Bilancio dopo 20 anni

Federalismo all’italiana: più costi e tasse per tutti

Oltre l’Imu. Autonomismo tradito

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30 Novembre Nov 2013 1845 30 novembre 2013 30 Novembre 2013 - 18:45
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Nuovo record per le tasse in Italia. Uno studio della Cgia di Mestre di settembre 2013 rivela che quest’anno la pressione fiscale raggiungerà il 44,2% del Pil, ben 12,8 punti percentuali in più rispetto al 1980. In termini assoluti ciascun italiano - bambini e ultracentenari compresi - verserà nel corso del 2013 un carico di imposte, tasse e contributi pari a 11.629 euro: il 120% in più di trent’anni fa.I motivi di questo costante aumento sono molteplici ma diversi studiosi concordano nell’attribuire grandi responsabilità al fallimento della riforma in senso federalista dello Stato italiano. Un’analisi di Confcommercio e del Cer (Centro Europa Ricerche), sempre del 2013, rileva come negli ultimi 20 anni - da quando la prima legge Bassanini diede avvio al decentramento amministrativo e alla semplificazione burocratica, passando per la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 e per la legge sul federalismo fiscale del 2009 - le tasse locali siano quintuplicate. Il gettito è cresciuto da 18 a 108 miliardi.

Questo non sarebbe di per sé preoccupante, perché devolvendo funzioni e competenze dallo Stato centrale a Regioni, Province e Comuni è naturale che le tasse locali aumentino. Di contro le tasse dello Stato centrale dovrebbero diminuire. Invece – ed è questo il dato inquietante – anche le tasse statali sono aumentate, quasi raddoppiate nello stesso periodo (+95% sempre secondo lo studio di Confcommercio e Cer).

Le tasse non sono poi cresciute in modo slegato dalle spese. Anzi, l’aumento delle uscite è stato superiore a quello delle entrate tributarie, con ripercussioni anche sul debito pubblico dell’Italia, passato dai 1.300 miliardi di euro del 2001 ai 2.000 miliardi del 2013. Inoltre oggi molti Comuni italiani si trovano in difficoltà a far fronte ai costi da un lato ed a  rispettare il patto di stabilità dall’altro, per cui chiedono spesso maggiori trasferimenti da parte dello Stato (il recente scontro sull’abolizione dell’Imu nel 2013 ne è prova). Nel caso in cui Roma non provveda, spesso si hanno aumenti delle addizionali Irpef, aumento dei costi dei servizi (ad esempio nel trasporto locale) e riduzione degli stessi (ad esempio i servizi di carattere sociale garantiti dai Comuni).

Il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, ha ricordato – in occasione della pubblicazione del rapporto sul 2013 – che «negli ultimi 20 anni, le Regioni ed i Comuni sono diventati responsabili della gestione di settori importanti senza aver ricevuto un corrispondente aumento dei trasferimenti. Anzi. La situazione dei nostri conti pubblici ha costretto lo Stato centrale a ridurli progressivamente, creando non pochi problemi di bilancio a molte amministrazioni locali che si sono difese facendo leva sulle nuove imposte locali introdotte dal legislatore».

Il ruolo del “cattivo” non tocca però solamente allo Stato centrale. Secondo la Relazione della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria delle Regioni negli esercizi 2011-2012, una grave responsabilità nell’incremento della spesa pubblica e del debito pubblico, senza che a questo sia corrisposto un corrispondente miglioramento dei servizi, è ascrivibile alle Regioni. Tutti gli enti locali sono poi accomunati dal «cancro delle società partecipate», secondo quanto dichiarato da Tommaso Cottone, procuratore regionale della Corte dei Conti della Campania, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della giustizia contabile. Il magistrato ha ricordato che a livello nazionale in oltre 5 mila organismi privati, partecipati dagli enti locali, l’indebitamento è valutato intorno ai 34 miliardi di euro e che fenomeni di cattiva gestione si sono concretizzati «in assunzioni di massa illegittime e clientelari; in consulenze inutili; in sprechi per acquisti di forniture inutili e a prezzi fuori mercato».

Insomma, il bilancio di questi venti anni non sembra certamente positivo. «Facciamo chiarezza: la Bassanini è la vera grande riforma, che però non è federalista ma riguarda il decentramento amministrativo, e ha fatto molto meglio della modifica del Titolo V del 2001», spiega Serena Sileoni, vicepresidente dell’Istituto Bruno Leoni. «Quella riforma costituzionale è stato un pateracchio. Il testo è verboso e confuso, la distinzione tra competenze legislative e amministrative del centro e della periferia non è chiara, e inoltre non è chiara nemmeno la responsabilità fiscale delle varie amministrazioni. Questa confusione ha generato una valanga di conflitti tra Stato e Regioni che finisce per intasare la cancelleria della Corte Costituzionale. Ma a questa riforma – che chiamare “federalista” sarebbe improprio – è seguita poi quella del federalismo fiscale, del 2009. Si noti che il principio era già stato stabilito nel 2001 nel nuovo Titolo V e sono dovuti passare otto anni prima che si scrivesse una legge a tal proposito. E anche adesso non è concluso il cammino di attuazione: il passaggio da costo storico a costi standard, ad esempio, non è ancora avvenuto e siamo nel 2013».

