L’Fbi mette gli interrogatori del serial killer sul web

Si è suicidato in cella il 2 dicembre

Keyes Serial Killer
20 Agosto Ago 2013 1835 20 agosto 2013 20 Agosto 2013 - 18:35
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La scena del crimine è, letteralmente, agghiacciante: Anchorage, il più grande centro abitato d’Alaska. Una città di circa 300mila abitanti dove la temperatura può toccare, negli inverni peggiori, i -30°.

Il 1° febbraio 2012 un uomo armato rapisce la barista Samantha Koenig. 18 anni, la Koenig è descritta dal padre come una ragazza dolce e disponibile, “la migliore amica di tutti”. All’inizio i familiari pensano a un sequestro, raccolgono migliaia di dollari come ricompensa per chi darà informazioni utili a ritrovarla. Conosceranno la tragica verità solo mesi dopo: la ragazza è stata stuprata, strangolata e smembrata, i resti del suo corpo gettati in un lago ghiacciato.

 

Il 13 marzo, a oltre cinquemila chilometri di distanza, a Lufkin (Texas), la polizia arresta Israel Keyes. L’uomo non ha l’aria del mostro. Trentaquattro anni, nato nello Utah, è un carpentiere con un passato nell’esercito. Un piccolo imprenditore che vota democratico, proprietario di una minuscola ditta ad Anchorage, la Keyes Construction. Non è accusato di omicidio, ma di aver usato illecitamente la carta di credito di un’altra persona. Di Samantha Koenig, per la precisione. Il magistrato texano lo rispedisce in Alaska; Keyes lo ringrazia.

Quella che all’inizio è solo una “person of interest” nel caso Koenig, si trasforma presto in un sospettato. La polizia di Anchorage e l’Fbi iniziano a interrogarlo. E scoprono di non avere tra le mani un semplice ladruncolo. Reo confesso di svariati omicidi, Keyes sarebbe uno spietato serial killer. Secondo l’Fbi potrebbe aver ucciso, tra il 2001 e il marzo 2012, undici persone in vari Stati dell’Unione. Il condizionale tuttavia è d’obbligo.

«Possiamo essere piuttosto certi che Israel Keyes abbia commesso l’assassinio della Koenig, ma comunque non è stato condannato per esso. Né è stato accusato degli altri omicidi che sostiene di aver commesso; abbiamo solo le sue dichiarazioni di averli compiuti. Dovremmo credergli? Perché mentirebbe?», dice a Linkiesta David Wilson, uno dei più autorevoli criminologi britannici.

Samantha KoenigSamantha Koenig, nata il 30 agosto 1993, è stata rapita e uccisa nel 2012

Docente di criminologia e direttore del Centro di Criminologia Applicata alla Birmingham City University, Wilson parla chiaro: «Nella mia esperienza di lavoro con i serial killer ho imparato che mentono di continuo: esagerano, romanzano i fatti, fantasticano, perché di solito si tratta di persone molto narcisistiche, che amano essere al centro dell’attenzione. Non dovremmo quindi accontentarci di accettare le dichiarazioni di Keyes, ma attendere finché l’Fbi, o chi per essa, non trovi delle prove. È anche interessante notare come Keyes non avesse un particolare tipo di vittima; dichiara di aver ucciso uomini, donne, ragazze, giovani, vecchi… questa è una cosa insolita.»

Nel comunicato per la stampa rilasciato dall’Fbi, Keyes è descritto come un soggetto con un approccio al crimine “meticoloso e organizzato”. Un soggetto che, forse anche grazie al suo passato da militare, pianifica i delitti in ogni dettaglio, arrivando a seppellire in varie località d’America armi, soldi e attrezzatura utile per liberarsi dei cadaveri: veri e propri “kit da omicidio”, insomma.

A detta di Jolene Goeden, agente speciale della divisione FBI di Anchorage, i crimini di Keyes «richiedevano un’enorme dose di pianificazione. Lui amava quello che faceva, e non aveva alcun rimorso. Ci ha detto che se non fosse stato preso, avrebbe continuato a rapire e uccidere gente».

