Perché l’euro non è solo una moneta

Tra tecnocrazia e populismo

Europa Bandiera
19 Dicembre Dic 2013 1930 19 dicembre 2013 19 Dicembre 2013 - 19:30

Qualche giorno fa Olli Rehn ha dato un'intervista a Repubblica in cui accusava l'Italia di non rispettare gli impegni presi e di non fare le riforme concordate. Apriti cielo. Non era mai successo che un commissario europeo intervenisse a gamba tesa nel dibattito di un paese membro con frasi ultimative. Retroscena e messaggi fatti filtrare dagli uffici stampa sì, ma mai in quel modo esplicito. L'Italia non è la Grecia e l'intervista è diventata uno spartiacque, il segnale che l'Europa è sempre più centrale nel dibattito pubblico nazionale. A torto o a ragione.

Il giorno dopo su Linkiesta abbiamo raccontato chi fosse Olli Rehn e perché verosimilmente avesse fatto quell'uscita poco in linea con l'approccio felpato di Bruxelles. Punta a correre per la successione a Josè Barroso alla presidenza della Commissione, si è detto, è ormai in campagna elettorale per questo attacca l'Italia.

Eppure non basta questo a cavarsela. Non può essere una scusa. Le stesse risposte piccate di europeisti ortodossi come il premier Letta o Giorgio Napolitano vanno ben oltre i circuiti dell'euro-scetticismo e dimostrano una cosa: la dimensione europea ci è ormai atterrata in casa, non solo sotto forma di parametri di Maastricht, coordinamento delle politiche economiche e fiscali più o meno spinte, ma entrano a pieno titolo nelle scelte di consenso dell'opinione pubblica proiettandosi sul voto di primavera quando le elezioni europee non saranno più solamente il classico appuntamento di mid-term che i partiti italiani usano per contarsi; per la prima volta avranno una valenza diversa: saranno un referendum sull'euro e la costruzione europea. L'integrazione automatica è finita da un pezzo, addio funzionalismo anni Novanta, se non si pedala in avanti la bicicletta cade per terra.

Se fate caso da qualche tempo sta crescendo una seconda ondata di euro-scetticismo, meno confinata nei circuiti separatisti criptoleghisti, in quelli vetero comunisti o della nuova destra autarchica. Si tratta di un movimento non banale, popolare e borghese, qualcuno dice in doppiopetto perchè attinge in alcuni filoni accademici no euro e si alimenta della crisi e dell'allergia all'egemonismo tedesco sul continente. Partiti politici importanti, con milioni di voti in pancia, da Forza Italia all'M5s, capiscono che su questa trincea si sfonda facilmente, il mercato elettorale è potenzialmente ricco, ci si può rifare una verginità e costruire una campagna elettorale coi fiocchi. Lo faranno certamente e il rischio vero è di trovarsi a maggio con un parlamento di Strasburgo pieno zeppo di esponenti populisti. Già oggi l'euro è il convitato di pietra (o il protagonista) di ogni dibattito o polemica italiana.

Per molti osservatori è la vendetta di chi ha seminato vento per anni scaricando su Bruxelles ogni responsabilità, e oggi raccoglie tempesta. Spesso anche per fini nobili. Nel '98, per “entrare” in Europa, il governo Prodi si è inventato pedagogicamente una nuova tassa (in parte restituita) inaugurando l'idea che la casa comune imponesse per forza dei sacrifici. Non bastasse, ogni governo che in questi anni ha dovuto correggere i conti pubblici lo ha fatto, agli occhi dell'opinione pubblica, perchè così imponeva l'Europa. Non era vero ma la tentazione, senza apparenti sanzioni, è stata irresistibile ed abusata, a destra come a sinistra. E adesso i nodi sono venuti al pettine.

La verità è che l'Europa è semplicemente ciò che i paesi membri vogliono e lasciano che sia. Peggio. In questi anni è sempre stata alternativamente capro espiatorio o panacea di tutti i mali. Non c'è mai stata la giusta via di mezzo: i governi tecnici (Monti) o tecnico-politici (Letta) sono nati benedetti dall'Europa per correggere finalmente i difetti italiani oppure per commissariare il paese, braccio armato anti democratico di qualche troika finanziaria. Portatori di riforme oppure portatori di austerity. Posizioni antitetiche che si tengono perchè il populismo finisce per specchiarsi in chi ha sempre sparso a piene mani la retorica europeista.

