Inedito Natalizio

Un Natale in Klondike

un racconto di Jack London

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24 Dicembre Dic 2013 1645 24 dicembre 2013 24 Dicembre 2013 - 16:45
Sailor Jack
Bocca del fiume Stuart
Territori del Nord-Ovest
25 dicembre 1897
 
Mamma,
Eccoci qui, sani e salvi, in un rifugio invernale abbastanza confortevole.
Non è arrivata ancora nessuna lettera, e potrai immaginare quanto ci manca aver notizie da casa. Sono i giorni più corti dell'anno, e il sole quasi non sorge più, nemmeno a mezzogiorno.
 
Zio Hiram e il signor Carter sono andati a Dawson per registrare dei giacimenti e per ritirare la posta, se ce n'è. Per affrontare il ghiaccio, con loro hanno preso i cani e la slitta. Li aspettiamo per il pranzo di Natale, ma credo che alla fine, a me e a George, toccherà mangiare soli.
 
Cucinerò io, quindi puoi stare tranquilla che sarà un bel pranzo. Cominceremo con della pasta. Poi ci faremo della pancetta fritta e un pastone di fagioli stufati con pane di lievito naturale, e...
 
Cabinbw1Sembrava perplesso. E dopo essersi grattato un paio di volte la nuca con aria dubbiosa, ripose la penna. Provò a continuare una o due volte, ma alla fine si arrese e sul viso gli si disegnò una espressione decisamente seccata. Era un ragazzo robusto, di diciotto o diciannove anni, ed il luccichio divertito che si nascondeva nei suoi occhi sbugiardò il suo dispiacere contraffatto.
 
Era una piccola e stretta capanna quella in cui si era seduto, fatta di legno scortecciato. Misurava non più di tre metri per tre ed era scaldata da una stufetta a legna. Eppure era per lui casa molto di più di tutte le altre case che aveva abitato nella vita, se non, è ovvio, la sua unica, vera casa.
 
Due brande, un tavolo e la stufa. Due terzi della capanna erano occupati, ma ogni centimetro di spazio era utilizzato al massimo: pistole, fucili, coltelli da caccia, cinture e abiti, tutto appeso su tre delle quattro pareti con pittoresca confusione. Quella che rimaneva era nascosta da una serie di scaffali che contenevano tutto ciò che serviva loro a cucinare.
 
Nonostante fossero le undici del mattino, fuori resisteva una specie di tramonto, e dentro sarebbe stato buio pesto se non fosse stato per una lampada improvvisata. Era semplicemente una tazza bassa e sottile, riempita con avanzi di grasso del bacon. Un pezzo di cotone raggomitolato serviva da stoppino. Ci pensava la fiamma a sciogliere il grasso alla giusta velocità.
 
Appoggiò i gomiti sul tavolo e si perse con lo sguardo assorto, fisso sulla lampada. Non gliene importava nulla, non sapeva neanche perché la stava fissando. Stava cercando di scoprire cos'altro avrebbero potuto cucinare per pranzo.
 
In quel momento la porta si aprì di colpo, e un giovanotto bello convinto entrò, seguito da una ventata di aria gelida, sbattendo le scarpe piene di neve all'entrata.
 
«Direi che è ora di pranzo, no?» chiese rudemente, togliendosi i guanti. Suo fratello Clarence aveva appena notato che pancetta, pane e pastone iniziavano tutti con la lettera P, e non aggiunse nulla. George, che aveva il viso  ricoperto di ghiaccio, si diresse subito verso la stufa a scongelarsi. Il ritmo del tamburellare delle scheggie di ghiacico che cadevano sulla stufa stava diventando monotono, quando Clarence si degnò di aprire bocca e gli fece una domanda.
 
«Sai P per cosa sta?»
 
«Per Pessimo, è chiaro», fu la pronta risposta.
 
«Esattamente come pensavo», e gli scappò un sospiro di pesantezza.
 
«E cosa mi dici della nostra cena? Sei un cuoco. È tempo di cominciare. Cosa stavi facendo? Ah-ha! Scrivevi! Fammi vedere!»
 
Restò a bocca aperta quando lesse “pancetta, pastone di fagioli e pane”, ed esclamò: «Non vorrai mica scrivere a casa che questo è tutto quel che avremo da mangiare per il pranzo di Natale! Lo sai che poi si preoccupano. Dì, non è che abbiamo delle mele secche?»
 
