Intervista

La disuguaglianza cresce, ma l’Italia non se ne cura

Mauro Magatti legge Bauman

Calzini Crisi
30 Novembre Nov 2013 1900 30 novembre 2013 30 Novembre 2013 - 19:00
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Zygmunt Bauman Danni Collaterali Laterza RomabariMauro Magatti insegna Sociologia all’Università Cattolica di Milano e da anni si occupa dei rapporti tra economia e società. È autore di diversi libri, tra cui I nuovi ceti popolari (Feltrinelli 2006). Insieme a noi de Linkiesta ha letto l’ultimo saggio di Zygmunt Bauman, passato in Italia un po’ inosservato. Si intitola Danni collaterali ed è una raccolta di lezioni universitarie dedicate a povertà e disuguaglianze crescenti nelle società occidentali, democrazie che - sostiene il filosofo polacco - restano tali sul piano del riconoscimento in egual misura a tutti i cittadini dei diritti democratici, ma che sempre meno consentono loro «di esercitarli effettivamente». Con una discrepanza crescente «tra la posizione giuridica di un cittadino e le effettive opportunità godute».
 

Professor Magatti, Zygmunt Bauman in Danni Collaterali parte da una metafora:

«Quando un impianto elettrico si sovraccarica, il primo elemento a saltare è il fusibile, l’elemento meno resistente del circuito, messo lì appositamente per salvare il resto della struttura: quando la corrente supera il livello di guardia, il fusibile interviene per salvare il resto dell’impianto. Quando il fusibile salta, l’intero impianto smette di funzionare»

Lo stesso accade nella società, sostiene Bauman, dove la parte più debole della struttura, la Sottoclasse, è costantemente esposta a danni collaterali – cioè imprevisti e privi di «misure di sicurezza» - di scelte politiche ed economiche fatte dagli altri. In un contesto in cui il rischio di diventare Sottoclasse è in crescita continua.

Cosa scorge di Italia in questo ragionamento? C’è una sottoclasse in crescita? Quali sono le riforme e le misure di cui avremmo bisogno?
Oggi c’è una sorta di gara tra categorie sociali per essere citate come quelle che stanno peggio. Ma sottolineerei due aspetti, prima di tutto. La situazione attuale è figlia della marginalità che ha colpito l’Italia nella Seconda repubblica. Una marginalità economica, politica e culturale. Vittime principali sono quelli che io chiamo i «ceti popolari», su cui si è imposta l’egemonia di una cultura solo consumerista, fatta di un individualismo spensierato, versione provinciale del capitalismo degli ultimi decenni. Questi ceti si sono innanzitutto impoveriti in senso antropologico, e solo successivamente anche in senso sociale ed economico  Ecco perché di fronte all’impoverimento economico e al cambiamento delle condizioni di lavoro arrivato con la crisi del 2008, i ceti popolari non si sono mai lamentati, catturati com’erano dalla logica del consumo.

Oggi a soffrire maggiormente sono i giovani - quelli che non possono scappare all’estero - e le donne - per tradizione tra i soggetti più deboli in Italia e non solo nel mercato del lavoro. Ma a subire i danni collaterali della crisi c’è anche un Sud sempre più distante dal Nord.

Perché siamo ancora privi di «misure di sicurezza» per far fronte a tutto questo?
La stessa mentalità che ha portato alla crisi vede nelle «misure di sicurezza» solo un costo che impedisce alla società di correre speditamente quanto vorrebbe. Il punto in discussione è questo: non si può immaginare di avere crescita economica senza una crescita sociale, che significa cura del territorio e delle persone. Per questo credo che la logica da recuperare per aprire una stagione di crescita è quella che abbiamo imparato dopo la crisi del ‘29 e che è stata la via maestra nel secondo dopoguerra. E cioè creare le basi dello sviluppo investendo sulle persone e sul territorio, anche immaginando che i tassi di crescita futuri dell’Italia saranno ancora più bassi di quel che ci si attende. Tutto ciò può essere visto come un costo solo adottando un’ottica di breve termine. Avremmo bisogno di un reddito di cittadinanza, ad esempio, anche se non può essere la panacea di tutti i mali.

Ma l’Italia non riesce a staccarsi dalla logica del breve termine...
Non ci riusciamo perché in fondo siamo un Paese provinciale, senza nessuna capacità di leggere le fasi storiche precedenti. E senza una prospettiva storica si viaggia solo da un aggiustamento all’altro. Ad esempio, nel decennio pre crisi, abbiamo solo annusato il vento della globalizzazione che spirava, ma non lo abbiamo davvero capito. La globalizzazione portava con sé esigenze di innovazione tecnologica, sviluppo dell’efficienza e investimenti in ricerca, scuola e multiculturalità. Una impegno che l’Italia ha messo tra parentesi.