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Nel suo sito l’Fbi non esita a definire Keyes “un prolifico serial killer.” Il professor Scott Bonn, docente associato di sociologia alla Drew University, parla di un puntiglioso thrill killer (assassino del fremito, una sottocategoria di assassino seriale).

«I thrill killer sono edonistici, e traggono la loro soddisfazione dal processo dell’omicidio, ossia dalle azioni che portano a esso, piuttosto che dall’omicidio in sé. – dichiara a Linkiesta Bonn – Normalmente, il thrill killer sceglie le sue vittime tra gli estranei, anche se potrebbe seguirle furtivamente per un certo lasso di tempo prima dell’attacco, per alimentare l’eccitazione della caccia. I thrill killer bramano la scarica di adrenalina che nasce quando seguono e cacciano le loro vittime.»

Obiettivo dei thrill killer è generare sofferenza o terrore nelle loro vittime, perché questo gli provoca «intenso eccitamento. Normalmente l’attacco di un thrill killer non è prolungato, e l’omicidio non ha risvolti sessuali. Una volta che la vittima è morta, il thrill killer perde interesse quasi immediatamente. Pertanto in questi casi sono rari gli atti di mutilazione post-mortem e necrofilia.»

Sempre a detta di Bonn, quello di Keyes è un probabile caso di psicopatia, ossia un disturbo antisociale di personalità. «La psicopatia non è considerata una malattia mentale dall’Apa, l’Associazione Psichiatrica Americana. Gli psicopatici sono semplicemente incapaci di sentire empatia verso le altre persone, e perciò non provano senso di colpa o rimorso per i loro crimini. I serial killer psicopatici non attribuiscono valore alla vita umana, e sono molto spietati e brutali nell’interazione con le vittime. Pochissimi serial killer invece soffrono di una malattia mentale così debilitante da essere considerati mentalmente malati dal nostro sistema giudiziario.»

Serial Killer LakeSommozzotori e agenti dell’Fbi cercano il corpo di Samantha Koenig nel Lago Manatuska

Sembra che la psicopatia abbia cause genetiche. «Secondo il defunto David Lykken, un genetista comportamentale conosciuto per i suoi studi sui gemelli, la psicopatia è collegata a un difetto fisiologico che ha le sue radici in un sottosviluppo di quella parte di cervello responsabile del controllo degli impulsi e delle emozioni.» Anche se gli psicopatici sono incapaci di empatia, mostrano un’inspiegabile abilità nel simularla; proprio questo «rende i serial killer particolarmente pericolosi, dal momento che appaiono così disarmanti e poco minacciosi.»

In effetti pure Keyes sembra innocuo. Tra i suoi clienti ha la fama di “uomo onesto”, i vicini lo considerano gentile ed educato. E invece questo piccolo imprenditore onesto ed educato assassina gente scegliendola tra maschi e femmine di ogni età. Li cerca in posti sperduti e poco frequentati, come parchi, campeggi, cimiteri. Non è improbabile, a detta dell’Fbi, che «in alcuni casi Keyes abbia rapito la sua vittima in uno Stato, l’abbia portata in un altro per ucciderla, e magari abbia trasportato il corpo in un terzo Stato per liberarsene».

Secondo le stime, negli Stati Uniti sarebbero attivi tra i 25 e i 50 serial killer, responsabili dell’1% dei 15mila omicidi annui. Tuttavia i presunti crimini di Keyes sono così raccapriccianti da ricordare la trama di un episodio del telefilm Dexter, che ha come protagonista il serial killer eponimo. A differenza di Dexter, però, Keyes non è l’invenzione di un romanziere, ma forse “il serial killer più meticoloso dei tempi moderni” (copyright della testata online Slate).

