Buzzfeed, la vertigine delle liste applicata alle news

Non solo gattini: nuovi media e news

Buzzfeed
22 Ottobre Ott 2013 1345 22 ottobre 2013 22 Ottobre 2013 - 13:45
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Se non avete mai sentito il nome di Jonah Peretti, allora le cose sono due: «o avete più di 35 anni o siete allergici ai gatti». Per Susie Mesure solo «l’anzianità o una patologica paura dei gatti» sono spiegazioni valide per non conoscere Buzzfeed, uno dei siti «che crescono più velocemente» al mondo, che è riuscito a far diventare gli elenchi (i listicle, cioè il mix tra list e article) un fenomeno globale. Soprattutto, fotografie e filmati di gattini, cioè uno degli elementi più popolari e diffusi sulla rete. Peretti e Buzzfeed hanno fondato un impero su questo binomio. Liste e gattini. Il risultato è virale.

Ma il punto centrale, come sottolinea Mesure, sono proprio le liste: «Ne siamo ossessionati», confessa Peretti. Un motivo ci sarà: certo, come arma efficace per diffusione e memoria, «non sono una novità», nota la giornalista (anche i Comandamenti sono dieci e sono organizzati come una lista). Gli stessi argomenti, però, se organizzati secondo un ordine diverso, non vengono condivisi agli stessi livelli. In altre parole, sono meno virali, o non lo sono affatto. Insomma, le liste «creano dipendenza» e, soprattutto, sono leggibili senza problemi sugli smartphone.

I telefonini «costituiscono il 50% del traffico per Buzzfeed. “Se un contenuto non è visibile sugli smartphone, allora non può diffondersi”». Ed è il punto centrale: la diffusione dei contenuti è proprio il core business di Buzzfeed, la sua identità.

Il tema della viralità, del resto, ha sempre interessato Peretti. Subito dopo la laurea, nel 2001, aveva scritto una mail alla Nike, in un periodo in cui l’azienda metteva a disposizione scarpe personalizzate. Chiedeva di mettere sulle sue scarpe la scritta: “sfruttatori”. La Nike risposte di no. Fu allora che Peretti diffuse lo scambio di mail ad alcuni amici, e la cosa in poco tempo divenne di pubblico dominio su internet, cioè virale. I meccanismi alla base delle condivisione sono complessi e vanno studiati con attenzione: quella che per Peretti era una “curiosità intellettuale”, come dice lui, diventa un lavoro, e anche una chiave per entrare nella psicologia umana. Cosa funziona? Cosa no? E perché?

Da quel momento (e con alcune esperienze importanti, come ad esempio partecipare alla fondazione dell’Huffington Post) il metodo assume un ruolo più importante: serve «capire se in questo modo si possono diffondere anche le notizie». Ma sulla questione Peretti preferisce mantenersi riservato, almeno di fronte alle domande della giornalista. Evita di criticare o contestare i media tradizionali, e si limita a dire che «i giornali si trovano in un periodo di transizione difficile», dal momento che «la stampa è sempre meno un mezzo ideale per diffondere notizie». La differenza con Buzzfeed è anche storica: «Noi abbiamo avuto il vantaggio di cominciare dal nulla, e abbiamo potuto costruire un modello che avesse senso per noi, e non doverci adattare a un modello vecchio, che è una cosa più difficile».

Buzzfeed si può adattare ai social network, alle regole della rete. Non consiste in un prodotto unitario, come un giornale, ma scomponibile: va incontro a mille esigenze diverse. «Tutto quello che conta è che qualcuno legga». Così sentenzia la giornalista. Ma il problema è che non sempre le notizie sono virali. Che alla base del grande traffico e della popolarità di Buzzfeed stanno gli articoli sui gattini, le immagini dei bassotti che corrono, le istruzioni per far andare alla grande i propri post su internet. Per le grandi inchieste c’è tempo: Peretti ne fa già, ne farà di più. Per ora, guarda ai conti e alla costruzione della sua credibilità. 
 

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