Le quattro incognite europee dentro le urne tedesche

Voto in Germania e futuro dell'eurozona

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26 Agosto Ago 2013 0627 26 agosto 2013 26 Agosto 2013 - 06:27
Messe Frankfurt

Germania Al VotoNon c’è mai stato un evento politico recente più atteso delle elezioni federali tedesche. Nella storia della crisi dell’eurozona, forse solo il Consiglio europeo del giugno 2012 si può avvicinare. Ma per l’anno in corso il 22 settembre, data della tornata elettorale teutonica, potrebbe essere lo spartiacque della crisi dell’euro. Dalla Commissione europea si dicono tranquilli. Le banche d’investimento credono in una vittoria di Angela Merkel, ma rimangono caute. E nel frattempo, sono quattro le incognite: unione bancaria, crescita nell’area euro, futuro della Grecia e futuro della moneta unica. Tutte questioni che passano da Berlino.

Angela Merkel è data vincente. Questo è un dato di fatto. Secondo gli ultimi sondaggi, quelli di Emnid, Forschungsgruppe Wahlen e Infratest dimap, il partito dell’attuale cancelliere tedesco, la CDU, è sopra il 40%, mentre il suo sfidante dell’SPD, Peer Steinbrück, è intorno al 25 per cento. Un margine di sicurezza considerevole in vista della tornata elettorale. Secondo Deutsche Bank «la vittoria di Merkel è scontata» e lo stesso pensa anche Morgan Stanley, che fino a maggio pensava che ci sarebbe stato un grande sell-off nell’eurozona dopo le elezioni tedesche. Ora queste convinzioni vacillano, nonostante la debolezza dei fondamentali dell’area. Questo perché continua il regime di grande liquidità sui mercati finanziaria mondiali, grazie a Federal Reserve, Bank of Japan e Bank of England. La nuova normalità monetaria - fatta di espansione quantitativa, bassi tassi d’interessi e misure fuori dall’ordinario - potrebbe quindi giovare alla Germania, e di riflesso all’eurozona, che potrebbe non essere oggetto di massicce vendite da parte degli investitori dopo il 22 settembre.

Nei corridoi delle istituzioni europee la tranquillità regna sovrana. Come dice a Linkiesta un funzionario della Commissione Ue «tutta l’euforia intorno alle elezioni tedesche è solo un affare giornalistico. I percorsi che ha intrapreso l’Ue per uscire dalla crisi sono scritti e definiti». In altre parole, anche in caso di vittoria di Steinbrück, poco cambierebbe perché «lo scopo finale è quello di un’Europa e di un’eurozona più solide che mai». Certo, il funzionario riconosce che sono stati fatti «diversi errori nella progettazione dell’area euro», ma il sentiero iniziato nel 2011, con la creazione del fondo salva-Stati temporaneo European financial stability facility (Efsf), «è funzionale a rendere migliore tutto il sistema fin da questo decennio». Sarà realmente così?

La nuova architettura europea appare sempre piuttosto lacunosa. L’attuale paralisi dei mercati finanziari è data dalle operazioni condotte nell’ultimo anno dalla Banca centrale europea (Bce). In particolare, la calma piatta è merito della nascita delle Outright monetary transaction (Omt), le operazioni di acquisto di bond governativi sul mercato obbligazionario secondario per sostenere i Paesi sotto pressione. Ma secondo due diversi hedge fund, il londinese Brevan Howard e lo statunitense Bridgewater, le elezioni tedesche saranno il punto di svolta della crisi. In negativo. Per Brevan Howard è possibile che con la vittoria della Merkel si possa rallentare nel processo di riforma della zona euro. Una paura condivisibile, specie considerato il passo da lumaca tenuto negli ultimi due anni. Colpa dei poteri del Bundesrat, il Consiglio federale tedesco che deve approvare tutte le voci di spesa amministrativa della Germania, compreso i singoli contributi ai fondi salva-Stati, lo Efsf e lo European stability mechanism (Esm). Ed è per questo che per Deutsche Bank, ma anche per Commerzbank, potrebbe cambiare ben poco dopo il 22 settembre. In altre parole, tutto passa attraverso l’approvazione del Bundesrat. Senza il benestare della Germania, tutti i progetti della futura eurozona potrebbero essere a rischio.

