reportage

L’eroina a Berlino, 35 anni dopo Christiane F.

Nella stanza del buco

Heroin Berlin Santiago Perez 13 Ok
1 Novembre Nov 2013 1900 01 novembre 2013 1 Novembre 2013 - 19:00

Sono le dieci di mattina quando Leila, una giovane stagista francese dagli occhi chiari e l’espressione simpatica, sistema i cesti della frutta sul bancone e su un tavolo. Mele, banane, arance e uva. È autunno fuori a Berlino, nel quartiere Moabit, all’angolo tra la Birkenstrasse e la Stromstrasse. La caraffa del caffè è piena, le tazze pulite e allineate. Nel retrobottega, Natalia, con un grembiule a fiori, prepara una salsa di verdure e pomodoro. Un messaggio affisso con una puntina sulla bacheca di sughero alle spalle del bancone indica ai clienti che è «proibito scaricare qui i sensi di colpa». Accanto, un enorme cartello spiega «la nostra offerta» con illustrazioni dettagliate: siringhe da 20, 10, 5, 2 millilitri, aghi lunghi e corti. Cucchiai sterilizzati, lacci emostatici, garze, fiale di acqua distillata, accendini, contenitori per siringhe e aghi usati, preservativi. Ai piedi del cartello, un grande contenitore con un imbuto metallico in cima serve per raccogliere le siringhe usate.

È un mercoledì di inizio ottobre, una giornata qualunque, al Birkenstube. È questa una delle due strutture berlinesi aperte al consumo di droghe pesanti. Qui in particolare persone con dipendenza da eroina e cocaina trovano un ambiente asettico dove iniettarsi o fumare. Non è un consultorio, non si offrono terapie o programmi per superare la dipendenza. È un luogo nato per contenere l’emergenza primaria, quella delle infezioni da Hiv ed epatite. Per spostare il consumo dalle strade e le stazioni di metro a  luoghi controllati. I ragazzi di Berlino hanno lasciato la stazione dello Zoo ma si bucano ancora.

Trentacinque anni dopo il romanzo generazionale ed autobiografico di Christiane F. (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, 1978), la ragazza sedicenne di allora è tornata a raccontare la sua storia in un libro presentato alla fiera di Francoforte e in vendita in Germania dallo scorso 10 ottobre con tutti i presupposti commerciali per diventare un caso editoriale. La buona notizia è che Christiane è viva. Non è poco. Il resto è la storia di una vita appesa alla dose quotidiana di metadone, un’esistenza rimasta nel limbo. Così come quella delle circa cinquanta persone che ogni giorno frequentano queste stanze, portano le loro siringhe usate per riceverne di nuove in cambio, piegano le stagnole, scaldano cucchiaini e poi rimangono alcune ore. Hanno gli occhi lucidi. Le mani tremano. Qualcuno si vergogna  e cerca di nascondersi. Qualcun altro racconta la storia e ci mette la faccia e il nome.

Nel 2011, il dato più recente, sono morte in Germania 944 persone per cause relazionate al consumo di eroina, in particolare per overdose. La maggioranza delle vittime erano uomini di più di trent’anni. È il dato più basso dal 1988 e questo si deve alle campagne informative e all’assistenza che sono riuscite a contenere le cause di decesso. Per i dipendenti da eroina sono state create quelle che in gergo vengono definite «offerte di sopravvivenza» e si è riusciti a stabilizzare dal punto di vista della salute anche i dipendenti di lunga data. Posti come il Birkenstube fanno parte di questa strategia. Chi li frequenta vive in funzione della dipendenza. Grazie a strutture come questa, può ora sopravvivere a lungo. 

L’eroina ha perso appeal negli ultimi anni, mentre è aumentato il consumo delle droghe sintetiche. Resta però la sostanza che più vittime miete in Europa, dove il numero dei dipendenti è stimato intorno a 1.400.000 persone (secondo dati dell’ente europeo di osservazione delle droghe). A Berlino i dipendenti sono circa 10.000.