Bauman parla di una povertà che è sempre più una mancanza di alternative, è una routine cui è impossibile sfuggire. E scrive:

«I gruppi o le categorie di individui che non hanno alcuna opzione a loro disposizione, o ne hanno un numero limitato, e sono quindi obbligati ad attenersi a una routine monotona ed estremamente prevedibile, nella lotta per il potere non hanno alcuna possibilità di sconfiggere avversari mobili e liberi di scegliere, che dispongono di tante opzioni e sono quindi, di fatto, imprevedibili. È una lotta tra flessibilità e staticità: i gruppi flessibili, che dispongono di numerose opzioni, rappresentano una fonte di incertezza debilitante e suscitano uno schiacciante senso di insicurezza in chi è bloccato all’interno di una routine. Al contrario, chi è flessibile non deve preoccuparsi delle minacce che le possibili mosse e reazioni di chi è bloccato potrebbero rappresentare per la sua posizione e le sue aspettative» 

Come commenta?
La disuguaglianza è sempre conseguente a scarsi investimenti sul capitale umano. Posso garantire ai cittadini consumi e divertimenti, come nell’Italia della Seconda Repubblica, ma non istruzione di alto livello o un buon mercato del lavoro. Una logica che nasce dalla scarsa consapevolezza di quanto il fattore umano sia cruciale per la crescita economica di un Paese.

Ma dobbiamo anche ricordare le inefficienze del sistema di welfare italiano. L’Italia spende in misure sociali tanto quanto Paesi con livelli di disuguaglianza e povertà decisamente inferiori. Ma le nostre risorse sono distribuite male, e sono prive di risultati. È un modello di welfare che non funziona e che va cambiato.

E poi parlerei di motivazione. Elemento anch’esso fondamentale per la crescita di un Paese. Se capacità e impegno delle persone non sono ricompensati, spengono l’energia psichica soggettiva, e ogni motivazione all’impegno.

Bauman affronta quello che ai giovani oggi suona sempre più come un mantra: “Fatevi imprenditori di voi stessi”:

«Il compito di guadagnarsi la sicurezza esistenziale – ovvero di conseguire e di mantenere una posizione decorosa e dignitosa all’interno della società eliminando il rischio di esserne espulsi – oggi è sempre più spesso lasciato alla capacità e alle risorse dei singoli individui, e questo significa farsi carico di rischi enormi e patire la straziante incertezza che simili compiti inevitabilmente implicano. … La maggior parte di noi, dai primi agli ultimi, teme oggi la minaccia, per quanto indistinta e vaga, di vedersi escluso, di non sentirsi all’altezza delle sfide e di essere ignorato, privato della dignità e umiliato»
 

Si può essere imprenditori di se stessi in un contesto sociale privo di misure di protezione? (Tanto che Bauman scrive: Lord Beveridge - cui dobbiamo il modello dello stato sociale inglese del dopoguerra - era un liberal e non un socialista. Egli credeva infatti che la proposta di una assicurazione contro tutti i rischi, universale e approvata da tutti, fosse l’inevitabile conseguenza nonché l’indispensabile completamento del concetto liberal di libertà individuale, e condizione necessaria della democrazia liberale) 

Quella di “farsi imprenditori di se stessi” è uno slogan tatcheriano ormai consumato. Ed è stata spesso usata come copertura di molte mancanze. Tuttavia, sono convinto che perché ci sia crescita, il problema non sono le sicurezze. Al di là della retorica neoliberista, credo che la crescita abbia sempre a che fare con la capacità di attivare le motivazioni soggettive delle persone. Non dobbiamo perdere un elemento importante: lo slancio, la passione, la disponibilità al rischio o il coraggio di pensare al futuro sono ingredienti sempre importanti, ieri come oggi, per una crescita economica. Certo, devono essere ricompensati. Altrimenti, come dicevamo, spengono agni energia psichica.

Bauman, nella sua raccolta di lezioni, trae una conclusione non proprio positiva dal panorama attuale...
 

«Sono certo che l’esplosiva miscela risultante da una disuguaglianza sociale in un continuo aumento e l’accrescersi di quella sofferenza umana che releghiamo alla sfera della collateralità (considerandola marginale, estranea, esitabile, che non rientra legittimamente nell’agenda politica) sta dimostrando di essere, potenzialmente, il più disastroso dei tanti problemi che l’umanità potrebbe vedersi costretta ad affrontare e a risolvere in questo secolo»

Lei cosa ne pensa? Quale via d’uscita possibile? Un nuovo modello di Stato sociale?
Nel delicato e complesso rapporto tra democrazia ed economia la disuguaglianza è un anello di congiunzione fondamentale. Già il secolo scorso ha dimostrato che con alti livelli di disuguaglianza salta la democrazia. E abbiamo detto prima di come anche la crescita economica sia in pericolo. Quello che vedo io oggi, al quinto anno di questa crisi economica, arrivata dopo la stagione che ha creato le premesse della disuguaglianza, è che stiamo arrivati al momento in cui il problema ci appare davanti agli occhi. È lì, lo vediamo, ci interroga. Ora dobbiamo trovare una risposta intelligente. Dobbiamo riuscire ad abbassare i livelli di disuguaglianza per dare vita alla ripresa. E questo non vuol dire poco. Vuol dire invertire completamente la direzione di marcia. Il rischio che corriamo è di lasciar incancrenire la situazione. E vedere al nostra democrazia entrare in crisi.

L’essere parte dell’Unione europea può aiutare a farlo?
Direi di no, anzi. Oggi dobbiamo far fronte a una triplice crisi. Quella economica di scala internazionale. La crisi interna del sistema Italia. E poi la crisi dell’Unione europea, con la forte frattura tra paesi del Sud europa e quelli del nord. Per questo sulla nostra società c’è una pressione fortissima. E l’essere parte dell’Europa non ci sta aiutando, anzi. Rischia solo di aggravare la nostra crisi. All’Italia serve una visione sua propria da portare in Europa. E invece, per ora, ci limitiamo solo a balbettare. 

 




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