Start-up? La generazione che può far ripartire l’Italia

Giovani e crisi

Startupbimbo
3 Settembre Set 2013 1336 03 settembre 2013 3 Settembre 2013 - 13:36
Messe Frankfurt

«Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, lo sanno già. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere: i draghi di oggi sono l’emergenza uomo e la crisi economica, mentre i nostri eroi sono gli imprenditori delle nuove tecnologie che scommettono sul mercato del futuro». Santiago Mazza, argentino di nascita e sammarinese di adozione, è partito come start-upper e oggi dirige Fotonica, società che sviluppa progetti web. Al Meeting di Rimini ha presentato un ciclo di incontri dal titolo “Giovani vs crisi: un caffè con gli start-upper” reclutando amici e colleghi conosciuti sul lavoro. Il risultato? Storie che dischiudono una realtà sorprendente lastricata di perseveranza e business plan, che Mazza racconta ai microfoni di Linkiesta.

Il rovescio della medaglia è rappresentato dai molti progetti che non decollano, testimoniati dall’austerità delle statistiche in tempi di crisi. Eppure Mazza è il primo a tenere i piedi per terra: «Non è detto che poi tutti debbano crearsi un lavoro, perché le start-up il lavoro non lo cercano ma lo creano, qui ci sono persone che non aspettano il governo nè si lamentano, ma fanno». L’aspetto decisivo però, è un altro: «Sta nascendo una nuova generazione di imprenditori che mancava da vent’anni a questa parte. Se l’Italia è in crisi, questi ragazzi dimostrano che si può fare inversione di marcia partendo dalla persona».

Da Google al cattolicesimo web

La storia di Andrea Salvati coincide con una scommessa umana e professionale: da manager di Google Italia decide di cambiare rotta. L’indicazione, o meglio l’illuminazione, giunge dalle parole di papa Benedetto XVI: «Popoliamo il sesto continente su cui siamo assenti: il web». Così Andrea chiude la parentesi dorata in Big G «per scommettere tutto sul mio progetto di evangelizzazione attraverso il web, www.aleteia.org: primo aggregatore mondiale di siti cattolici». Dalla testimonianza che mette in campo, Salvati sembra tutto meno che pentito: «Web e nuove tecnologie rappresentano una delle principali fonti di business, acquisite le competenze necessarie per addomesticarlo. Le cose hanno successo se hai il cuore, se le senti dentro. Ma per non rischiare che possano sfuggirti di mano devi metterci anche il metodo».

Col camper in cerca di talenti

Girano l’Italia in camper alla ricerca di aziende da sostenere e finanziare. I ragazzi di dPixel fanno scouting di idee imprenditoriali con un tour di 60 tappe. Franco Gonnella è il fondatore: «Da noi vengono persone che hanno un sogno, un’idea e aiutiamo loro a realizzarla». Si parte da un pitch, il documento con cui viene presentata l’idea, che deve colpire gli investitori e consentire di sintetizzare in undici slide di esposizione il progetto nei suoi aspetti di business. «Di qui cerchiamo di capire se può funzionare. Ma non è l’unica cosa che valutiamo. C’è un altro aspetto altrettanto importante: le persone. Siamo alla ricerca di futuri imprenditori che abbiano da un lato una grande visione e dall’altro la capacità esecutiva di realizzare la loro idea già dal giorno successivo. Una sintesi difficile da trovare». La risposta degli aspiranti start-upper è notevole: «Riceviamo 1.000-1.500 business plan l’anno e incontriamo, dopo la selezione, circa 150 soggetti. Li aiutiamo a definire il progetto di start-up e proponiamo i meritevoli di sostegno agli investitori». Con lui c’è Gianluca Dettori, partner di dPixel: «Mi piace dare ascolto ai giovani perché possiedono la freschezza, l’entusiasmo, la passione e sono portatori di innovazione. Il mio lavoro consiste nel finanziare le idee che credo possano essere vincenti e aiutare i giovani talenti a concretizzarle attraverso la strutturazione di business plan e la concretizzazione delle stesse in imprese». La scommessa è sul piatto: «il lavoro più difficile è convincere che è interessante investire nelle start-up e che l’investimento avrà un ritorno economico». Buon viaggio.

