Ma quale euro! Il declino italiano nasce negli anni '70

Luoghi comuni da sfatare

Lorenzetti Cattivo Governo
14 Dicembre Dic 2013 1530 14 dicembre 2013 14 Dicembre 2013 - 15:30
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Il 2013 è stato il settimo anno dall’inizio dalla crisi e “l’anno peggiore della storia dell’economia italiana dal secondo dopoguerra”, secondo il rapporto sul mercato del lavoro del Cnel. Tuttavia, forse abbiamo dimenticato che già nel 2007 l’Italia cresceva poco; l’idea che ciò di cui oggi soffriamo abbia origine nel 2007 è fuorviante e, come tale, rischia di generare soluzioni di politica economica errate. Quello che stiamo vivendo in Italia è un fenomeno che va ben oltre gli aspetti congiunturali della crisi iniziata nel 2007 e si inserisce in un trend strutturale di declino economico che parte già dalla fine degli anni '70.

A testimonianza di questa tesi, è stato da poco pubblicato nella serie dei Research Paper del Ceis Tor Vergata un interessante saggio di Emanuele Felice e Giovanni Vecchi che a conclusione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’unificazione italiana, basandosi sulla ricostruzione di nuove serie storiche del PIL, fornisce una visione di lungo periodo del processo di crescita economica italiano. La conclusione cui i due autori arrivano è che ci sono seri indizi per affermare che il Paese è avviato su un sentiero di declino economico le cui origini vanno abbastanza indietro nel tempo, e per buona parte sono dovute alla incapacità delle regioni del Sud di raggiungere quelle del Centro-Nord. A queste conclusioni aggiungo che, purtroppo, la classe dirigente che ci ha governato negli ultimi 20 anni non è riuscita a invertire questa tendenza.

Per capire meglio la rilevanza del problema strutturale che stiamo vivendo, basta guardare la figura 1 tratta dal saggio di Felice e Vecchi che permette di comparare, su un periodo di 150 anni, la performance in termini di crescita dell’Italia con quella di oltre 100 paesi sviluppati e in via di sviluppo. Nel grafico, per ogni decade dal 1861, sono riportati il paese con la minore (quadrato) e maggiore (triangolo) crescita; la performance dell’Italia e quella della media dei Paesi Ocse. Dalla figura si evince chiaramente come dagli anni ’70 la crescita economica dell’Italia sia avviata su un sentiero di decrescita, per finire, miseramente, nell’ultima decade a essere il paese con la crescita più bassa a livello internazionale. Questa evidenza, più di mille parole e discorsi, deve chiarire in modo definitivo, che i nostri problemi vengono da lontano e che da almeno 30 anni non abbiamo fatto altro che far finta di nulla rinviando ogni iniziativa capace di interrompere il declino.

Inoltre, questi risultati confermano in parte quanto già nel 2004 Gianni Toniolo e Vincenzo Visco avevano previsto con la loro raccolta di saggi dal profetico titolo “Il declino economico dell’Italia. Cause e rimedi”. Quel libro costituisce un’ampia e documentata testimonianza del fatto che già da allora il problema era sentito e, in alcuni ambienti, se ne discuteva in modo corretto e approfondito. Purtroppo, chi allora ci governava era forse fin troppo “sordo” a questi richiami e, a dispetto di quanto oggi spesso cercano di far credere, creava le basi per l’esplosione della spesa pubblica e del necessario, successivo, aumento della pressione fiscale, vanificando in modo impietoso il dividendo dell’euro.

Declino Italia 1

Aver sprecato questa irripetibile occasione è la responsabilità storica maggiore che chi ci ha governato dal 1998 dovrà assumersi, soprattutto nei confronti di quei giovani che oggi per oltre il 40% risultano essere disoccupati. L’entrata dell’Italia nell’Euro,grazie ai minori interessi sul debito, aveva messo a disposizione del Paese un dividendo di 60-70 miliardi di euro all’anno. Somme che avremmo dovuto utilizzare o per abbattere il debito o per investimenti in infrastrutture e in capitale umano e che, invece, abbiamo stupidamente utilizzato per finanziare spesa pubblica corrente.


È in questa prospettiva che vanno valutate le scelte di politica economica di cui si è discusso in questi mesi. Se è vero che abbiamo bisogno d’interventi per rilanciare la domanda risollevando nel breve periodo i redditi e l’occupazione, è anche vero che tali interventi potrebbero essere maggiormente efficaci se coerenti con una visione di lungo periodo, l’unica capace di indicarci l’uscita da questa perdurante fase di declino. Purtroppo è questa visione che oggi sembra mancare, imbrigliata da un lato nei problemi della quotidianità del rispetto dei vincoli di bilancio pubblico e dall’altro nell’incapacità della classe dirigente di indicare un progetto di crescita sostenibile.

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