Cani e porci: le somme di Masterpiece

Televisione nostrana

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18 Novembre Nov 2013 1800 18 novembre 2013 18 Novembre 2013 - 18:00
Masterpiece è il primo talent al mondo sulla scrittura. Non sorprende che sia nato proprio in Italia, che siamo abituati a vedere in fondo a tutte le classifiche spruzzate di pseudo-ufficialità statistica sullo stato del prodotto-cultura. La mancata sorpresa è da attribuire al fatto che, come ci ricordano i mantra quotidiani sui social network, nessuno legge ma tutti hanno l'hobby della scrittura.
 
Masterpiece prende cinicamente spunto proprio da questo assunto e pertanto non fa leva sulla curiosità del pubblico senescente nei confronti del processo che porta alla stesura di un libro – curiosità più che mai presunta, tra l'altro – bensì sulla curiosità dei molto meno presunti milioni di italiani che hanno scritto o progettano di scrivere un romanzo, e che quindi sono il bacino potenziale di spettatori della trasmissione.
 
La giuria è composta da due autori affermati, De Cataldo e De Carlo, e un'autrice meno nota, Taiye Selasi, di sicura presa mediatica per il fatto di esprimersi abbastanza bene in italiano, e sulla cui comprensione profonda dei testi in esame è meglio non indagare – più che altro perché, davvero, il punto di Masterpiece non è questo. Ai tre giurati si aggiunge Massimo Coppola, che fa il motivatore in quello che sembra il cantiere di un loft e offre una versione pacata del sé stesso di brand:new, la trasmissione che lo rese celebre su Mtv – all'epoca seguita assiduamente da un pubblico convinto di prendere parte a un rito esoterico notturno.

La funzione dei quattro operatori culturali di Masterpiece sembrerebbe quella di gestire il talent seguendo con scrupolo filologico gli show omologhi che hanno monopolizzato lo spazio una volta dedicato ai varietà sulla televisione generalista: giudicano, elogiano, stroncano, il tutto ispirandosi di volta in volta alle performance di Maria De Filippi o Gordon Ramsay, a seconda che debbano dire dei no aggraziati (à la Maria) o esagerare nel bene o nel male (à la Ramsay). Si è visto De Carlo cestinare manoscritti che lo spettatore smaliziato dubita fossero stati letti, De Cataldo incensare testi di un'ingenuità impressionante sull'adagio del talento intuito, potenziale, e Selasi dire no senza nemmeno riuscire a guardare negli occhi l'aspirante scrittore per il dispiacere. E va bene, si tratta di comuni dinamiche televisive e vanno prese per quello che sono (tic narrativi, linee guida degli autori del programma). Tuttavia lo spettacolo non decolla, e chi guarda comincia a chiedersi il perché.
 
In Amici e The Voice, nonostante i potenti innesti di scrittura volti a creare personaggi empatici con un talento anziché persone con un carattere e un talento, in linea di massima lo spettatore riconosce nei concorrenti una certa abilità. La vincitrice della prima edizione di The Voice, Elhaida Dani, aveva dalla sua una voce impressionante e una notevole capacità espressiva, perciò nonostante la scelta di pezzi quasi sempre dozzinali che l'hanno portata alla vittoria (di davvero bello giusto la cover-duetto di Margherita fatta col suo coach Cocciante), non si poteva negare che lei, come concorrente di un talent musicale, avesse le carte in regola per essere riconosciuta e infine premiata. Lo stesso dicasi dei vari ballerini, performer e altri cantanti di altri spettacoli televisivi la cui unica funzione è la promozione del talento mainstream.
Questo meccanismo però, che porta a un interesse non per forza disincantato nei confronti delle gare, si inceppa brutalmente in Masterpiece, perché i testi proposti dai concorrenti sono (cioè sono stati, perlomeno nella prima puntata) di livello innegabilmente infimo. E qui torniamo al cinismo dell'operazione: non si tratta di un talent show volto alla promozione della letteratura (e non possiamo essere tanto naïf da pensare che fossero quelle, le intenzioni), né della lettura (vedi sopra), né tiene fede alla dicitura “talent show” visto che di talento non c'è traccia, per ora, né starò qui a infierire sul titolo crudele (Capolavoro). Masterpiece è invece un'operazione che fa leva senza il minimo scrupolo sull'ambizione, quella più truce e volgare, quella che non si fa forte del talento, la delusion della creatività, la sfacciataggine con cui siamo arrivati a sentirci in diritto di proporci come scrittori senza possedere i basilari strumenti culturali che ci dissuaderebbero dall'intento per umiltà, rispetto e amore del bello.
Proviamo a immaginare un ballerino uscito da una gag di Paperissima che però se la gioca contro altri come lui in un talent sulla danza. O l'esibizione di un cantante completamente stonato, che però non è il buffone di turno deriso da giuria e pubblico piazzato lì solo perché gli autori volevano strappare una risata al pubblico, bensì uno tra tanti altri concorrenti dalle identiche debolezze, e che poi questo cantante venga eliminato o promosso sulla base di logiche imperscrutabili propugnate da giudici che continuano a dare l'idea di non aver letto alcunché. Infine aggiungiamo l'artificiosa costruzione di personaggi borderline (l'ex carcerato, l'eunuco psichico, eccetera), che in questo contesto terremotato sembra essere l'unica cosa con un minimo di studio alle spalle. Il sottotesto dello show è che la letteratura è l'unica forma d'arte che non richiede alcun talento, perciò un talent sulla letteratura con concorrenti che ne ignorano l'esistenza diventa, se non plausibile, almeno coerente.
 
Di cosa si tratta, allora? Di una parodia della slavina di italiani con velleità scrittorie? Di far esporre per puro sadismo persone illuse di avere un talento? Della versione televisiva di un corso di scrittura creativa – solo che qui, alla fine, se vinci pubblichi con Bompiani? Della conferma ufficiale che in Italia i broccoletti sono il corrispettivo del soma di Huxley? Magari tutte queste cose insieme, e mille altre che non vediamo, accecati dal moralismo. Comunque, con un pizzico di goliardia, Masterpiece lo si poteva chiamare Yes we can! (che in italiano si dice “cani e porci”).

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