Perché Marina Bellezza della Avallone è un bestseller?

La seconda opera dopo “Acciaio”

Avallone Silvia
13 Ottobre Ott 2013 2200 13 ottobre 2013 13 Ottobre 2013 - 22:00
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Silvia Avallone Marina BellezzaBiella vita. Charles Dickens in Oliver Twist dice che ci sono libri in cui la copertina è di gran lunga la parte migliore, ma questa volta non si salva neanche quella. Il lettore ingenuo potrebbe pensare a una Taylor Swift assorta a contemplare lo squallore morale di qualche periferia americana. Invece no. La dura realtà si rivela addirittura peggiore. «Il Nevada si trovava dall’altra parte dell’oceano, era lo Stato dei neon e dei casinò che aveva visto in televisione. Lì, invece, lungo il confine amministrativo tra Biella e Vercelli, c’era una palazzina solitaria di quattro piani, con tutte le tapparelle abbassate» (p.17). 

Marina Bellezza è l’ultimo parto letterario di Silvia Avallone che, reduce dal successo di Acciaio (Rizzoli, 2010), è tornata con un nuovo romanzo ambientato in terra natia – Biella, appunto – che, neanche a dirlo, come ha toccato il soave suolo delle librerie, è finito dritto sparato in classifica. Appurato che il mare e la salsedine non c’entrano niente con il titolo, una domanda sorge spontanea: chi è ’sta Marina Bellezza e perché tira così tanto?

De Bimbominkiae vita. Marina Bellezza (Bellezza come cognome e lampante attributo fisico) è una giovane ruspante dalla voce melodiosa originaria delle montagne biellesi; «una terra di spaccapietre, di cercatori d’oro, di migranti. Una frontiera al contrario, non da conquistare ma da cui allontanarsi» (p.53). Una donna terribilmente avvenente e terribilmente traumatizzata dal tentativo di accoltellamento della madre alcolizzata ai danni del padre fedifrago tre anni prima. Marina ascolta Justin Bieber, ha un trolley fucsia comprato dai cinesi e una cavigliera di swarovski finti. Nella vita vuole fare la cantante e diventare famosa e fare un sacco di soldi. Peccato che il suo uomo abbia ben altri programmi.

Un uomo tranquillo. Dai tempi della prepubescenza Mari porta avanti una storia d’amore travagliata con il figlio del sindaco di Andorno Biellese (a sua volta figlio di un margaro), tale Andrea Caucino, laureando ventisettenne in Agraria e bibliotecario part time. Anche Andrea è un uomo profondamente ferito dalla vita: non solo il padre vota Berlusconi, non solo ha la certezza di essere stato un incidente di percorso (quando era piccolo ha udito la madre proferire tale indiscrezione alle amiche mentre prendevano il tè coi biscotti) ma ha pure un fratello genio laureato a Cambridge che ora lavora alla Nasa e che lui ha cercato di affogare – correva l’anno 1994 – nelle limpide acque di un torrente di montagna.

No, ragazzo no. Il nocciolo della questione è data dal fatto che lei, che è nata povera, vuole andare su Mediaset e fare mucho dinero, mentre lui che à nato ricco di provincia vuole ritornare sulle montagne a fare il margaro come faceva suo nonno, e, povero allocco, vuole farlo con lei. Tutta la (non)trama si basa sul fatto che Marina Bellezza – che è una vera artista, e quindi di umore profondamente mutevole – a volte per brevi ma intensi periodi si convince di voler passare anche lei il resto della vita su una sedia a sdraio ad ascoltare Bruno Mars a 3.000 metri d’altitudine mentre il suo uomo munge le vacche, salvo poi tornare correndo da Donatello, detto Tello, il suo manager, domiciliato anche lui, convenientemente, in provincia di Biella (località Zubiena). Ma niente paura, a mantenere viva la tensione narrativa ci pensano alcuni oculati espedienti editoriali che variegano la lettura, come amarene sulla vaniglia nel gelato gusto Spagnola.

