Federalismo sanitario: nuove regole, vecchi problemi

Nuova accelerazione, ma i problemi rimangono insoluti; intanto la sanità continua a navigare a vista

Sanita
21 Novembre Nov 2013 1730 21 novembre 2013 21 Novembre 2013 - 17:30

Si parla di federalismo e standard in sanità almeno dal 2000; leggendo le notizie più recenti sull’argomento torna in mente il mito greco di Sisifo, l’eroe destinato a vedere sempre vanificati i suoi sovrumani sforzi.  

L’obiettivo del federalismo nel campo sanitario è quello di individuare la spesa efficiente per le prestazioni sanitarie prendendo a riferimento le Regioni che fanno meglio in efficienza e qualità, le cosiddette benchmark. Ogni scostamento rispetto al benchmark rimane a carico della Regione che lo causa, secondo una logica federalista di responsabilizzazione dei centri di spesa decentrati.

Facciamo un passo indietro, ricordando che a fine 2012, un po’ meccanicamente e in maniera sconnessa dalle azioni del Governo Monti in materia di sanità, è sopraggiunto il decreto del Presidente del consiglio dei ministri sui criteri per individuare le Regioni benchmark. Poi sull’argomento è calato silenzio durato sino a novembre 2013, quando è stata annunciata una collegiale apertura delle Regioni all’applicazione rapida degli standard. Ma ci sono davvero novità sostanziali?


Sul piatto rimanevano, a fine 2012, non pochi problemi:

(1) Regole di fissazione degli standard non univocamente interpretabili;
(2) Standard riferiti solo alle spese correnti (di fatto ignorando quella in conto capitale); 
(3) 
Mancata definizione della transizione dalle condizioni di partenza delle Regioni alla piena applicazione degli standard (irrealistici aggiustamenti in poco tempo); 
(4) 
Dibattito non risolto sulla perequazione delle infrastrutture (tecnologie, medical devices, qualità degli ospedali, etc.), che dovrebbe ridurre i divari tra Regioni; 
(5) 
Non un solo numero, quando invece servirebbe una chiara e dettagliata mappatura degli effetti sia a regime che nella transizione; 
(6) 
Regioni benchmark non ufficialmente scelte (i nomi sono circolati solo a livello ufficioso e non sono mancate critiche da Regioni benchmark e non); 
(7) 
Dibattito non risolto sull’indicatore di deprivazione socio-economica, che dovrebbe far affluire piú risorse alle Regioni meno sviluppate aiutandole nella convergenza al benchmark.


 

metà novembre 2013 dalla Conferenza delle Regioni arriva un messaggio forte: si deve procedere urgentemente con gli standard, con applicazione sperimentale sin dal 2013. Qualcuno fa notare che ormai il 2013 è andato, con impegni di spesa già presi la maggior parte delle risorse programmate, ma questa è, se si vuole, la difficoltà minore (una applicazione sperimentale può essere pro-forma, “che cosa sarebbe accaduto se...”).

Inoltre, la prospettiva sui benchmark sembra esser cambiata: non più le migliori Regioni in efficienza e qualità, ma una media (non è chiaro come verrà calcolata) tra tutte le Regioni non sottoposte a piani di rientro. Un benchmark “ammorbidito”, che però non solleva dal compiere scelte precise su tutti i punti rimasti inevasi: fase di transizione, percorsi di convergenza, perequazione infrastrutturale, regole univoche e implementabili di finanziamento, quantificazione.

La legge di stabilità 2014, approvata al Senato e in via di approvazione alla Camera, ha poi previsto il monitoraggio e la revisione dei costi standard di regioni ed enti locali entro il 2015, incluso il comparto della Sanità.

Insomma, per continuare con le suggestioni mitologiche, sembra essersi sia riaperto il vaso di Pandora e i problemi da risolvere sono gli stessi di sempre. Le Regioni promettono velocità di risoluzione, ma possiamo crederci? Nel frattempo la sanità continua a navigare a vista, tra urgenze dei conti e urgenze nelle corsie.  

Chiudo con una mappatura macro-finanziaria entro cui dovrebbe auspicabilmente trovare svolgimento il dibattito sugli standard sanitari. In questo paper fornisco un esempio di quelle quantificazioni necessarie al federalismo sanitario, di cui purtroppo si fa poco uso. 


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