I nodi da sciogliere sono ancora tanti. Il primo di tutti è l’unione bancaria. O meglio, il completamento di quel percorso comunitario che dovrà portare le banche Ue sotto la supervisione della Bce. L’obiettivo è quello di evitare shock sistemici derivanti da posizioni opache, parzialmente protette dalle authority finanziarie nazionali. Tanto necessaria quanto lenta nell’essere adottata, l’unione bancaria deve ancora superare due scogli: la reticenza delle banche tedesche a essere messe sotto controllo dalla Bce e i diversi dubbi che Berlino ha sul fronte del fondo Ue di garanzia dei depositi bancari. Proprio questi due elementi sono quelli su cui potrebbero esserci gli scontri maggiori fra Germania e resto dell’eurozona.

Il secondo nodo più importante riguarda il ribilanciamento fra cuore e periferia della zona euro. I dati relativi al Pil del secondo trimestre dell’anno di Ue e area euro ha evidenziato ancora una volta che esistono tre diverse velocità di marcia. Un’Europa che cerca un timido rimbalzo, vedasi il Regno Unito, la Repubblica Ceca, la Lituania o la Polonia. Un cuore dell’eurozona che segue lo stesso percorso, come dimostrato da Francia e Germania. Una periferia che invece ancora tentenna, e qui gli esempi sono sempre maggiori, dall’Italia alla Spagna, passando per la Grecia. Solo il Portogallo ha avuto un sussulto, con un Pil del secondo trimestre 2013 in aumento di 1,1 punti percentuali. Troppo poco per tirare un sospiro di sollievo. Sarà anche compito di Berlino riuscire a trovare un nuovo modello di sviluppo per l’eurozona, specie per combattere quella che dagli economisti è già considerata una piaga, cioè la disoccupazione.

Poi c’è la Grecia. La sostenibilità del debito sovrano è ancora un miraggio e sono sempre più le voci che vedono una nuova ristrutturazione dello stesso. Questa volta però la svalutazione sul valore nominale dei bond detenuti in portafoglio, il cosiddetto haircut, toccherebbe ai creditori ufficiali. In sostanza, l’Official sector involvement (Osi). Il tutto dopo il Private sector involvement (Psi) compiuto nel corso del 2012. Una mossa che colpirebbe il 70% dei creditori della Grecia, dato che è questa la quota in mano alle istituzioni ufficiali, dalla Bce al Fondo monetario internazionale (Fmi). Come ha ricordato Citi, si potrà parlare di Osi solo dopo le elezioni tedesche. Ed è ormai opinione comune, anche nei palazzi dell’istituzione guidata da Christine Lagarde, che così sarà.

Infine, c’è l’ultima delle questioni pendenti, cioè come riprogettare l’eurozona. Se da un lato l’unione bancaria può essere un passaggio importante per la futura stabilità finanziaria, dall’altro l’urgenza è quella di ripensare alla struttura, e forse alla composizione, dell’area euro. Questo implica un profondo ripensamento anche delle istituzioni europee e una possibile ulteriore cessione di sovranità da parte degli Stati membri. Il problema, in questo caso, sarà riuscire a convincere i contribuenti tedeschi a farlo. Un compito difficile, dopo i salvataggi di Grecia, Irlanda, Portogallo, Cipro e delle banche iberiche. Negli ultimi mesi, tuttavia, la Merkel è sembrata avere molto più appeal che nel passato. Basterà per far dormire sonni tranquilli agli investitori? Difficilmente, a meno che Berlino non decida davvero di prendere la guida, in modo netto e deciso, di un’eurozona senza più bussole.

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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