Lavoro, quali politiche servono davvero ai giovani

Orientamento, creazione diretta del lavoro e tirocini, non tutte le politiche creano lavoro

Giovani Precari
27 Ottobre Ott 2013 1100 27 ottobre 2013 27 Ottobre 2013 - 11:00

A breve dovrebbe essere presentato il piano di riforma dei Servizi pubblici per l’impiego per realizzare la “garanzia dei giovani” in Italia. Gli strumenti introdotti dovranno permettere ai giovani di trovare lavoro entro pochi mesi dalla loro presa in carico. Per questo, evidenziare quali politiche attive del lavoro funzionano o meno in altri paesi è fondamentale, in modo da non commettere gli stessi errori e realizzare programmi più efficaci nel collocare i giovani disoccupati.

Perché è necessaria la valutazione

A volte mi è capitato di assistere alla presentazione di convegni con il titolo “Valutazione di”. In realtà, nella stragrande maggioranza dei casi, si è trattato di un semplice monitoraggio o di report sulle percezioni degli utenti. Entrambi gli strumenti sono certamente fonte di notevoli spunti interessanti, ma non si tratta di valutazione.

La "valutazione d’impatto”, si svolge in tanti modi e spesso dipende da cosa si intende valutare. Nella quasi totalità dei casi si tratta di analisi quantitative su informazioni raccolte secondo determinate modalità e verso particolari soggetti.

Il miglior modo per analizzare gli effetti dei programmi di welfare occupazionale sul comportamento dei beneficiari consiste nell’utilizzo di metodologie “sperimentali o quasi-sperimentali” derivate dal campo sanitario. Infatti, la sola differenza tra la situazione osservata dopo l’esposizione dell’intervento e la situazione osservata prima dell’esposizione non è sufficiente per stimare l’effetto della strumento sullo status occupazionale del beneficiario. Infatti non è dato sapere se il miglioramento dalle condizioni iniziali avrebbe potuto verificarsi comunque, per altre cause diverse dall’intervento.

Per tale motivo, per stimare l’impatto di un intervento è necessario ottenere un’approssimazione della situazione controfattuale, ricorrendo alle condizioni/comportamento registrate per un conveniente gruppo di soggetti, con caratteristiche simili, non esposti all’intervento, il cosiddetto “gruppo di di controllo”.

Come funzionano le politiche del lavoro rivolte ai giovani in Germania

La ricerca dell’IZA (1), presentata nelle pagine seguenti, offre spunti di notevole interesse perché rappresenta un’importante analisi sugli effetti occupazionali di alcuni strumenti di politiche attive al lavoro dedicate esclusivamente ai giovani.

Giubileo Valutazione

Innanzitutto, vediamo quali sono gli strumenti messi in campo dall’agenzia nazionale federale, il braccio operativo del Ministero del lavoro, per facilitare il collocamento dei giovani tedeschi.

In estrema sintesi, l’analisi mostra che, per quanto riguarda il Job Search and Assessement of Employability (strumenti di orientamento e accompagnamento al lavoro), l’effetto positivo sulla probabilità di trovare lavoro è molto limitato. In particolare, le azioni di orientamento sembrano non funzionare neanche in Olanda, paese in cui si sono visti i primi risultati solamente quando si è affiancato all’erogazione dei servizi l’azione sanzionatoria/coercitiva. L’effetto della sanzione ha migliorato la transizione dal welfare al lavoro del 140%. 

La delega al privato, tramite voucher d’intermediazione (Vermittlungsgutschein) non sembra scongiurare la scrematura e la successiva scelta dei soggetti più facili da collocare. Su tale argomento, sembrano ottenere migliori risultati il modello IRO olandese e Blackbox anglosassone, dove attraverso il rating dei fornitori privati e l’assegnazione di un “peso” maggiore ai soggetti più difficili da collocale, si ottiene un esito occupazionale migliore.

In realtà, comparando varie ricerche, è possibile affermare che la performance del privato dipendono molto dal suo network con le aziende, questo significa che i servizi sono secondari rispetto alla capacità di assumere i destinatari della politica attiva tramite i propri contatti.

La formazione è la “regina” delle politiche attive del lavoro ma, dalla analisi IZA, risulta che l’impatto del Short-Term Training è quasi nullo. Anche in altre esperienze, i risultati offrono spesso un quadro molto eterogeneo, caratterizzato da un effetto positivo relativamente molto basso. 

Sempre in Germania, ulteriori ricerche, mostrano come i percorsi formativi sembrano produrre effetti dinamici, di segno inizialmente negativo, ma positivo nel lungo periodo soprattutto per i soggetti da più tempo in disoccupazione. Tra gli studi più significativi dedicati alla formazione si segnalano quelli realizzati in Danimarca, dove decenni di analisi hanno evidenziato un quadro definito “catastrofico”. Gli effetti sono così negativi che la formazione professionale di breve periodo aumenterebbe addirittura la durata della disoccupazione. 

Se le attività di orientamento e formazione possono non funzionare, almeno non fanno danni permanenti. Non è così per i Job Creation Schemes (creazione diretta del lavoro). Ad eccezione degli Over 50, dove lo strumento sembra avere un lieve effetto positivo, tutte le ricerche condotte in Germania mostrano sempre esiti nulli o negativi per quanto riguarda l’impatto degli schemi di JCS sul tasso di occupazione giovanile

Infine, la combinazione tra Further Training Measures e ilWage Subsidies sembra ottenere dei buoni risultati nei confronti della disoccupazione giovanile di lungo periodo, in particolar modo nei confronti di coloro con bassa istruzione, mentre l’effetto della formazione di lungo periodo è nullo o persino negativo nel caso si tratti di giovani istruiti. Per quest’ultimi funzionano elusivamente gli incentivi economici.

Un caso a parte sono le considerazioni da fare sugli effetti prodotti dai “Tirocini”. Le stime mostrano valori nettamente migliori rispetto a tutte le altre strategie, ma questo strumento non va confuso con quello realizzato in Italia. Nel caso tedesco si tratta di una componente importante del “sistema duale”  dove lo stage in azienda è considerato parte integrante del periodo di istruzione, mentre in Italia è solito utilizzarlo in modo “improprio” successivamente al conferimento del diploma o laurea solo per ottenere spesso forza lavoro a basso costo (economicamente più conveniente al periodo di prova del contratto a tempo indeterminato o dell’apprendistato).

Note:
(1) Caliendo M., Künn S,, Schmidl R. (2011), Fighting Youth Unemployment: The Effects of Active Labor Market Policies, IZA DP No. 6222, December

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