«Il profilo del cliente del Birkenstube è quello del consumatore tipico di droghe che a sua volta è incredibilmente vario: vengono qui persone dai 18 ai 65 anni. Alcuni vengono ogni giorno e rimangono tre o quattro ore, altri vengono una volta al mese, cambiano 500 siringhe, bevono un caffè in piedi al bancone e se ne vanno via. Ci sono persone che hanno un lavoro e altre che chiedono l’elemosina alla stazione. Ci sono persone che si fanno la barba ogni giorno e altre che si fanno la doccia una volta ogni sei mesi. Ciò che li unisce è la dipendenza da eroina e cocaina. Ciò che li unisce è il fatto di avere pochi soldi per altre cose. Tutti sono accomunati dal fatto di essere o sentirsi perseguitati: le droghe sono illegali», Christian Hennis è direttore della Birkenstube e conduce all’interno della struttura. La stanza centrale è un bar con bancone e tavolini, sul lato sinistro si apre un corridoio con due stanze per consumare droghe. Quella per fumare è piccola con un tavolo rettangolare e quattro sedie. La «stanza del buco» ha sette posti, uno specchio, delle sedie rosse e strumenti per la rianimazione.

Alle 10.30 aprono le porte del Birkenstube, per primo entra un ragazzo robusto, è biondo ha uno zaino da trekking e scarpe da ginnastica. Attraversa il bar e va direttamente a iniettarsi dopo aver fornito il suo nome. Rimane circa venti minuti, prima di uscire e afferrare una banana dal bancone. La frutta è gratis. Il caffè costa 30 centesimi, ne ordina uno. Si riempie troppo il bicchiere e  rovescia il contenuto. Quando si siede al tavolo sorride. Si chiama C. ha 32 anni originario della Repubblica Ceca. Si è iniettato eroina. Offre di farsi intervistare in cambio di denaro. Decliniamo. Mette la sedia sulla strada e fuma. Entra Cris.

Sono le 11.30 e la scena si ripete. Cris è pulito e rasato. Veste sportivo e ha con sé una sacca da palestra nera. È alto e magro con gli occhi chiari e un berretto da baseball. Rimane quindici minuti nella stanza del buco. Esce e si rolla una sigaretta. Dalla sacca estrae un contenitore di plastica che contiene due siringhe e vuota il contenuto nel contenitore preposto. Al bancone ne riceve due in cambio. È la regola. Per una siringa extra si pagano 50 centesimi.  «Mi sono iniettato un cocktail di eroina insieme a mezzo grammo di cocaina», spiega. Parla spagnolo correttamente con un forte accento centro americano. «Ho lavorato sei mesi come volontario in un centro in Nicaragua che aiutava giovani tossicodipendenti», la contraddizione non lo disturba. Parla della sua dipendenza come se non fosse un problema, si offre al fotografo per un ritratto.

Alle sue spalle, il ragazzo ceco esce dal bagno correndo. Con entrambe le mani regge un preservativo riempito con acqua. Si infila la giacca al volo tra le urla degli assistenti sociali che lo minacciano di non lasciarlo più entrare. Corre verso la strada, verso un cavalcavia che attraversa le linee ferroviarie dove, per gioco, lo lancerà sui treni locali e si fermerà a guardarlo esplodere. 

Un signore gobbo che spinge una bicicletta entra dalla porta. È un volto noto, gli amici lo chiamano “Texas”. Non consumerà droga. Sono le 12 e aspetta che sia pronto il pranzo. Il bar è pieno. Un piatto caldo a Birkenstube costa un euro. Oggi il menù sono spaghetti con le verdure, accompagnati da una insalata. Il cibo ha un buon profumo. Glen si siede al tavolo e saluta Texas affettuosamente. Ha 54 anni, il volto scavato e il fascino di Christopher Walken.

