Il debito pubblico, sempre più grande e meno all’estero

In mani estere sempre meno Btp

Mercati Index Trader
12 Agosto Ago 2013 1531 12 agosto 2013 12 Agosto 2013 - 15:31
Messe Frankfurt

Il debito pubblico italiano è sempre più un affare di famiglia. Da un lato il valore complessivo aumenta sempre più, 2.075 miliardi di euro a giugno di quest’anno. Dall’altro la quota di bond governativi detenuti dagli stranieri continua a essere bassa rispetto alo scenario pre-crisi. Come ha calcolato il think tank Bruegel, alla fine del primo trimestre 2013, i non residenti avevano in pancia il 40,7% del debito italiano circolante. Un calo di oltre 10 punti percentuali rispetto al primo trimestre di due anni fa.

I calcoli del Bruegel lasciano poco spazio all’ottimismo. Sono lontani i tempi del 2006, quando a fine del primo trimestre la quota di debito pubblico italiano in pancia ai residenti era pari al 48,6%, mentre quella in mano agli stranieri era del 51,4 per cento. Il tutto su un ammontare di debito circolante pari a 1.315,090 miliardi di euro. Man mano che passa il tempo, e con esso l’inizio della crisi del mercato immobiliare statunitense e l’avvio delle turbolenze dell’eurozona, crescono anche le emissioni e il circolante. A fine 2011 quest’ultimo avrà raggiunto i 1.604,536 miliardi di euro. Peccato che nei sei mesi precedenti iniziò la grande fuga dall’Italia e dal suo debito.

I dati del think tank di Bruxelles, di cui peraltro Mario Monti è stato presidente, cristallizzano cosa successe fra maggio e settembre 2011. Quando cioè l’Italia perse in modo fulmineo la propria credibilità internazionale sui mercati obbligazionari. Alla fine del secondo trimestre di due anni fa, a fronte di un debito circolante di 1.603,692 miliardi di euro, la quota in mano ai residenti era del 49,3%, in linea con il trend gli ultimi anni, tranne per il quarto trimestre 2008, quando toccò il livello di 51,6% a seguito del collasso di Lehman Brothers. Poi, inizia il finimondo. Lo spread fra Btp e Bund che corre a ritmo mai visto prima, la crisi di fiducia sul governo di Silvio Berlusconi, la lettera della Banca centrale europea (Bce) e l’avvio del Securities markets programme (Smp), il piano di acquisto di bond governativi della Bce sui mercati secondari. Il risultato è che a fine 2011 la quota di debito pubblico italiano nel portafoglio dei residenti passa al 55 per cento. Quantitativamente, il debito in pancia agli italiani passa dai 790,235 miliardi di euro del secondo trimestre 2011 agli 882,751 miliardi di fine 2011. Di contro, quello in mano gli esteri cala dagli 813,456 miliardi di euro a 721,786 miliardi. Nell’arco di sei mesi il calo dei non residenti è quindi quantificabile in quasi 92 miliardi di euro. Per la precisione, 91,670 miliardi di euro.

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La situazione, a oggi, non è mutata di molto. Al primo trimestre 2013 la percentuale di debito pubblico in mano ai residenti è stata pari al 59,3% del circolante, 1.701,560 miliardi di euro. In altre parole, 1.009,019 miliardi di euro. Se è vero che l’Italia si è ben comportata sui mercati obbligazionari nell’ultimo anno, è altrettanto vero che un’autarchia di questo genere non giova alla reputazione del Paese. Questo perché nella buona performance italiana c’è la complicità del lancio delle Outright monetary transaction (Omt, il sostituto del Smp) da parte della Bce e un costante allungamento delle scadenze delle emissioni di debito pubblico italiano. Ma soprattutto, c’è lo zampino delle Long-Term refinancing operation (Ltro, o operazioni di rifinanziamento a lungo termine) adottate sempre da Mario Draghi fra 2011 e 2012, che hanno permesso alle banche italiane di sostituirsi agli esteri nelle aste di debito pubblico. Non è un caso che proprio gli istituti di credito italiani siano fra i meno virtuosi nel rimborso della liquidità ricevuta tramite le Ltro, circa 259 miliardi di euro. Le conseguenze di questo scenario alla giapponese potrebbero essere gravi in caso di nuove tensioni del Paese sul mercato obbligazionario.

In questo scenario di autarchia, chi va controcorrente sono due Paesi su tutti. Innanzitutto la Germania, che conserva il suo ruolo di porto sicuro della zona euro. Prendendo in esame lo stesso periodo temporale preso precedentemente per l’Italia, quindi dal primo trimestre del 2006 al primo del 2013, il debito pubblico tedesco è passato da una quota in pancia ai residenti del 55,4%, su 1.508,932 miliardi di euro di circolante, a una del 38,4%, su 1.804,662 miliardi. Il fly-to-quality continua. E nel caso di nuove tensioni sui Paesi periferici, potrebbe amplificarsi. Sembrano lontanissimi i tempi in cui la quota di debito pubblico in pancia dei tedeschi era al 79,2 per cento. In effetti lo sono, dato che si trattava del primo trimestre del 1991. Uno dei risultati della crisi dell’eurozona? Mai la percentuale di stranieri detentori di bond governativi tedeschi è stata così alta negli ultimi 22 anni.

Poi c’è la Francia. Nello stesso intervallo temporale la quota di debito detenuta dai residenti è rimasta stabile. Dal 47%, su 616,976 miliardi di euro di circolante, del primo trimestre 2006 al 44%, su 999,527 miliardi, dei primi tre mesi del 2013. Aumenta il circolante, rimane la fiducia degli investitori stranieri sulla solidità di Parigi, che rimane insieme a Berlino una delle preferenze in caso di turbolenze. Nel periodo più nero della crisi dell’euro, fra 2011 ed estate 2012, la percentuale di debito francese in pancia ai non residenti non ha subito variazioni.

Nonostante sia la terza economia continentale, l’Italia e il suo debito attraggono sempre meno gli stranieri. E se non ci fosse stato il supporto di Francoforte, cioè Draghi, il quadro per il Paese sarebbe stato ancora peggiore e avrebbe forse portato il Paese alla perdita dell’accesso ai mercati. In sostanza, il peggio che si potesse immaginare. E non è escluso che l’attuale assetto sia più sicuro.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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