I mille Balotelli d’Italia: immigrati e lo sport negato

Regole diverse per ogni federazione

Balotelli Mamma
18 Luglio Lug 2013 0817 18 luglio 2013 18 Luglio 2013 - 08:17

I giovani di origini straniere che vogliono fare sport in Italia hanno molto in comune con Mario Balotelli. Non per quanto riguarda riviste patinate o l’abilità sul campo di gara. Oltre al talento c’è di più: la legge italiana sulla cittadinanza. Perché ai minori non italiani che vogliono praticare un’attività sportiva nel nostro Paese sono precluse le porte delle nazionali giovanili, oltre che l’accesso a molti dei più importanti tornei.

Si chiamano Eusebio Haliti (atleta), Hassane Fofana (atleta), Yassine Rachik (atleta), Razine Marouan (fondista), Stefano Okaka (calciatore), Andrea Stefanescu (ginnasta) o Ivan Zaytsev (pallavolista), per fare i nomi dei più famosi. Stelle dello sport azzurro, nonostante i cognomi “esotici”, che non hanno (o non hanno avuto) gli stessi diritti degli altri sportivi italiani. Perché nel nostro Paese lo ius sanguinis, come si sa, stabilisce che è italiano per nascita solo chi ha genitori italiani. Gli altri, i figli di immigrati nati in Italia o che nel nostro Paese si sono trasferiti dopo la nascita, dovranno aspettare i 18 anni e provare di aver trascorso dieci anni di residenza ininterrotta nel nostro Paese. Il resto, è nelle mani della burocrazia italiana. E basta chiedere ai tanti immigrati in coda agli sportelli delle prefetture per scoprire che a volte bisogna aspettare anche quattro o cinque anni dopo la richiesta. Difficile dire quanti siano. Il Comitato olimpico nazionale (Coni) non li censisce e affida il compito alle singole federazioni: la Federazione italiana atletica leggera (Fidal) ne conta 826 (dagli 11 ai 18 anni), mentre i calciatori under 16 di origine straniera sono circa 30mila. 

Le regole per la partecipazione ai tornei variano in realtà da federazione a federazione. Dalla Fidal assicurano che una soluzione loro l’hanno trovata da oltre dieci anni. «La Fidal consente agli stranieri residenti in Italia, regolarmente tesserati nelle categorie giovanili per club affiliati, di svolgere attività e gareggiare nel nostro Paese. Fino a concorrere nelle manifestazioni che assegnano i titoli nazionali di categoria». E «da qualche stagione il via libera è stato esteso fino alle categorie under 23 (promesse)». Questo è quello che una federazione può fare. A questo punto entra in scena la legge.

Perché anche se questi ragazzi conquistano il titolo di campioni nazionali, non possono certo vestire la maglia delle nazionali. Per quella, serve la cittadinanza. Una volta divenuti cittadini italiani, gli atleti che modificano la propria “bandiera” sportiva sono poi sottoposti ai regolamenti della Federazione internazionale (la Iaaf nel caso dell’atletica). «Ma se si tratta di giovani che non hanno mai rappresentato un Paese in precedenza, il processo di acquisizione della cosiddetta “eleggibilità” è più rapido», dicono alla Fidal.

Alla Fin, Federazione italiana nuoto, specificano che «lo statuto è stato modificato un anno fa, e anche il regolamento organico. Ora bisogna aspettare la ratifica del Coni». La modifica prevista dice che tutti i residenti in Italia potranno partecipare alle gare giovanili. E così, finalmente, anche la giovane promessa del nuoto sincronizzato padovana ma di origini marocchine, alla quale è stato negato qualche settimana di gareggiare con le sue amiche, potrà essere tesserata. Ma, anche in questo caso, niente nazionale. Per indossare la maglia (in questo caso costume) azzurra, bisogna passare per la legge. Altre federazioni, invece, chiedono ai giovani stranieri di presentare documenti aggiuntivi rispetto agli italiani. Alcuni dei quali devono essere richiesti nel Paese d’origine dei loro genitori, con tutte le lentezze che questa procedura comporta. 

La legge sulla cittadinanza è tornata d’attualità negli ultimi mesi, grazie anche alla volontà del ministro Kyenge di introdurre lo ius soli. Nel suo breve mandato da capo del dicastero dello sport, anche Iosefa Idem aveva cercato di introdurre una sorta di “ius soli sportivo”, per cui i minori che praticano sport in Italia possono ricevere la cittadinanza per meriti sportivi in seguito ai risultati raggiunti nelle piste e nei campi italiani. Una possibilità che in realtà è già prerogativa del presidente della Repubblica. Il capo dello Stato può infatti conferire la cittadinanza italiana a chi italiano non è ma ha contribuito a rendere grande l’Italia in questo campo. Un caso è quello di Radko Rudic, reso italiano da Oscar Luigi Scalfaro nel 1992 dopo aver guidato da commissario tecnico all’oro olimpico la nazionale italiana di pallanuoto. L’altro, quello di Andreea Stefanescu, ginnasta rumena stabilitasi a Spoleto, che ha ottenuto la cittadinanza italiana poco prima degli europei del 2008 e che ha partecipato alle Olimpiadi di Londra del 2012, conquistando la medagli di bronzo con le compagne della nazionale. 

