«Rilanciare la musica in Italia si può: vi spiego come»

La voce degli Afterhours a tutto campo

Manuel Agnelli Foto Luca Carlino Www
22 Novembre Nov 2013 1030 22 novembre 2013 22 Novembre 2013 - 10:30

Quando è iniziata la trasformazione di Manuel Agnelli da musicista puro ad attivista culturale? Forse un Agnelli disimpegnato non è mai esistito: prima dei concerti a sostegno di Pisapia a Milano, prima dell'uscita della compilation Il Paese è reale, prima delle apparizioni a Macao, infatti, il frontman degli Afterhours recava già dentro di sé il sogno di smettere di fare semplicemente musica, e di cominciare a fare qualcosa per la musica e la cultura in generale.

«E tu vuoi far qualcosa che serva? E farlo prima che il tuo amore si perda?», cantava il 47enne sul palco di Sanremo nel 2009. Una volontà che Agnelli ha concretizzato nel 2013 organizzando Hai paura del buio?un festival itinerante che ha portato a Torino, Roma e Milano numerosi artisti provenienti da campi espressivi differenti (musicisti, pittori, scrittori) e coinvolgendo vari attori della scena musicale italiana in un dibattito teso a redigere una «carta della musica» congiunta, ovvero un disegno di legge salva-musica da proporre al Ministro della Cultura Massimo Bray.

Il manifesto di Hai paura del buio? ad un certo punto recita: «Noi vogliamo uscire, confrontarci, mischiarci, sporcarci e contaminarci. Diventare dei bastardi e dei meticci». La «contaminazione» tra musicisti di band diverse e tra creativi provenienti da campi artistici apparentemente slegati tra loro è stata una costante dell’iniziativa. Quali benefici può trarre la cultura da questa contaminazione?
Da un lato la contaminazione è positiva per l’ispirazione artistica, dall’altro lo è per il pubblico. L’Italia è composta da circuiti culturali chiusi dove circolano sempre le stesse idee, non è molto eccitante dal punto di vista creativo. Unire varie arti serve per alimentare la curiosità tra gli artisti e anche tra il pubblico. Bisogna ricominciare ad alimentare questa curiosità perduta. Ultimamente il pubblico italiano va a vedere soltanto le cose che conosce, delle quali si fida, cerca conforto nella cultura. Ma è cento volte più eccitante andare a vedere una cosa che non conosci; recarsi ad un concerto rock e trovarci dentro un’installazione o uno spettacolo teatrale. Poi alla fine può anche non piacerti, ma è bello correre il rischio, no?

Spesso, però, per avere contaminazioni culturali efficaci servono anche spazi adatti ad accogliere arti diverse, locali polifunzionali in grado di farle coesistere e rendere, alla fine, complementari. Non è questo il primo passo?
Avere luoghi che offrono più espressioni culturali è sicuramente un bene. È divertente e rende gli spazi più vivi e più interessanti da frequentare anche al di là del singolo evento. Negli anni ’80 si cercò di creare qualcosa di simile in Italia, poi questa attitudine si è persa. Questi posti in Italia devono rifiorire, rinascere.


Perché ciò avvenga serve una maggiore sensibilità politica, oppure c’è una mancanza di strutture adeguate?
È una questione di strutture, ma anche di averle a disposizione. Io credo che la grossa differenza fra l’Italia e il resto d’Europa sia proprio questa. Da noi le amministrazioni, piuttosto che riutilizzare gli edifici, aspettano che marciscano per poterli buttare giù e costruirci sopra qualcosa d’altro. Il perché lo sappiamo: fare così porta più soldi. In realtà, soprattutto nelle grandi città, ci sono una marea di spazi inutilizzati che amministrazione e comune dovrebbe mettere a disposizione di chi dimostra di avere la capacità di creare progetti interessanti, valorizzando la libertà della gente di esprimere arte e creatività dal basso.

Vedi qualche eccezione alla regola, in Italia?
Forse Torino, tra le poche città italiane in grado di offrire spazi fantastici all’arte e alla cultura. Sotto la Mole gruppi industriali e istituti di credito hanno dato vita a fondazioni che funzionano, sul modello americano dei grandi tycoon. Penso a J.P. Morgan, Andrew Carnegie o i Rockerfeller, che perseguendo il marketing sono comunque riusciti a dare vita a realtà culturali importanti come la Carnegie Hall o il Rockerfeller Center. In Italia queste cose sono molto più rare. Noi abbiamo organizzato la prima data di Hai paura del buio? alle Officine Grandi Riparazioni, ex officine industriali dove alla fine del secolo scorso venivano riparate le locomotive. Le OGR sono state riconvertite in un posto fantastico, dove veramente puoi organizzare quello che vuoi - concerti, installazioni, teatro. Uno spazio così a Milano non c’è. Anzi c’è, ma non viene utilizzato in questo modo.

Hai paura del buio? è stato accolto con favore anche dal Ministro Bray. Cosa ne pensi del suo operato?
È una persona aperta al dialogo, curiosa e motivata. Per l’Italia è un’anomalia.