La versione di Glen si contraddice varie volte ma rimane un punto fermo, un trauma che non riesce a superare. Era ancora giovane quando i suoi genitori a Londra cercavano di spingerlo al matrimonio con Kerstin in una data stabilita da loro. Era per entrambi un sopruso che non potevano superare e decisero di lasciare la città. Sud est asiatico e poi Berlino. Sa di avere causato enorme dolore a sua madre che dopo averlo partorito non poté avere altri figli. Sa che lei ancora aspetta la sua visita. Eppure non è mai riuscito a tornare. «Mi facevo di eroina e valium insieme e Kerstin era anoressica, pesava 38 kg», spiega, «ora sono in un programma di sostituzione e prendo il metadone». Dalla tasca estrae la tessere che lo prescrive: chi inizia un programma di sostituzione con metadone non dovrebbe usare eroina. «Ne sono quasi fuori». Alle sue spalle una ragazza bionda, esile e con gli occhi grandi e marroni si dirige rapidamente verso la stanza delle iniezioni.

Arriva E., ha 53 anni, è napoletano, calzolaio, ora disoccupato. È un signore basso dal volto simpatico, i modi gentili e il ricordo di una chioma bionda. È arrivato in Germania all’età di 15 anni trascinato dal padre in cerca di fortuna. Ha una figlia di 26 anni che lavora e vive a Milano, e un figlio di dieci. Beve caffè e latte e parla a questa giornalista a lungo del caffè cattivo e gli spaghetti scotti. Finge di non trovarsi al Birkenstube per alcun motivo in particolare, gode della simpatia di chi lavora qui. Si comporta come se fosse al bar sotto casa. Un ragazzo alto e moro esce dalla stanza delle iniezioni.

Ascolta la conversazione in italiano e si mette a parlare. Ha 32 anni, è di Alessandria, si chiama M., vive con la fidanzata a Prenzlauer Berg, un quartiere residenziale e di moda nell’est. «Mi sarebbe piaciuto moltissimo scrivere, fare il giornalista, ma poi le cose sono andate diversamente»,  dice, lapidario, prima di uscire. A E. suona il telefono, è la madre, chiama da Napoli.

Nella stanza del buco la ragazza bionda e magra ha gli occhi chiusi e i pugni stretti, inarca la schiena e sembra trattenere il respiro per alcuni istanti, poi si accascia sul tavolino, appoggia i gomiti e stringe i pugni. Nella stanza accanto, Mark, tedesco, stacca una stagnola dal rullo appeso alla parete, la piega, vuota il contenuto marrone della piccola busta di plastica che aveva in tasca, con l’accendino scalda la stagnola da sotto e con una cannuccia respira il fumo. L’odore è acre. «Un grammo a Berlino costa 10 euro, te lo vendono in palline, si compra sia in varie stazioni della metro che attraverso contatti di dealer, la roba che gira fa schifo», spiega. Dalla porta principale entra Marika, 32 anni, e svuota nell’apposito contenitore quattro borse di plastica piene di siringhe usate. In cambio riceve quattro scatole da cento siringhe.

La struttura funziona senza troppi problemi. A volte ci sono liti, altre nervosismi perché entrambe le sale sono piene e bisogna aspettare in coda. I casi di overdose, secondo quanto ricorda Hennis a memoria, non superano i quattro all’anno. Si tratta spesso di persone che sono state a lungo lontane dall’eroina e si iniettano di nuovo per la prima volta senza avere più sotto controllo quanto il loro corpo è in grado di sopportare. L’infermiere sa intervenire in questi casi. Al Birkenstube, di overdose, non si muore. 

A partire dalle 15.30 non si può più accedere alle stanze di consumo. Il bar rimane aperto fino alle 16. Mezz’ora prima della chiusura una decina di persone sono ancora sparse tra poltrone e tavolini. La radio è spenta. Il silenzio viene interrotto dal suono di un cellulare. La suoneria è la canzone Pass this on di The Knife. Un signore rimasto fino ad allora in disparte indossa la giacca, si avvicina e dice: «Non c’è un modo bello di raccontare ciò che bello non è».

Twitter: @Nena Darling

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