«A livello accademico si definisce serial killer chi commette tre omicidi in un periodo di tempo superiore ai trenta giorni, ed è condannato per essi. È questo che distingue i serial killer dagli assassini di massa e da quelli compulsivi. Pertanto c’è un elemento temporale (più di trenta giorni), e c’è una soglia numerica di omicidi (tre vittime o più) – sottolinea Wilson – Comunque, l’Fbi usa la soglia numerica di soli due omicidi, e ciò implica un numero di serial killer maggiore che se si usasse la definizione che prevede tre omicidi.»

Figlio di mormoni, Keyes cresce nello stato di Washington, in un ambiente religioso intriso di razzismo e antisemitismo. Nella chiesa che frequenta impara, per esempio, che i veri figli d’Israele sono gli ariani, non gli ebrei. Una lezione appresa anche da un altro aficionado della chiesa, Chevie Kehoe, futuro suprematista bianco condannato all’ergastolo per triplice omicidio.

Al pari di Kehoe, che sogna di diventare un pilota come il Top Gun hollywoodiano, anche il giovane Keyes è affascinato dalla carriera militare. Ma inaugura prima quella criminale. Secondo quanto confessato all’FBI, nell’estate del 1997 (o del 1998), in Oregon, rapisce e stupra una ragazza. Non la uccide, però. Per il primo omicidio passerà ancora qualche anno.

Nell’esercito Keyes non se la cava male. Serve prima a Fort Lewis, poi a Fort Hood (base texana balzata agli onori delle cronache perché nel 2009 il maggiore Nidal Hasan uccide, in nome dello jihad, ben 13 persone). Infine viene mandato nell’Egitto di Hosni Mubarak.

Nel 2001, alla vigilia dell’11 settembre, Keyes lascia l’esercito, e proprio quell’anno, nello stato di Washington, commette il suo primo omicidio. Successivamente uccide una coppia. Tra il 2005 e il 2006 ammazza altre due persone, sbarazzandosi dei cadaveri con una barca; getta almeno uno dei cadaveri nel Lake Crescent, lago dello Stato di Washington famoso per le sue profonde acque color blu cobalto.

Nel marzo del 2007 Keyes, alla ricerca di nuove opportunità lavorative, si trasferisce in Alaska; Anchorage diventa la sua base operativa. Grazie al suo lavoro da carpentiere ha modo di viaggiare in tutta l’America. Visita il Nord Dakota, l’Arizona, il Massachusetts, la California e il Wyoming. Si reca pure in Messico, Belize e soprattutto a Montréal, in Canada, per fare sesso a pagamento. Naturalmente tutti questi viaggi costano, e lui li finanzia sia con i guadagni derivanti dalla carpenteria, sia con rapine alle banche.

Nel 2009 rapisce e uccide una donna, che seppelisce da qualche parte nello Stato di New York. Due anni dopo da Anchorage prende un volo per Chicago; quindi affitta un’auto e va ad Essex, graziosa cittadina di uno Stato, il Vermont, famoso soprattutto per il suo sciroppo d’acero. Cerca le sue nuove vittime in una casa isolata, con un garage e nessun sistema di allarme. Individua la casa di Bill e Lorraine Currier, una coppia di mezza età senza figli. Li rapisce nella notte, li porta in una vecchia fattoria abbandonata e li uccide brutalmente.

Bill Lorraine CurrierBill e Lorraine Currier, brutalmente uccisi nella loro casa nel Vermont

Dopo il massacro dei coniugi Keyes torna a Chicago, e prende un aereo per San Francisco. Rimane in California una sola notte, poi fa ritorno ad Anchorage. Il 1° febbraio rapisce e uccide la Koenig, quindi si reca a sud: prima in Louisiana, poi in Texas, dove non solo brucia una casa e rapina una banca, ma forse commette pure un omicidio. La sua carriera criminale finisce proprio in Texas, quando viene arrestato per aver illecitamente utilizzato una carta di credito.

Tutto fa pensare che l’arresto abbia scongiurato nuovi, imminenti massacri: all’Fbi infatti Keyes racconta che era sua intenzione iniziare a colpire nel Sudest (area tristemente nota per gli uragani che la investono), e usare il suo lavoro da carpentiere come copertura.