Se domani mattina venissi eletto Ministro della Musica, quali sarebbero le prime cose che cambieresti?
In primo luogo semplificherei la burocrazia, perché organizzare le cose in Italia è un ginepraio, è scoraggiante: devi rivolgerti a quindici uffici diversi per mettere in piedi un festival. Poi introdurrei agevolazioni fiscali per gli imprenditori della musica, cioè quelli che investono per aprire un locale, organizzano concerti, aprono uffici stampa e così via.


Credi che le leggi vigenti soffochino il sistema musica?
Ne sono convinto. Penso, ad esempio, alle norme di sicurezza necessarie per un concerto. È giusto averle e rispettarle, ma l’Italia lo fa nella maniera più soffocante e ottusa possibile. Per rilanciare un ambiente come quello della musica ci vogliono elasticità e soprattutto intelligenza.

C’è un modello, anche estero, cui ci si potrebbe ispirare?
Williamsburg, il quartiere di Brooklyn. Prima era un ghetto tossico, oggi è stato rilanciato ed è diventato una delle aree più trendy e richieste di New York. Tutto questo grazie ad una legge: l’amministrazione decretò che chi apriva un’attività a Williamsburg poteva non mettersi in regola per otto mesi. Molti nuovi locali aprirono in poco tempo. Alcuni al termine degli otto mesi chiusero, senza gravi dissanguamenti finanziari; altri ebbero successo e si “ufficializzarono” senza aver rischiato praticamente nulla. Così Williamsburg è diventato sempre più interessante, attirando prima i giovani alternativi, poi i negozi, infine i parchi giochi per i bambini. Il processo ha anche fatto rivalutare gli immobili, tanto che oggi il quartiere è una delle zone più care di New York. La cultura ha alimentato anche un altro tipo di economia. Questo modello, secondo me, potrebbe essere adattato tranquillamente a diverse situazioni del nostro Paese.

Cambiamo completamente argomento. Cosa ne pensi dei talent show?
Non è tanto un male che in televisione ci siano i talent show, ma è un male che ci siano solo quelli. Se mostrassero più facce del fare musica, come la componente autorale, quella emozionale, quella personale, la gente potrebbe decidere che approccio preferisce. Oggi chi guarda i talent show pensa che fare musica sia quella roba lì. Per me quella roba lì è come il circo. Prendi le persone, le togli dal loro contesto, gli fai cantare delle canzoni ”X”: sono bravi “giocolieri”, sanno cantare di tutto, hanno un’estensione della Madonna, sanno stare sul palco. Ma sono acrobazie, non musica.

Che fanno perdere il valore delle imperfezioni.
Esatto. I più grandi personaggi della musica contemporanea degli ultimi quarant’anni e del rock in particolare erano persone che avevano grossi limiti artistici e magari non possedevano una grandissima voce. Springsteen non ha certo la voce di Freddy Mercury, però ha significato molto di più di quanto non abbia significato Mercury per tutto un tipo di pubblico. I talent show sono dei fenomeni creati dalle case discografiche come ricerche di mercato, per non rischiare niente e investire in prodotti sicuri. Funzionano così: le televisioni buttano nella mischia una serie di dilettanti allo sbaraglio; la gente sceglie chi preferisce; la casa discografica che finanzia il format produce un disco a costo zero, perché l’artista ha firmato un contratto capestro all’inizio della trasmissione. Insomma, è puro marketing.

Che effetti avranno i talent show sull’industria musicale a lungo termine, secondo te?
Nel lungo periodo produrranno il suicidio dell’industria musicale. Finiranno come altri escamotage del passato, che all’inizio sembravano un grosso guadagno e poi porteranno velocemente alla miseria culturale. Un po’ come il digitale. La televisione avrebbe invece le potenzialità mediatiche per contribuire a formare e diffondere un messaggio diverso.

Insomma, senti la mancanza del Roxy Bar di Red Ronnie?
(ride) Possiamo dire di sì, anche se non sono mai stato un suo grande fan. Non c’era molto rispetto da parte sua nei confronti dei gruppi che andavano a suonare nel programma. Però è vero, il Roxy Bar era una vetrina, e non era l’unica. Penso a Videomusic e a quello che significava. Poi è arrivata MTV e ha distrutto quello che c’era acquistando tutto. Il monopolio di MTV, alla fine, ha distrutto la scena. Questo ci ha insegnato una lezione, che non dobbiamo mai fidarci di chi, invece che alimentare la concorrenza, la distrugge. La concorrenza è fondamentale per dare nuova linfa al sistema-musica e il sistema-cultura in tutte le sue sfumature. Il monopolio porta all’aridimento e alla morte.

A proposito di marketing e musica, che mi dici delle piattaforme di streaming come Spotify?
Secondo me Spotify dovrebbe condividere i suoi introiti con gli artisti. Il motivo è semplice: se questi servizi di ascolto non alimentano il sistema stesso, alla fine moriranno col sistema. Un po’ come le squadre di calcio hanno il vivaio, per dirti, o i grandi manager finanziano le scuole di management per formare i talenti del futuro. Spotify non può pensare di trarre profitto da tutte le energie esistenti e poi alla fine andarsene salutando. Danno la sensazione di democrazia e di libertà, invece lo stanno mettendo nel culo a tutti. Se alimenti il sistema, diventi un elemento vitale del sistema stesso. Se succhi solo il sangue, invece, sei un vampiro.

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