Vent’anni di niente, passati a parlare di Silvio B.

Editoriale

Berlusconi Italia Alfieri
3 Agosto Ago 2013 1041 03 agosto 2013 3 Agosto 2013 - 10:41
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Non capisco cos’abbia da festeggiare chi brinda alla condanna di Silvio B., il Caimano finalmente in trappola dopo un lungo e spettacolare inseguimento giudiziario; capisco ancora di meno l’esercito di Silvio che vorrebbe rovesciare tavolo e governo a dispetto di una condanna ormai definitiva ed esecutiva per frode fiscale e tirare per la giacca il presidente Napolitano, chiedendo sguaiatamente la grazia e l’impunità per il proprio capo. In uno stato di diritto le sentenze si possono criticare, ci si può lamentare per l’accanimento vero o supposto, ma si accettano sempre. Su questo punto non si può retrocedere né avrebbe senso mischiare i campi, far cadere un governo come rappresaglia per la condanna in tribunale.

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Per chi è liberale da sempre e aveva vent’anni quando Silvio B. è sceso in campo, la sentenza di Cassazione di giovedì sera provoca amarezza e qualche breve ragionamento da condividere perché chiude un lungo ciclo politico delle occasioni perse. Il nostro primo, vero, ciclo politico.

Non c’è bisogno di essere berlusconiani (o esserlo stati) per riconoscere cosa si agitasse intorno al Cavaliere in quei mesi a cavallo del 1993-94: il programma economico di Antonio Martino, una ventata liberal-liberista in un Paese ingessato da caste, corporazioni, veti, inefficienze, corruttele e uno sterminato apparato pubblico; “l’impresa al centro” e la scoperta mediatica delle Pmi, per anni culturalmente neglette o riassunte esclusivamente nella grande impresa pubblica ammanicata con la politica o privata (spesso sussidiata); una grande infornata di esponenti della società civile che entrano in Parlamento e nei parlamentini di tutta Italia dopo la cesura di tangentopoli; la batteria dei Martino, Urbani, Rebuffa, Colletti e Melograni che decisero di appoggiarlo, professori così diversi dall’universo snob dell’accademia italiana; un linguaggio chiaro finalmente all’altezza della gente, capace di superare la lingua di legno e il dissimulare continuo della Prima repubblica; e lo straordinario consenso di una borghesia più minuta e sfrangiata, esplosa coi consumi degli anni Ottanta, di quella a cui erano abituati i vecchi partiti: partite iva, ceti produttivi e professionali, piccoli e medi imprenditori, artigiani che decidono di dargli fiducia. Il blocco di una Italia moderata che avrebbe dovuto, specularmente, dare una sferzata salutare all’intero sistema politico e a una sinistra ex Pci vecchia e bolsa, miracolata dalla storia terribile del Novecento. Una specie di effetto Thatcher, in attesa del riformismo di un nostro Tony Blair.

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Questi in breve sono i tratti del ciclone Berlusconi che ricorda un ragazzo liberale di vent’anni, vent’anni fa. Eravamo una piccola minoranza, certo, dentro un Paese che si stava per spaccare intorno alla figura del presidente del Milan, ma le discussioni di allora con gli amici riconoscevano comunque questo tratto alla rivoluzione del Cavaliere, spesso senza approvarla o votarla (come nel caso del sottoscritto). Stavamo in mezzo, prendendo botte a destra e a sinistra: rifuggivamo la vulgata dominante a sinistra che la storia di Silvio potesse semplicemente liquidarsi nel romanzo criminale di un personaggio che entra in politica per sfangarla dalla giustizia comprando il consenso della gente attraverso l’imbonimento del piccolo schermo, e insieme rifuggivamo l’enorme conflitto di interessi che macchiava la sua avventura (inimmaginabile in un altro Paese Occidentale e colpevolmente rimosso a destra), il suo essere esageratemente tycoon con le mani in pasta. Anche se a quel tempo era così forte l’anomalia e l’emergenza italiana (Tangentopoli, la scomparsa delle famiglie politiche della Prima Repubblica tranne l’ex partito comunista) da concedergli i tempi supplementari per stemperarlo e risolverlo (cosa che per primo il centrosinistra al governo del Paese fece mai).

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Cinque anni prima della discesa in campo del Cavaliere era caduto il muro di Berlino. Per la nostra generazione quello fu l’evento con cui ci socializzammo alla vita pubblica. C’è chi lo fece con il reducismo della Prima Guerra mondiale che portò al Fascismo, chi con la caduta del Duce e la nascita della Repubblica antifascista, chi negli anni Sessanta del boom, chi nei lividi anni Settanta delle P38. Alla nostra generazione capitò con il crollo del muro e dell’impero sovietico. Dal punto di vista dell’educazione sentimentale questo ha voluto dire, negli anni successivi, certi libri, certi dibattiti, certe riviste e discussioni per la prima volta ad uso di tutti, non più a circolazione ristretta per camarille e accademie, tra censure e dissimulazioni: non parlo dell’anti-comunismo lugubre e propagandistico alla Libro nero del Comunismo di cui Berlusconi regalerà migliaia di copie durante i suoi comizi elettorali, piuttosto di un intero universo liberale fino a quel momento ostracizzato in Italia dalla cultura dominante.