Fenomenologia di un bestseller. Marina Bellezza è essenzialmente un libro senza una trama, eppure è un prodotto di successo. Why? A forzare una suspance intrinsecamente inesistente ci pensano una caterva di espressioni che millantano risvolti apocalittici nel breve termine (e che poi non conducono in realtà a niente di sconvolgente). La curiosità, però, resta viva. Per portare un esempio specifico, vediamo come inizia il capitolo 22: «Le catastrofi non arrivano mai quando te le aspetti, ma sempre il giorno dopo, quando sei indifeso, sereno, tranquillo e l’ultimo tuo pensiero è che il mondo stia per crollarti addosso» (p.315).

Cotanto annunzio nostradamico farebbe presagire chissá quali tragedie. Il lettore, pregustando i più drammatici scenari, viene colto da morbosa curiosità, con conseguente smania di consumare le pagine per arrivare all’annunciato apocalittico traguardo. Ma, per farla breve, la catastrofe è che Marina lascia Andrea per la decima volta in sette anni. Uau. Oppure, 75 intense pagine dopo: «La tregua durò cinque settimane, durante le quali tutti si convinsero di essere savi. […] Invece era l’inizio della fine» (p.400). Per fine intendesi che Marina si rimette con Andrea e si prende una pausa dal lavoro di un paio di mesi.

Pink Trash. Quello della Avallone è un libro che vorrebbe essere realismo sporco, che descrive persone e paesaggi culturali di un degrado sociale che sfiora quello di Rock Springs di Richard Ford, ma che poi butta tutto in vacca con una farcitura caramellosa che fa invidia a Melissa Hill, tipo: «Marina Bellezza entrò nel cerchio di luce proiettato sul palco. Vi entrò come una sostanza eterea che si materializza, come l’aura di un’insegna al neon sprofondata nella notte» (p. 42), «E si allontanò com’era comparsa, nel chiarore diffuso di una luce bianca tra i boschi» (p.51). E qui mi fermo, per ovvie ragioni.

In realtà, volendo raschiare a fondo, qualche buona idea in questo romanzo c’è, ovvero l’attenzione verso quei ventenni italiani che non sono andati a cercare un lavoro dignitosamente retribuito e una qualche pallida prospettiva di carriera a Londra o a Berlino e che invece, anche o soprattutto per scelta ideologica, sono rimasti. Visto che ormai in questa deliziosa penisola è quasi impossibile trovare un lavoro normale, pagato normale, che dia prospettive perlomeno non degradanti, per usare le parole del libro: «In fondo la sua era una generazione tagliata fuori da tutto, nata nel posto sbagliato al momento sbagliato. E allora tanto valeva ritirarsi sul confine. Tornare indietro, disobbedire» (p.54). Andrea Caucino decide di tornare a fare il margaro, come suo nonno. Va a fare il pastore e il formaggio. E davvero nella situazione attuale sembra la scelta più razionale o, perlomeno, la più dignitosa di tutte.

In generale, è un libro ben scritto, ben strutturato, con delle parti descrittive notevoli. Tuttavia, leggendolo viene in mente una frase del premio Pulitzer Junot Díaz: «You see, in my view a writer is a writer not because she writes well and easily, because she has amazing talent, because everything she does is golden. In my view a writer is a writer because even when there is no hope, even when nothing you do shows any sign of promise, you keep writing anyway». «Vedi, secondo me una scrittrice è una scrittrice non perché scrive bene e con facilità, perché ha un talento incredibile, perché tutto quello che fa è d’oro. Secondo me, una scrittrice è una scrittrice perché anche quando non c’è alcuna speranza, anche quando niente di quello che fai mostra alcun segno di promessa, tu continui a scrivere comunque». Ecco, Marina Bellezza dà della sua autrice esattamente l’impressione opposta. 

 

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