Processo Ergenekon: “Ennesimo colpo di mano di Erdoğan”

L’intervista

Sik
15 Agosto Ago 2013 1750 15 agosto 2013 15 Agosto 2013 - 17:50

ISTANBUL - Ahmet Sik, giornalista, autore de L’Esercito dell’Imam, libro confiscato e distrutto dalle autorità turche nel 2011 e poi pubblicato dalla casa editrice Postaci grazie ad un’iniziativa di 125 tra giornalisti, accademici, intellettuali, è finito nelle maglie dell’inchiesta “Ergenekon” che s’è chiusa il 5 agosto con condanne spettacolari per generali, politici, giornalisti. Arrestato nel marzo del 2011 con l’accusa di far parte di un’organizzazione terroristica armata di natura eversiva e di aver scritto L’Esercito dell’Imam per conto dell’organizzazione ultranazionalista Ergenekon, Ahmet Sik è rimasto in prigione per un anno. Liberato nel marzo 2012, il suo processo continua (ultima udienza a settembre prossimo). In questa intervista esclusiva concessa a Linkiesta, ci dà la sua opinione sul maxi-processo che agita lo scenario politico turco da diversi anni.

Ahmet, come giudica la sentenza del processo “Ergenekon”?
Questa sentenza non mi sorprende, immaginavo che sarebbe andata a finire così. Tutto quello che è trapelato dai documenti ufficiali di questi ultimi sei anni alla fine s’è avverato e credo pure che nell’ultimo grado di giudizio la sentenza sarà confermata. Bisogna dire forte e chiaro che questa sentenza è una grande menzogna e una montatura per far credere all’opinione pubblica turca che la magistratura abbia messo in prigione membri della rete eversiva Kontrgerrilla (la Gladio turca, ndr) e coloro che hanno ordito un colpo di stato ai danni del governo dell’Akp. Ma in realtà il vero scopo delle investigazioni del tribunale è un altro. 

Cioè ?
Le inchieste sui membri della rete Gladio in Turchia si fermano soprattutto agli anni Cinquanta. Ci sono stati però omicidi, assassini politici che sappiamo benissimo furono opera di Gladio, eppure non sono stati investigati in questo processo. La verità è che questo è un processo per condannare gli oppositori dell’AKP e coloro che avversano la ‘santa alleanza’ con la Comunità Gülen (una delle più influenti comunità islamiche al mondo, il cui capo spirituale, Fethullah Gülen risiede in esilio in Pennsylvania dal 1999, ndr). Guarda caso tutti coloro che si sono opposti o che hanno fatto inchieste su questa alleanza strategica sono stati investigati e condannati a vari livelli. Il processo “Ergenekon” non è un processo equilibrato ma un processo basato sulla vendetta. Anche coloro che lo hanno difeso poi nel tempo si sono dovuti arrendere di fronte a questa verità. Non solo “Ergenekon” ma anche i processi “Balyoz”, “KCK” (Unione delle Comunità del Kurdistan, ndr) non hanno fatto altro che dividere in due il paese. Perché si tratta di processi politici. Alcuni sono manifestamente pro-AKP, altri indagano progetti eversivi a danno dell’AKP. Ciascuna delle due parti pensa che l’altra è colpevole e così il paese si trova spaccato in due. Nel processo Ergenekon ci sono colpevoli ma anche tanti innocenti. È un calderone in cui i giudici hanno voluto gettare dentro un po’ tutto. L’assurdità è che esistevano realmente dei tentativi di colpi di stato ma oramai il processo “Ergenekon” è stato così snaturato che non è più quello che avrebbe dovuto essere. Sono state utilizzate informazioni corrette e complotti reali per altri fini. 

Un processo farsa dunque per mascherare altri tipi di attività?
I responsabili dei tentativi di colpi di Stato devono essere individuati, processati e condannati. Ma certo questo non è il modo giusto di procedere. Si è lavorato solo per dare una legittimazione a livello di opinione pubblica tanto che nel processo sono finiti tanti personaggi oscuri che erano palesemente colpevoli e che avevano un passato criminale, veri e propri assassini. Ma ripeto, ciò è stato fatto per dare maggiore legittimità al processo e non per investigare i crimini reali e le cause reali di queste processo. In questo l’inchiesta “Ergenekon” è l’ennesimo colpo di mano di Erdoğan e ha fallito clamorosamente trasformandosi nel trionfo dell’illegalità. Diversi membri dell’organizzazione Kontrgerrilla non sono stati condannati per le loro attività di spionaggio o per le loro attività eversive ma per altre attività che non avevano quasi nulla a che fare con le loro responsabilità oggettive.

L’organizzazione terroristica “Ergenekon” è anche dietro l’assassinio del giornalista turco-armeno Hrant Dink.
In generale si continua a pensare che gli assassini di Hrant Dink siano stati condannati. Ma i veri assassini di Hrant Dink sono stati condannati per altre reati, non per l’uccisione del giornalista e il processo reale concernente il suo assassinio è stato chiuso. I criminali che hanno ordinato massacri in Kurdistan durante gli anni bui della guerra turco-curda non sono stati processati e nessuno è stato condannato per aver disseminato il Kurdistan turco di fosse comuni. Nessuna condanna, all’interno del processo Ergenekon, sulle attività criminali di quegli anni, nessuna condanna per gli assassini e le epurazioni a danno dei Curdi nel Sud Est della Turchia. 