In Alaska Keyes trova la morte. Si suicida nella sua cella il 2 dicembre 2012. Secondo l’agente speciale dell’FBI Jolene Goeden, “voleva la pena di morte e la voleva in fretta. Voleva evitare i processi, la pubblicità e l’attenzione dei media, e voleva evitare di essere portato da giurisdizione all’altra ed essere processato in più posti. Non voleva stare in galera per molto tempo.”

Le parole della Goeden sono confermate a Linkiesta da Steven Egger, professore associato di criminologia all’Università di Houston a Clear Lake, in Texas. «Si è suicidato perché, penso, non voleva passare attraverso le pastoie del processo, e tutti gli esami e le perizie a cui lo avrebbero sottoposto gli psichiatri, per capire perché uccideva. Lui sapeva perché uccideva, e non voleva dirlo a nessun altro.»

Secondo il criminologo, l’azione criminale di Keyes è stata involontariamente facilitata dal fatto che le diverse forze di polizia locali, statali e federali non amano condividere tra loro le informazioni. «Il problema è che negli Stati Uniti abbiamo molte giurisdizioni diverse, che non riescono a comunicare bene tra loro. Quando c’è un crimine, le autorità del luogo lo trattano come un caso a sé, e non verificano se in altre giurisdizioni si siano verificati casi simili.»

In effetti per oltre un decennio Keyes ha potuto agire pressoché indisturbato. Peraltro il suo modus operandi era particolarmente subdolo. «Keyes ha potuto uccidere per un tempo così lungo perché tutte le sue vittime gli erano estranee, non c’era nulla che le collegasse insieme, e inoltre i crimini avvenivano in località diverse. Viaggiava molto ed era difficile seguire le sue tracce – rileva Bonn – Molti assassini uccidono persone che conoscono, i serial killer no, e questo rende assai difficile la loro identificazione e cattura. Keyes, poi, risultava particolarmente difficile da catturare, perché si spostava così tanto. Questo è insolito per un serial killer.»

A Linkiesta Egger sottolinea una cosa. «Keyes, come molti serial killer, sceglieva le sue vittime tra le persone davvero vulnerabili. Persone “meno che vive”, perché non prestiamo molta attenzione a esse, e quando vengono assassinate diventano “meno che morte”. Si tratta di gente ai margini: prostitute, senzatetto, donne anziane, tutte persone che gran parte della popolazione ignora.»

In merito è interessante quanto detto ai media da un ufficiale della polizia di Anchorage, Jeff Bell. «Keyes ha dichiarato che poteva guardare qualcuno e decidere se aveva l’aria di una persona che sarebbe mancata più di altre».

Bell ha partecipato agli interrogatori di Keyes al pari di Jolene Goeden. Trentaquattro anni, capelli biondi e occhi azzurri, originaria del Wyoming, l’agente speciale dell’Fbi ad Anchorage ha trascorso ore con Keyes, in sfibranti colloqui dove l’accusato sembrava giocare “al gatto e al topo” con gli investigatori.

«Ogni aspetto dei suoi crimini era meticolosamente pianificato, e i nostri colloqui con lui erano lo stesso, dal suo punto di vista. Non ho mai avuto la sensazione che ci avesse detto qualcosa accidentalmente, o che si fosse arrabbiato e innervosito e si fosse lasciato sfuggire qualcosa. La mia sensazione invece è che ogni volta lui sapesse quello che ci avrebbe riferito quel giorno».

Chissà se la Goeden concorderebbe con l’epitaffio che il procuratore federale del Vermont, Tris Coffin, ha voluto dedicare a Keyes: «Una forza di puro male che agiva a caso». Peraltro non si sa ancora quante persone abbia veramente ucciso. Di sicuro almeno una, Samantha Koenig.

Le indagini però continuano, l’Fbi ha persino diffuso i video degli interrogatori; la speranza è che qualcuno li veda, e contribuisca a dare un volto e un nome alle presunte vittime di Keyes. In modo che pure “i meno che morti” possano finalmente riposare in pace.

Twitter: @gabrielecatania

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