Un ponte tra Italia e Silicon Valley

Alberto Onetti è il chairman di Mind The Bridge, fondazione californiana che supporta la crescita di progetti imprenditoriali-tecnologici di successo: «L’ondata imprenditoriale in Italia è ferma agli anni Ottanta-Novanta e la realtà delle start-up è una bolla destinata a scoppiare all’improvviso. Ma questa realtà porta con sé molti aspetti positivi. Perché è vero che forse il 90 per cento di nuove imprese fallirà, ma il dieci per cento magari riuscirà a competere con i grossi colossi mondiali e gli imprenditori reduci dalla sconfitta ne usciranno con le spalle più forti, pronti a buttarsi in una nuova impresa». La Silicon Valley, culla di Apple e Facebook, è la terra promessa di molti italiani in cerca di successo digitale, ma Onetti avverte: «Non si va lì per trovare dei finanziamenti, ma per formarsi, confrontarsi con una realtà in cui tutto è veramente possibile e ricevere critiche costruttive, non finalizzate a distruggere come purtroppo spesso avviene in Italia». Da qui una previsione prodiga di speranza per le start-up: «Sono una forza di cambiamento, di innovazione, di crescita e di creazione di valore che origina dall’individuo. Un individuo che non attende risposte dall'alto, ma che, insieme ad altri, agisce per risolvere problemi e produrre soluzioni. Questa è la generazione che può far ripartire l'Italia».

Giocare per lavoro

Andrea Postiglione, ceo and co-founder di Mangatar srl, è uno di quelli che ha potuto fare del gioco un’attività imprenditoriale. La partenza, ovviamente, dal basso. Racconta Postiglione: «Poco più di due anni fa inizia il nostro percorso. Con in mano un gioco di carte ambientato in uno scenario giapponese, partecipiamo alle selezioni di Mind the Bridge. Siamo stati selezionati tra i tanti progetti in gara e abbiamo avuto la possibilità concreta di svilupparci a livello societario e fare del game un’attività lavorativa». L’idea di business dei cinque soci di Mangatar ruota intorno a un videogame gratuito sul web. «Facciamo soldi con una serie di accessori che chi vuole può acquistare per arricchire la propria esperienza di gioco». Il bilancio umano e imprenditoriale ha il segno +: «Ci abbiamo creduto fino in fondo e in due anni siamo riusciti a competere con i colossi del game sul web. Siamo stati selezionati da Microsoft e Nokia per un nuovo programma di sviluppo».

Luca, il marketing con la Visa Gold

Luca Russo, classe 1981, è fondatore e ceo di Seolab. Cercava lavoro e ha risposto ad un annuncio su Bakeca.it. La mission di prova affidatagli dal suo capo era chiara: «Devi raggiungere un determinato obiettivo di traffico online per questo prodotto. Ecco la mia Visa gold. Spendi quello che vuoi e avrai il tuo posto quando raggiungi questi dati». Dopo tre ore Luca aveva già centrato i risultati di sei mesi e oggi dirige Seolab, una società specializzata in marketing online con venti dipendenti e un fatturato di tre milioni l’anno, che nel taschino vanta clienti del calibro di Fox, Telecom, Mentadent, Benetton. Il giovane imprenditore si presenta alle aziende con la promessa di realizzare obiettivi di profitto entro un certo tempo e non prende soldi fin quando non li raggiunge. Le cose vanno bene e lo scorso giugno la sua creatura è entrata nella pancia di una compagine più grande, la Alchemy. L’obiettivo: fare di più, farlo meglio.

Il made in Italy sul web

Federica Sacchi è la responsabile marketing e comunicazione di Brandon Ferrari srl, specializzata nella vendita online di prodotti del made in Italy nel mondo. I numeri che snocciola al Meeting parlano di un fatturato a 3 milioni, 16 collaboratori e previsioni di crescita a dieci mesi fino a 8 milioni. La società di Federica vanta rapporti commerciali con retailer digitali in Europa, Medio Oriente, Asia, America Latina e Stati Uniti e ad oggi distribuisce più di 20 marchi in 15 Paesi, consentendo ad aziende italiane produttrici di promuovere il proprio brand e sviluppare la loro presenza all’estero. Il tutto coronato dalla tenacia della fondatrice di Brandon Ferrari, Paola Marzoglio, che per concretizzare il suo progetto di start-up ha abbandonato una scrivania sicura nell’azienda in cui lavorava. La scommessa, per ora, sembra vinta.

Start-upper a 53 anni

Le start-up? Non sono appannaggio dei giovani. Giuseppe Palombelli, ceo di Casanoi.it, ha sfondato il muro delle 53 primavere e oggi dirige un socialmarket immobiliare che aiuta a comprare, vendere e affittare casa. Si è rimesso in discussione integrando la propria esperienza imprenditoriale con le capacità di giovani talenti esperti in tecnologie di e-commerce. Oggi il suo sito internet si conferma un punto di riferimento del settore immobiliare, perchè, spiega il fondatore, «qui si mettono in contatto le persone con le cose». Palombelli ha riconvertito la propria vita professionale e oggi è il testimone di una vera e propria alleanza generazionale: «Abbiamo passato quattro mesi a pensare, ci siamo fatti aiutare dai professionisti del web che sono i giovani di 25-30 anni». E guai a rottamare qualcuno.

Twitter: @MarcoFattorini

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