Una delle materie devolute alla competenza legislativa concorrente tra Stato e Regioni è la sanità. In questo settore si è assistito ad una levitazione significativa della spesa pubblica, passata dai circa 75 miliardi di euro del 2001 ai circa 110 miliardi attuali. Questo aumento è determinato in parte anche dal progressivo invecchiamento della popolazione ma il mancato passaggio al criterio del costo standard ha generato una situazione in cui il costo di una protesi all’anca – per fare un esempio – può variare da 284 euro a 2.575 euro, a seconda della Asl. Se tutte le Regioni si allineassero alla media di spesa e di qualità del servizio delle cinque più virtuose (Umbria, Emilia Romagna, Marche, Lombardia e Veneto) si potrebbero risparmiare, secondo uno studio del Cerm del 2010, più di quattro miliardi di euro all’anno.

«Il problema è che si è data l’autonomia senza dare la responsabilità», prosegue Sileoni.  «Se le Regioni pagano la spesa sanitaria con l’Irap come può il cittadino esercitare un controllo sugli enti locali? Sono stati introdotti dei meccanismi di sanzione di recente, ma riguardano il rapporto tra Stato e Regioni, non tra Regioni e cittadini. Fino a che invece non sarà chiaro ai contribuenti quali entrate finanziano quali spese di quali enti, si perde la responsabilità politica».

Altra materia delicata, tra quelle di competenza concorrente, è l’istruzione. Secondo un’analisi del 2010 curata dalla Regione Toscana, i test Ocse-Pisa confermano che le Regioni del Sud Italia sono quelle dove si spende di più e sono quelle con i risultati più scarsi (nei test uguali per tutto il Paese, al contrario i voti di maturità sono mediamente più alti). Anche in questo caso si lamenta il mancato passaggio al criterio dei costi standard ma più che la questione economica per molti è fonte di preoccupazione il crescente divario nella qualità della preparazione degli alunni tra diverse aree d’Italia. Secondo alcuni politici e studiosi sarebbe più opportuno riaccentrare le competenze in mano allo Stato, allo scopo di dare maggiore uniformità, mentre altri loro colleghi ritengono che vada portato a compimento il federalismo, dando modo alle persone di poter controllare e sanzionare i decisori politici locali, finalmente responsabilizzati. Uno scontro di opinioni questo che investe oramai la maggior parte degli ambiti in cui si è attuato (anche se solo parzialmente) il federalismo.

Anche sulle opere pubbliche gli strumenti “federalisti” immaginati fino ad ora non hanno funzionato. La “tassa di scopo”, che i Comuni potevano introdurre per finanziare specifici progetti e per non oltre cinque anni, è stata usata dalla sua introduzione nel 2006 solo da 21 enti locali. E 19 l’hanno già soppressa. L’elenco delle materie devolute, in tutto o in parte, in cui si lamentano problemi e disservizi potrebbe continuare: governo del territorio, grandi reti di trasporto, ricerca scientifica, servizi sociali, regolamentazione dell’edilizia, trasporto locale e via dicendo.

I Comuni in questo quadro si trovano spesso in una situazione ambivalente: da un lato si lamentano - in molti casi giustamente – i tagli dei trasferimenti da parte del governo centrale che li costringono a ridurre i servizi (e a loro ne sono affidati di alcuni molto delicati, come l’assistenza ai disabili e agli anziani), o ad aumentarne i costi (tipicamente il prezzo del biglietto del trasporto pubblico) o, ancora, ad aumentare le tasse locali. Dall’altro anche loro non sono esenti da sprechi e opacità. «Sicuramente i Comuni in questi anni si sono trovati in difficoltà a fronteggiare certe spese, quindi non mi stupisce che la tassazione locale sia aumentata», dice ancora Sileoni. «Il problema è che lo Stato non ha compensato abbassando i propri tributi. Era implicito nella riforma federalista che il gettito totale dovesse rimanere invariato, invece è andato sempre più crescendo. Poi è vero che anche nei Comuni ci sono casi di cattiva gestione. Il patto di stabilità interno responsabilizza gli enti locali verso lo Stato, ma non verso i cittadini. Non è la stessa cosa». E una maggiore trasparenza nei bilanci degli enti locali e delle municipalizzate sarebbe, secondo diversi esperti ed esponenti politici, il primo rimedio allo sperpero di denaro pubblico.

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