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Vado a memoria citando l’avventura del mensile Liberal; i libri sulla scuola marginalista austriaca, Hayek & Mises, pubblicati dall’editore Rubbettino; i pamphlet della Biblioteca della Libertà di Nicola Matteucci; la traduzione dei classici di Karl Popper; i libri di battaglia liberale della casa editrice Ideazione o di Liberilibri di Macerata; il filone di denuncia degli ex comunisti spretati, da Furet a Kostler, da Silone ad Aron. E poi la nuova visione europeista aperta dai libri dei dissidenti dell’Est come il polacco Adam Michnik e il ceco Václav Havel o i reportage di Timothy Garton Ash che descrivevano per la prima volta la fine della cortina di ferro e il futuro allargamento come la più compiuta riunificazione europea, la vera chiusura del secolo breve: dopo la fine del nazifascismo nel 1945, finalmente quella del comunismo nel 1989. Dunque un europeismo non più impastato di funzionalismo burocratico e snobismo tecnocratico, capace di fare i conti con la grande tradizione della libertà alla anglosassone. Eravamo diventati d’un tratto “ragazzi dell’Europa”, come cantava Gianna Nannini.

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Tutto questo piccolo mondo effervescente, inconsueto e ostracizzato a sinistra ma non solo, vide nella fregola berlusconiana di sfondamento dentro al paludato conformismo italiano dei primi anni Novanta una possibile testa di ariete, pur vedendone tutti i limiti e i provincialismi. Potevi essere o meno dalla parte del Cavaliere, ma è indubbio che in quegli anni si aprì una finestra. Invece...

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…Invece vent’anni dopo la sentenza della Cassazione suggella simbolicamente tutta l’impotenza di una rivoluzione tradita e una lunga stagione di immobilismo e disastri. Silvio B. che non ha mai voluto né saputo risolvere il proprio gigantesco conflitto di interessi (la Cassazione lo ha confermato definitivamente); il centrosinistra che non si è mai davvero rinnovato e continua a trovare il suo collante esclusivo nell’ammucchiata anti Caimano, salvo poi piegarsi (pur di sbarrare la strada a Matteo Renzi) al governo riluttante con l’arcinemico; una magistratura che resta un colabrodo corporativo troppo spesso inefficiente; un Paese di nuovo sul baratro che ha fatto la cicala per 15 anni al posto delle riforme di struttura; uno stallo politico che dura da quasi due anni e ha obbligato un vecchio presidente agli straordinari del bis al Quirinale; e un Paese che non riesce mai a chiudere in modo ordinato e naturale le proprie stagioni politiche: quella liberale del primo Novecento sfociò nel fascismo, il fascismo in piazzale Loreto, la Prima Repubblica in Tangentopoli e nella fuga di Craxi, la Seconda nella condanna di Silvio B.

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Per questo non riusciamo davvero a capire chi festeggia per il Cavaliere finito in trappola perché è un festeggiare sulle macerie, e non riusciamo a capire chi immagina un ritorno mitico a Forza Italia, l’ordalia elettorale che lava via condanne passate in giudicato con la spallata populista, roba da Paese sudamericano. L’Italia che sta in mezzo a queste beghe non capisce più da tempo, vorrebbe si parlasse d’altro: di tasse, di burocrazia, di debito pubblico, di impresa, di scuola e di cultura. Dei mille problemi che abbiamo e del Paese al futuro, tra 10 anni, uscendo dal bipolarismo infernale «impunità contro giustizialismo».

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Sono da un paio di giorni in vacanza a Cefalù, in Sicilia, per molti anni un feudo berlusconiano. Qui ha la casa al mare Gianfranco Miccichè, viene a fare il bagno Renato Schifani e Simona Vicari è stata per due mandati sindaco. Riporto una piccola sensazione. Giovedì sera durante le ore concitate del post sentenza, non c’è stato alcun sussulto, alcun pezzetto di popolo “pronto a marciare dietro a Silvio contro la dittatura delle toghe rosse”, come si figurano certi falchi che svolazzano intorno al Cavaliere. La gente passeggiava in corso Ruggero, mangiava il gelato, si arrabattava per arrivare a fine mese. Tutto prosegue e continua a dispetto del palazzaccio e di palazzo Grazioli. Intendiamoci Cefalù è solo un minuscolo segnale debole, forse insignificante, ma l’impressione forte è che la gente abbia digerito e sputato il ventennio berlusconiano. Come i mercati e lo spread che stanno ignorando le bizze di Silvio (almeno finché non diventeranno pericolosi ribaltoni istituzionali e crisi di governo).

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In fondo, nelle ultime elezioni, il Cavaliere ha perso milioni di voti e se resta ancora decisivo lo si deve all’insipienza di una sinistra impalpabile e litigiosa e all’immobilismo di una casta autoreferenziale che ha fatto nascere Grillo. Tri-polarizzando il voto degli italiani e regalandoci lo stallo del pareggione elettorale.

E questo rende ancor più surreale e pericolosa la vicenda di due fazioni di giapponesi – i falchi contro i manettari – che si scontrano sulla pelle di un Paese che è già terribilmente oltre, preso in mezzo a una crisi epocale, e continuano a sequestrarlo. Tenendoci tutti sospesi. È questa la sensazione che ci resta in bocca, vent’anni dopo la nostra educazione sentimentale. Dal primo al secondo video-messaggio di Silvio B. Dalla prima alla seconda Forza Italia. Dalla prima alla seconda scesa in campo dei tecnici per salvare il Paese. Dal primo all’ultimo centrosinistra così uguale a se stesso. È una sensazione di vuoto, di frastuono, di cose promesse e non mantenute. Un cambiamento che sarebbe potuto essere ma non è stato. Vent’anni di niente, parlando sempre ossessivamente di Silvio.

Twitter: @AlfieriMarco

Berlusconi Voto 1994Silvio Berlusconi vota alle elezioni del 1994, che vincerà (Massimo Sambucetti/Afp)

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