempre più nel settore dei servizi».

McAfee pensa in particolare a tutti quegli impiegati che lavoravano al telefono, per compagnie aeree, ditte di marketing o aziende che vendono per corrispondenza: “Sistemi automatizzati in grado di registrare le informazioni dei clienti e collegarle al loro timbro vocale rimpiazzano gli operatori telefonici e offrono un valore aggiunto rispetto al servizio tradizionale. Questo, inevitabilmente, riduce i posti di lavoro”.

Per i due studiosi del MIT la recessione e la successiva timida ripresa economica hanno aumentato l’interesse delle aziende americane verso l’uso di tecnologia utile a incrementare la produttività tagliando al contempo sui costi della forza lavoro. Il manifatturiero, per esempio, dal 2007 al 2011 ha perso il 15% dei lavoratori, più di due milioni di posti. Nello stesso periodo, pero’, gli investimenti complessivi in tecnologia delle aziende americane di tutti i settori sono saliti con la medesima percentuale. “Quando i profitti si restringono e lasci a casa lavoratori, devi trovare un modo di svolgere le loro mansioni o con dei computer o con dei robot. E adesso che le aziende hanno imparato a fare a meno di quei lavoratori, gli impieghi meno qualificati si sono persi per sempre,“ dice Tom Runiewicz, un economista industriale a IHS Global Insight, un’agenzia di ricerca marketing.

Non tutti gli economisti vedono questi investimenti in tecnologia come un rischio per i colletti blu e bianchi. In fondo da sempre il progresso della tecnica ha bruciato posti di lavoro. Si pensi al recente passato: tra il 2000 e il 2007 il settore manifatturiero americano ha tagliato il 30%, ovvero tre milioni di lavoratori, diventando più automatizzato per tenere testa alla produzione realizzata all’estero.

Eppure, secondo i ricercatori del MIT questa volta l’impatto dell’automazione può provocare conseguenze di più ampia portata rispetto ad altre epoche anche recenti: “Vari canali di ricerca tecnologica si sono incontrati e integrati,” ci spiega McAfee. “Robotica, macchine a controllo numerico e dispositivi di riconoscimento vocale consentono a sistemi automatizzati di svolgere un ventaglio di mansioni, dal riconoscere input linguistici, al tradurre da una lingua all’altra, al decidere basandosi su informazioni fornite dai clienti in precedenza, che in passato erano fattibili solo dai dipendenti.

Vero. Ma a guardare l’automazione da Fort Devens, le macchine sembrano più rassicuranti che minacciose. Alcuni impiegati hanno soprannominato i tozzi robottini arancione “Sir Lancel Bot” in onore del cavaliere della Tavola rotonda Lancillotto. Perché come lui, dicono, sono “valorosi e fidati”. Da quando Quiet Logistics ha aperto i battenti nel 2009 i “Sir Lancel Bot” in servizio sono aumentati e hanno permesso all’azienda di assumere sempre piu’ dipendenti in carne e ossa. Per Quiet Logistics sembra proprio l’automazione la carta vincente per competere, e quindi per dare lavoro sia a ingegneri, informatici e designer sia a magazzinieri, addetti all’imballaggio e trasportatori.  

 

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