«Sì, mezza tazza, ma non bastano per una torta.»
 
«Si gonfiano, scemo. Siediti e aggiungi alla lista anche la torta di mele. E scrivi “fagottino”, già che ci sei.  
Vediamo di sbalordirli, metti un paio di pezzi di mela su due pezzi di pasta e mettili a cuocere. Non bisogna mai arrendersi! Quando leggeranno la lettera crederanno che viviamo da nababbi.»
 
Clarence fece quanto gli era stato ordinato, poi si sedette con uno sguardo interrogativo in viso, quasi per innervosire il fratello George e fargli venire dei dubbi.
 
«Mmmh... un po' miseri in effetti», mugugnò, «vediamo se riusciamo a trovare qualcos'altro, tipo altro pane, frittelle e... e della salsa naturalmente.»
 
«I fagioli li possiamo cuocere, bollire o friggere», suggerì Clarence, «ma per quanto riguarda la pancetta, francamente non vedo cosa ce ne possiamo fare se non friggerla.»
 
«Perchè non bollirla, così ci tiriamo fuori un'altra portata, tanto sono nove in tutto. Cosa vuoi di più?» Poi cambiò argomento: «Quanto freddo credi che faccia?»
 
Clarence osservò attentamente il ghiaccio che si infiltrava dalle spaccature della porta e poi diede il suo avviso: «sotto i 50»
 
«Il termometro ad alcool dice meno 65 C°, e continua a scendere», George non riuscì a contenere un accento esultante nella voce, ma se gli avessero chiesto il perché non avrebbe saputo cosa rispondere.
 
«Quindi, se l'acqua congela a meno 32 F°», Clarence cominciò a calcolare. «Fa meno 97 F° di gelo. Wow! A casa resteranno sbalorditi!»
 
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Come i due ragazzotti che erano, si dimenticarono per un momento del loro noiosissimo pranzo, perdendosi in un’eccitante discussione sul perché e il percome del freddo. Ma quando uno è sul serio affamato non può scappare per molto dal suo appetito, e infatti verso mezzogiorno cominciarono a cucinare il loro magro pasto.
 
George andò verso il ripostiglio a prendere la pancetta e cominciò a rovistare in ogni angolo per vedere cosa riusciva a trovare. Il ripostiglio, ovvero il luogo dove le loro provviste erano stipate perché fossero irraggiungibili dai cani sempre affamati era ricavato nel retro della baracca. Clarence sentiva il casino che suo fratello stava facendo e, quando quest'ultimo cominciò a esultare e a gridare, corse a vedere che cosa fosse successo. 
 
«Che manna! Oh, fratellino! Che manna! Donata dal cielo per i suoi figli affamati!», urlò George, agitando una scatoletta bella grossa sopra la testa. «Zuppa di finta tartaruga! L'ho trovata nella scatola degli attrezzi!» proseguì una volta rientrato nella capanna.
 
Era abbastanza vero. Si trattava di una scatola da circa un litro di gustosissima zuppa di finta tartaruga. Cantarono e ballarono, erano felici come se avessero scoperto una miniera d'oro. Clarence aggiunse la nuova portata alla lista della lettera, mentre George faticò per cercare di dividerla in due, o anche in più porzioni. Dimostrò di saperci fare in questo genere di lavori, ma quanti fossero i piatti succulenti che avrebbe potuto trarne non lo poté sapere, visto che proprio in quel momento sentirono il rumore di una muta di cani che si fermava sulla riva del fiume, proprio accanto alla baracca.
 
Pochi istanti dopo la porta si aprì e due sconosciuti entrarono. Avevano un aspetto mostruoso. Le loro teste erano come immense palle di ghiaccio con dei piccoli buchi dove avrebbero dovuto essere le loro bocche, attraverso cui respiravano. Incapaci di parlare, diedero una stretta di mano ai due ragazzi e si diressero verso la stufa. Clarence e George si scambiarono uno sguardo e osservarono con curiosità i loro due strani ospiti.
 