Processi come Balyoz e Ergenekon, non sono forse serviti ad Erdoğan per sbarazzarsi dei quadri dell’esercito in modo che quest’ultimo non possa più controbilanciare il suo potere? 
Forse l’unica cosa positiva di queste inchieste è la sparizione dell’esercito dalla scena pubblica, dato che il suo peso è sempre stato fin troppo preponderante nella storia repubblicana della Turchia. Ma i metodi utilizzati dalla magistratura che ha investigato nell’ambito dell’inchiesta “Ergenkon” sono esattanente quelli dell’epoca della dittatura militare. Ecco perché Erdoğan oramai è a mio avviso una figura sempre più autoritaria. Non siamo più infatti al cospetto di una forma di governo che esprime un totalitarismo di tipo militare ma di un governo che esprime un totalitarismo di tipo ‘civile’ attraverso l’uso della magistratura per eliminare gli oppositori politici, attraverso una moralizzazione della società che agisce sulle donne, sul velo, sull’alcool, attraverso la repressione della libertà di stampa e in generale della libertà di espressione. Tutti questi sono diversi aspetti di quello che io definirei una forma di ‘totalitarismo civile’, perché colpisce la società nella sua globalità e finirà presto o tardi per diventare forse ancora peggio della dittatura militare che in certi ambiti invece lasciava paradossalmente maggiore libertà. Attraverso i processi “Ergenekon”, “Balyoz” e “KCK” in realtà si sta plasmando la società turca e creando una nuova società. 

Ahmet, lei stesso è stato coinvolto nell’inchiesta “Ergenekon” ed è stato accusato di aver scritto sotto dettatura il libro L’Esercito dell’Imam in cui denunciava le infiltrazioni della Comunità Gülen nella polizia.
Il nostro processo è la dimostrazione di come sono stati orchestrati questi processi, ovvero attraverso tutta una serie di menzogne e prove inventate di sana pianta. Non è difficile vedere come questo genere di processi venga utilizzato per togliere di mezzo nemici politici e oppositori. Il processo come quello a cui sono sottoposto dal marzo del 2011 serve a coprire il fatto che la Turchia stia diventando ogni giorno un paese sempre più autoritario. L’ultima udienza sarà a settembre, poi il verdetto finale sarà emesso qualche mese dopo. Staremo a vedere. 

L’alleanza strategica tra AKP e Fethulla Gülen è durata a lungo ma ci sono stati anche contrasti ed ultimamente sono piovute critiche anche da quel versante su Erdoğan per come ha gestito gli eventi di Gezi Park
L’alleanza tra AKP e Fethullah Gülen continua. Lo abbiamo visto sopprattutto nella direzione che hanno preso i processi politici “Ergenekon”, “Balyoz”, “KCK”. Continua perché queste due forze hanno un partenariato politico, un progetto comune, un’idea di società. Se infatti fosse cessata questa collaborazione si sarebbe dovuto investigare anche sul processo Ergenekon date le storture e le violazioni che lo hanno caratterizzato. Ma sia l’AKP che la Comunità Gülen non possono correre questo rischio. Ovvio che tra di loro ci sia anche una guerra in corso, sin dai tempi della crisi del MIT (servizio segreto turco, ndr) e nel futuro sono sicuro che le distanze aumenteranno così come pure i contrasti. 

Ahmet lei nel suo libro dice che gli organi della polizia sono stati infiltrati dalla comunità Gülen.
L’organizzazione della Comunità Gülen all’interno della polizia è molto forte. Soprattutto ha conquistato oramai tutti i posti chiave. Le penetrazione è così profonda che anche se si volesse sarebbe impossibile oramai smantellarla. Purtroppo, come dimostrano i processi politici ai quali stiamo assistendo, anche la magistratura è oramai sotto il suo controllo. Dunque se si guarda al processo in sé, le investigazioni sono fatte dalla polizia ed i giudizi sono emessi dalla magistratura, due forze oramai saldamente nelle mani della Comunità Gülen. La Comunità gestisce i processi politici dall’inizio alla fine e usa gli organi dello stato per portare avanti il suo progetto politico e di società. Anche il primo ministro Erdoğan lo ha capito e lo ha capito nel momento in cui la Comunità Gülen ha cominciato ad attaccarlo nel corso della crisi del MIT. La guerra comunque continua tra le due parti. All’interno dell’amministrazione della polizia ad esempio centinaia di poliziotti sono stati trasferiti in sedi in cui sono completamente innocui (i poliziotti impegnati nell’indagine MIT-PKK, ndr). I tribunali speciali sono stati aboliti perché sotto il controllo della Comunità. Il governo ha chiuso anche dei centri di educazione per preparare gli esami all’università che erano una risorsa umana e finanziaria non indifferente per la Cemaat (Comunità Gülen, ndr).

Parliamo di Gezi Park e dei media.
Gezi Park dimostra che la situazione dei media in Turchia è più che problematica. Molti giornalisti che hanno seguito gli eventi sono stati licenziati, sono stati costretti a dimettersi o sono stati trasferiti. In Turchia non si può fare vero giornalismo. Sono molto pessimista sulla situazione che a mio parere peggiora e non credo purtroppo avrà un’evoluzione positiva. Man mano che passano gli anni ci sarà sempre meno libertà d’espressione e la situazione purtroppo non farà che peggiorare.  

Twitter: @marco_cesario

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