L’attivista che ha portato la Germania al «terzo sesso»

Intervista con Lucie Veith

Veith
24 Agosto Ago 2013 0900 24 agosto 2013 24 Agosto 2013 - 09:00

Quando l’attivista tedesca Lucie Veith scoprì, in realtà, di essere un uomo, aveva già 23 anni. Due anni prima, si era sposata con suo marito in chiesa. La scoperta diede inizio a una serie di operazioni e trattamenti dolorosi. Seguirono disagi fisici e depressioni. Eppure, è una storia a lieto fine. Veith è ora presidentessa della Associazione tedesca degli intersessuali, e con la sua battaglia di fronte all’Onu per vedere riconosciuti i diritti di questa minoranza ha appena dato inizio a una rivoluzione giuridica e sociale in Germania, primo Paese in Europa e secondo al mondo che introdurrà il “terzo sesso”. Linkiesta ha parlato con lei.

Dal 1 novembre la Germania sarà il primo paese in Europa dove alla nascita sarà possibile registrare i neonati come “indeterminati”, cioè non appartenenti né al genere femminile né a quello maschile. I genitori potranno scegliere di non determinare il sesso del bambino nell’atto di nascita registrato all’anagrafe, se (e solo se) i medici riscontrano che non c’è una netta predominanza delle connotazioni di uno dei due generi. Da adulti gli intersessuali potranno scegliere di optare per uno dei due sessi o rimanere indeterminati. La legge riguarda solo questo gruppo di persone e non si riferisce ai transessuali, la cui posizione in Germania è già difesa da altre leggi.

Questo grande passo è risultato di una normativa approvata lo scorso mese di maggio, rimasta però lontana dal dibattito pubblico fino a quando la scorsa settimana il giursista Heribert Prantl ha pubblicato un articolo sulla Süddeutsche Zeitung in cui attirava l’attenzione sul carattere «rivoluzionario» di ciò che sta per accadere. La portata storica della nuova normativa giace in una considerazione di fondo semplice, secondo Prantl: «D’ora in avanti, la legge tedesca riconosce che non ci sono solo uomini e donne».

Con il riconoscimento di un genere «indeterminato» la Germania risponde a richiami dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) e del Tribunale Costituzionale a proteggere i diritti umani degli individui intersessuali che vengono calpestati quotidianamente in una società basata su un modello a due sessi. Lo scopo principale è dunque proteggere tutte quelle persone per cui alla nascita è difficile stabilire se si tratti di maschi o femmine. Di fatti, l’obbligo di classificarli immediatamente come tali, spesso induce i genitori a decidersi precipitatamente per un’operazione definitiva che può avere conseguenze fisiche e psicologiche nefaste per gli interessati. La nuova norma mette in discussione anche tutte le altre leggi basate su un sistema a due generi. «Nel lessico ufficiale non viene formulato in questo modo», scrive Prantl, «ma di fatto si tratta dell’introduzione di un terzo sesso».

A muovere mari e monti per raggiungere quello che lei stessa definisce «un primo passo nella direzione giusta» è stata l’attivista Lucie Veith. «La realtà biologica è provata dal punto di vista scientifico: esistono più di 4.000 varianti della differenziazione sessuale», spiega, da Amburgo, nel corso di un’intervista telefonica, «sostenere al giorno d’oggi che ci sono solo due sessi è come dire che il sole gira intorno alla terra e la terra è piatta».

Nel suo caso, l’intersessualità non fu constatata alla nascita. «Gli ormoni maschili non erano evidenti all’esterno. Solo all’interno, a livello di organi. Ed è così che ho un aspetto totalmente femminile, e nessuno ha mai dubitato che fossi un uomo». Eppure qualcosa non andava. Nella pubertà, diversamente da tutte le sue coetanee, Veith non ebbe le mestruazioni. Con la madre, visitò più volte un ginecologo, «probabilmente se ne accorse però decise di non dire nulla. Successivamente chiesi a mia madre e lei affermò che non ne fu mai informata». Le fu detto che non poteva aver figli. Era una considerazione dolorosa, ma a cui presto si abituò.

A 21 anni, colei che si descrive come una «cristiana credente», si sposò in chiesa con quello che, ancora oggi, trentasei anni dopo, è suo marito. Due anni più tardi, alcuni segnali dal suo corpo le suggerirono la possibilità di poter aver figli. Fece nuove analisi. Dalla consegna dei risultati uscì però con un risultato inaspettato: i suoi cromosomi sono “xy”. Lucie Veith è un uomo. Il suo corpo non produceva testosterone come dovuto e per questa ragione il suo aspetto era femminile. «Mio marito era ovviamente scioccato: non aveva idea che ci fossero persone del genere. Gli chiesi di prendere una pausa per riflettere. Due giorni dopo mi disse che era innamorato di me, che tutto il resto era un costrutto, che non amava i costrutti ma amava me», il ricordo le fa tremare la voce.

Il medico le consigliò un’operazione per estrarre i testicoli e varie cure ormonali, disse che non fare l’operazione comporterebbe rischi, le suggerì di non parlarne con nessuno, «avrebbe significato l’esclusione sociale». Si decise per l’operazione senza sapere che la aspettavano conseguenze fisiche e psicologiche devastanti. Iniziò a prendere sempre più peso, passò anni interi in isolamento quasi totale dalla società. Trovò conforto nella pittura. «Mi hanno obbligato verso un processo di transessualizzazione obbligata», e come lei, molti che si rivolgono alla sua associazione.

Una delle ragioni che l’hanno spinta verso l’attivismo è stata la constatazione che spesso medici e strutture sanitarie non sono preparate a gestire casi come il suo. In Europa sono all’incirca cinque mila le persone intersessuali. Nel mondo, solo l’Australia le riconosce. Veith è diventata referente incaricata in Germania di scrivere relazioni parallele per le commissioni dell’Onu. È grazie alle sue denunce se l’organizzazione ha invitato la Germania a rivedere le sue leggi in merito, dopo aver constatato che gli intersessuali vedevano costantemente violati i loro diritti fondamentali.

Veith non canta però vittoria, tutt’altro. L’opzione del terzo sesso non piace a molti che appartengono a questa minoranza. «Come etichetta di difesa, è sensata. All’interno della nostra associazione non c’è però consenso su questo punto», spiega. Molti ritengono che l’uguaglianza sarà fatta solo qualora il terzo sesso venga aperto a tutti: tutti dovrebbero nascere indeterminati e decidere più tardi nella loro vita cosa vogliono essere.

È proprio quest’ultimo lo scenario che spaventa di più la Chiesa. Alcuni esponenti in Germania hanno condannato la nuova legge come una «pericolosa deriva del relativismo». Da cristiana, Veith si chiede ora se la Chiesa potrebbe mai mettere in discussione il suo matrimonio, celebrato davanti a Dio, ma, di fatto, tra due uomini. Denuncia inoltre che la Chiesa consideri le persone come lei degli «errori» in una natura basata su uomo e donna. «È come dire che Dio sbaglia e non considerare che potrebbe essere la Chiesa a sbagliare».

Twitter: @NenaDarling

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