«Minchia, che figo qui!», eslcamò uno dei due, mentre si scrollava le ultime schegge di ghiaccio dalla barba. «Io e il mio socio giriamo da quasi due mesi sul Mazy May, senza mangiare un cazzo, se non della fottuta carne, e basta. Zero salsa, zero fagioli, zero pancetta: niente! Allora ne abbiamo parlato un po’ e ci siamo arrivati. Io alla fine dissi - cazzo dicevo Jim? - ah, sì, dissi "passiamo dall'altra parte, battiamo qualche campo nello Yukon e troviamo della cazzo di sbobba civilizzata? Ci facciamo un fottuto pranzo di Natale come si deve?" E il mio socio qua: “io dico sì, di brutto!” Ed eccoci qui. Insomma, quanta ne volete di carne? Ne abbiamo a chili, là fuori, nella slitta.»
 
Non appena Clarence e George gli dissero che era il benvenuto, quello che era stato zitto ruppe gli indugi e intervenne: «Ehi, ragazzi, non è che ce l'avete un pezzo di pane che vi avanza... ho una cazzo di fame, solo un pezzettino...»
 
«Dai, cazzo, taci Jim!», gridò il suo compare schifato, «così i ragazzi pensano che siamo dei morti di fame. Non avevi tutto ciò che volevi da mangiare?»
 
«Sì», fece il compare, avvilito, «ma nient'altro che della carne, nient'altro».
 
Clarence pose fine alla discussione mettendo in tavola del pane di lievito naturale e della pancetta fredda. Ma prima si fece promettere da loro che non si sarebbero rovinati l'appetito per il pranzo. I due poveretti presero le fette di pane e andarono in estasi. Subito dopo uscirono, slegarono i cani dalla slitta e portarono dentro dei gran pezzi di carne di alce. L'acquolina in bocca riempì istantaneamente le bocche dei due ragazzi, a cui mancava la carne esattamente come agli altri due mancava il pane.
 
«Entrecôte di carne d'alce», sussurrò George, «filetto, lombata, fegato e pancetta, costolette di alce, spezzatino e pane dolce fritto. Su, su Clarence, che aspetti? Scrivi tutto nella lettera!»
 
«Non mi rompere ora. Sono il cuoco, e sto per farvi da mangiare. Quindi ora stai zitto e obbedisci agli ordini. Prendi un pezzo di quella carne e vai alla baracca sulla prossima isola. Ti darebbero qualsiasi cosa per averla, quindi vedi di fare dei buoni affari».
Gli ospiti affamati si sedettero sulle brande, osservando i preparativi con grande soddisfazione, intanto che Clarence mescolava e impastava la farina per fare il pane. George torno poco dopo, con una scodella di mele secche e cinque prugne. Furono tutti un po' delusi per la mancanza dello zucchero, ma il pranzo prometteva già talmente bene che sarebbe stato molto facile soprassedere alla mancanza del dolce.
 
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Proprio mentre Clarence stava spalmando la torta con il grasso di pancetta, un'altra slitta di fermò davanti alla porta e un altro sconosciuto entrò. La sua sagoma, per un istante ferma sull'uscio, fu un'immagine vividissima. Sebbene ciglia e sopracciglia fossero ghiacciate, il suo viso era rasato, e quindi, libero dal ghiaccio. Dai suoi mocassini in pelle decorati fino ai suoi guanti e a quel suo cappello di pelle di lupo della Siberia, ognuno degli accessori che quell'uomo indossava ne rendevano evidente lo status di Re dell'Eldorado, ovvero: proprietario milionario di una miniera di Dawson.
 
Era un uomo piacevole, nonostante le mascelle possenti e gli occhi di un azzurro anodino facessero pensare a uno spirito indomito e a una ferma volontà. Attorno alla vita aveva un grosso cinturone di pelle nelle cui fondine teneva due Colt e un coltello da caccia. In mano, invece, oltre al classico frustino per i cani, teneva un fucile nuovo di pacca, di grosso calibro. Si domandarono il perché di quel fucile,  in Klondike gli uomini raramente vanno in giro armati e non ne vedevano la necessità. 
 
La sua storia fu presto detta. La sua squadra di sette cani, che era la migliore della regione e che proprio poco tempo prima aveva rifiutato di vendere per cinquemila dollari, gli era stata rubata cinque giorni prima. Aveva un indizio: aveva scoperto le tracce che i ladri avevano lasciato sul ghiaccio. Quindi aveva preso in prestito una muta di cani da un amico e si era messo al suo inseguimento.
 