Oggi Linkiesta pubblica l'estratto di un bello studio firmato LinkTank che descrive gli effetti della moneta unica sull'economia italiana: commercio con l'estero, inflazione, tassi di interesse, produttività e crescita. E' un paper che farà discutere e che vogliamo faccia discutere. I nostri lettori da settimana prossima potranno scaricare gratuitamente la versione integrale. Cosa emerge dallo studio? Che l'euro non è certo stata la panacea come dicono gli euro entusiasti, l'aggancio al bengodi eterno, ma nemmeno la rovina del paese come dicono gli euro catastrofisti, anzi. Fosse così sarebbe semplicissimo: si esce e si torna alla lira, al mondo incantato delle svalutazioni competitive. Tralasciando il fatto che il declino italiano è ben precedente l'ingresso dell'euro.

Ma l'equivoco forse è proprio questo: sopravvalutare il potere della moneta, quasi potesse evitare recessioni e spingere sulla crescita infinita. E' normale che dopo dieci anni di euro l'effetto sull'economia dei paesi Ue sia fatto da indicatori positivi e altri meno. Guai a stupirsi. Chi guarda al solo euro, chi separa la moneta dal disegno complessivo cominciato sessant'anni fa, si perde gran parte del senso dell'avventura europea che è eminentemente e potentemente politico. Per questo sbagliano entrambi: chi lo incolpa di ogni male e chi lo difende a scatola chiusa facendone un feticcio intoccabile. E' questo doppio approccio che il nostro paper prova giustamente a smontare. Ed è su questo che vorremmo aprire un dibattito franco. 

Vent'anni fa, per chi oggi ha quarant'anni, Europa significava ben altro. Un modo di affrancarsi dalla grande mamma americana, comodo ombrello e alibi per tutte le stagioni, diventare adulti, darsi una soggettività politica, una difesa, un welfare, un modello di crescita e di competitività, un sistema fiscale e istituzioni davvero comuni, non solo un mercato unico. La moneta era l'escamotage per aggirare le resistenze e arrivare all'unione politica in pochi anni perchè il mondo del terzo millennio è troppo grande e competitivo per affrontarlo sfusi, sulle scialuppe indebolite dei vecchi stati-nazione continentali. Più che un'opzione, una necessità storica dopo il letargo ideologico della guerra fredda.

Di quella spinta oggi rimane ben poco. Restano le facce notarili dei commissari Ue (scelti dai governi nazionali), il rito stanco e cinico delle riunioni europee, un parlamento "arlecchino" senza poteri, una retorica bolsa sulla bontà taumaturgica (o viceversa lo sfacelo) dell'integrazione, tradita ogni volta dagli stessi che vi inneggiano. Non è mai stato così facile e popolare sparare sulla croce rossa europea. Basta vedere cosa succede ai suoi confini orientali, tra Moldavia e Ucraina, dove si è passati dal mito americano post caduta del muro di Berlino al ritorno sotto l'orbita russa senza che l'Europa sappia davvero usare il proprio soft power. Il mito dell'Europa non c'è e se c'è non scalda quasi più nessuno.

Debito Crescita Ue
La crisi economica ha fatto il resto: senza grandi leader (da qualche giorno Angela Merkel ha raggiunto Adenauer e Kohl nell'olimpo dei cancellieri tedeschi plurimandato e basta questo per capire miserie di oggi e grandezze di allora) la paura sta ri-nazionalizzando tutto, si riscoprono ambizioni sopite ed egemonismi (tedeschi) che dureranno lo spazio di un mattino, trasformando Bruxelles nella discarica di risentimenti, alibi e cinismi delle classi dirigenti nazionali.

Questa è la grande sfida che abbiamo davanti a partire dal prossimo voto di primavera. Fare una grande battaglia per spiegare il senso vero dell'Europa contro le opposte retoriche della tecnocrazia e del populismo: l'unica opzione che abbiamo per non soccombere nel mondo dei grandi blocchi geopolitici. Lo sappia Matteo Renzi e chiunque altro aspiri a rinnovare la politica italiana: bisogna investire sull'Europa politica, al netto degli slogan sulla generazione Erasmus. Anche per questo l'euro non è materia da lasciare agli economisti. Una moneta non è la pietra filosofale, non basterà mai da sola se non tende al disegno degli Stati Uniti d'Europa. I demagoghi lo sanno e ci inzuppano il pane. Vogliamo continuare a fare il loro gioco?

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