Che c’entra Balotelli in tutto questo? La sua storia è nota, complice il fatto che Super Mario pratica lo sport più seguito in Italia: il calcio. Nato a Palermo da genitori ghanesi immigrati, nel 1993 è affidato dal Tribunale per i minori alla famiglia bresciana dei Balotelli. Affidato, non adottato. Una differenza importante, perché l’attuale giocatore del Milan ha dovuto attendere il compimento dei 18 anni per ottenere la cittadinanza italiana, proprio perché in base alla legge 91 del 5 febbraio 1992 il suo affido non era stato convertito in adozione. Una barriera burocratica che ha impedito all’attaccante della nazionale di accedere alle nazionali giovanili di calcio e di poter indossare quindi la maglia azzurra solo a partire dall’Under 21. «Sono italiano, mi sento italiano, giocherò sempre con la Nazionale italiana», spiegò Balotelli alla cerimonia di consegna della carta d’identità nel Comune di Concesio, in provincia di Brescia.

«Il problema è che in Italia esiste ancora una distinzione netta tra vincoli sportivi e diritti fondamentali», spiega Enrico Crocetti Bernardi, avvocato esperto di diritto sportivo. «Il vincolo sportivo, che ti lega contrattualmente alla società per cui pratichi sport, esiste anche per chi è tesserato per squadre dilettantistiche, però chi smette di fare sport a questo livello si ritrova senza pensione, né trattamento di fine rapporto, a differenza di quanto accade negli sport professionistici come il calcio». Esistono quindi due livelli di discriminazione in Italia, secondo Crocetti Bernardi, «validi anche per gli italiani, tra sport e sport: nella pallavolo il vincolo sportivo è più lungo che nel calcio, in cui decade all’età di 25 anni».

Quindi, ecco le discriminazioni: prima di tutto è il Coni a porre delle barriere per le selezioni nazionali, poi tocca alle varie federazioni disciplinarsi. Alcune hanno maglie più larghe, altre meno. Ma ci sono figli di italiani nati all’estero che quando decidono di fare sport nel Paese dei loro genitori sono costretti da alcune federazioni come quella della pallavolo a tesserarsi come stranieri, benché italiani. «Secondo la mia personale linea di pensiero non è corretto, sia negli interessi della nazionale, sia negli interessi dei diritti fondamentali dell’uomo», dice l’avvocato.

Ma il nodo del problema non sta nella legge sulla cittadinanza, per Crocetti Bernardi. «Va cambiata la legge 91 del 1981 che distingue lo sport professionistico da quello dilettantistico, perché obsoleta. E poi bisogna fare in modo che comunitari ed extracomunitari vengano parificati, come poi successo con il caso Ekong». Prince Ikpe Ekong arrivò dalla Nigeria in Italia per giocare nella Reggiana, squadra di calcio di Reggio Emilia con un passato anche nella serie A. Nel 2000, dopo una lunga battaglia, il Tribunale della città emiliana gli diede ragione, permettendogli di essere tesserato dal club nonostante vigesse il divieto di 5 extracomunitari ingaggiabili e 3 schierabili in campo. All’epoca dei fatti, Ekong venne soprannominato il “Bosman nero” e si credette che il suo caso potesse fare giurisprudenza, ma stando ai fatti servì solo ai grandi club della serie A per comprare più campioni esteri. Che l’idea giusta l’avesse allora avuta la Idem? «La sua proposta non mi trova d’accordo. Non ci vogliono leggi ad hoc: se nasci in Italia sei cittadino italiano. Ribadisco: alcune federazioni ti impongono di giocare come straniero per almeno 3 o 4 anni. Questo va cambiato, ma non succede. E sapete perché? Perché lo sport non è sentito come problema fondamentale», chiude Crocetti Bernardi.  

Un problema fondamentale, però, lo è per le seconde generazioni di immigrati, quelle nate in Italia, che si sentono italiane a tutti gli effetti, ma che non possono essere competitivi come i loro compagni di classe. Per questo motivo, la Rete G2 - Seconde generazioni, che riunisce i figli di immigrati e rifugiati politici cresciuti in Italia, ha lanciato una proposta al Coni e alle Federazioni sportive: permettere ai ragazzi arrivati nel nostro Paese da meno di dieci anni di tesserarsi seguendo le stesse procedure dei coetanei italiani. Le norme di contrasto sono nate per limitare la tratta dei giovani talenti sportivi. Ma le prescrizioni del Coni finiscono per discriminare anche chi sui campi da calcio vuole semplicemente divertirsi e, chissà, arrivare fino alla nazionale. 

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