Si stupirono di quanto era stato veloce. Era partito da Dawson a mezzanotte: aveva viaggiato per 75 miglia in sole dodici ore. Ora voleva far riposare un po' i cani e prendersi anche lui qualche ora di sonno prima di ricominciare l'inseguimento. Era sicuro di prenderli, disse, perché quei pazzi erano partiti con una slitta da 45, mentre, normalmente, le slitte da pista, in Yukon, sono larghe 40 centimetri. Per questo si ritrovano costantemente con la traccia da aprire, mentre lui la trovava già aperta.
 
Riconobbero che gli era addosso, e si dissero tutti certi che li avrebbe ripresi nel giro di altre dodici ore. Quindi gli diedero il benvenuto e lo invitarono a pranzare con loro. Restarono di sasso quando, dopo aver slegato e nutrito i suoi cani, rientrò nella baracca con diverse libbre di zucchero e due scatolette di latte condensato
 
«Immaginando che voi, ragazzi, bloccati qui sul fiume, sareste stati a corto di lussi», disse mentre appoggiava lo zucchero e il latte sul tavolo, «e visto che dovevo viaggiare leggero, mi sono portato dietro delle scorte da scambiare con fagioli e farina non appena avessi avuto la possibilità. Ma no, non preoccupatevi, pranzerò con voi. Svegliatemi quando sarà pronto» Detto questo, montò su una delle brande e si addormentò in un secondo.
 
«No, dico, Jim, questo sì che è un cazzo di viaggiatore, no?», disse l'uomo del Mazy May con un quantità di orgoglio tale che poteva sembrare l'avesse fatto lui stesso. «settantacinque miglia in dodici ore, e con questo fottutissimo freddo, non sarebbe stato capace di correre di più, neanche in metà del tempo. Scommetto che ti ammazzi se provi a fare la stessa cosa.»
 
«Forse credi che non so viaggiare...», cominciò il suo compare. Ma prima che potesse dire che fantastico esemplare di viaggiatore era, i loro cani cominciarono a darsele con i cani del nuovo arrivato, e fu necessario separarli.
 
Alla fine il pranzo fu servito e non appena svegliarono Eldorado King, arrivarono lo zio Hiram e il signor Carter.
 
«A Dawson non c'era nemmeno un'oncia di zucchero o una scatoletta di latte da comprare», disse quest'ultimo. Ma, quando si avvide dello zucchero e del latte appoggiati sul tavolo, spalancò la bocca, e maldestramente appoggiò sul tavolo un quarto di lattina di miele indurito: il suo contributo.
 
Questa ulteriore aggiunta richiedeva un aggiornamento della lettera, e così, quando si furono seduti, fu servita la zuppa di finta tartaruga, che fu seguita dai tortini caldi e dal miele. E mente le squisitezze della “cucina civilizzata” - come la chiamavano loro - facevano la loro comparsa una dopo l'altra, gli occhi dell'uomo del Mazy May si spalancavano sempre di più, e i discorsi scemavano.
 
Ma c'era ancora una sopresa in serbo per loro. Sentirono un tintinnio di campane e un altro viaggiatore congelato entrò a chiedere la loro ospitalità. L'ultimo arrivato era un reporter dell'Associated Press sulla via di Dawson, proveniente dagli Stati Uniti. La sua prima domanda fu se sapevano dove si trovava il signor Hiram Donaldson, «che riferiscono essere accampato nello Yukon vicino alla bocca del fiume Stuart». Quando zio Hiram si fece avanti, il reporter gli consegnò una lettera di presentazione del sindacato dei minatori, di cui il signor Donaldson, era rappresentante. E non era tutto. Un grosso pacco di lettere fu consegnato, e tra quelle c'erano anche le tanto agognate lettere da casa.
 
«Cazzo! Questa le batte tutte!», disse l'uomo del Mazy Maym, dopo aver fatto posto all'ultimo arrivato. Mente il suo compare aveva già la bocca così a zeppa di fagottino di mele che poté soltanto fare un cenno con gli occhi.
 
«Ora so per cosa sta la P», sussurrò George, tagliando il tavolo in direzione di Clarence.
 
«Ho capito anch'io. Sta per Pranzo Pazzesco, con la maiuscola».
 

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