I vantaggi economici della “marijuana libera”

Dopo l’Uruguay e il caso del Colorado

Spinello
8 Gennaio Gen 2014 1500 08 gennaio 2014 8 Gennaio 2014 - 15:00

Quello sulla legalizzazione/liberalizzazione delle droghe leggere, si dice spesso, è un dibattito marginale e ideologico: la politica non ha certo tempo di pensare a queste s****zate. In realtà, l’unico modo di attirare l’attenzione della classe politica sembra essere quello di offrirle chances per ideare sigle di nuove e improbabili forme di tassazione. E allora perché non farlo anche con la marijuana? A far riemergere la questione è stato, qualche giorno fa, un tweet di Gianni Fava (l’assessore leghista secondo cui è giunta l’ora di aprire un dibattito sul tema perché “il proibizionismo ha fallito”), ritwittato da Maroni. Quando, poco dopo, sono arrivate la smentita di quest’ultimo e il fermo nein di Salvini, ho creduto che la questione sarebbe stata nuovamente spogliata di ogni serietà e relegata a oggetto di dibattiti liceali. Per ora non è successo. E meno male, perché è davvero ora di parlarne, o, come si suol dire, #iostoconfava.

La molla che ha fatto scattare il commento di Fava è stata un articolo della Stampa, a firma Federico Varese, sulla legalizzazione in Colorado.Un fatto politicamente importante, perché ha “rotto il ghiaccio” sul tema, destabilizzando le certezze della war on drugs e spronando i movimenti pro-legalizzazione degli altri Stati americani a farsi sentire. Non solo: esponenti politici democratici e repubblicani hanno già manifestato il loro consenso, richiamando argomenti noti. Primo fra tutti: togliere risorse al mercato nero e tassare la vendita di cannabis porta soldi allo Stato (si stima che il Colorado, così facendo, guadagnerà 60 milioni di dollari). Varese, pronosticando scenari forse un po’ fantascientifici (contrariamente a quanto afferma l’autore stesso), sostiene che presto la liberalizzazione potrebbe interessare tutto il continente americano (solo poche settimane prima del Colorado la via della legalizzazione era stata intrapresa dall’Uruguay), obbligando l’Europa ad adeguarsi. E constata, questo è il punto, come sia deprimente che, come sempre, l’Italia recepisca passivamente i progressi altrui, senza provare ad anticiparli. Sarà il Vaticano, sarà quello che volete, ma è deprimente. E allora, a maggior ragione, #iostoconfava, perché la Fini-Giovanardi, che disciplina la materia in Italia, è ingiusta e illiberale.

Le questioni aperte, com’è noto, sono tre: quella etica, quella relativa ai rischi per la salute e quella economica. Sulle prime due, dal mio punto di vista, il problema non si pone. O meglio, si pone esattamente alla stregua di quello sull’alcool (che, peraltro, fa molti più morti). Il dibattito sul “fanno bene-fanno male”, cioè, è totalmente vuoto: la libertà individuale finisce dove inizia quella degli altri. Aggiungerei che il fatto che chi vuole drogarsi lo faccia con prodotti aventi standard di qualità garantiti, e non con mercanzia di bassa qualità potenzialmente davvero pericolosa, è una garanzia decisamente maggiore, per la salute, della cieca repressione. E questo per un motivo molto semplice: perché la repressione non funziona. Parliamoci chiaro: chi vuole drogarsi, si droga lo stesso. E qui arriviamo al terzo punto: sembra assurdo dover discutere ancora, quasi cent’anni dopo il National Prohibition Act, degli effetti politici e sociali del proibizionismo; d’altra parte, a quanto pare, è necessario ribadire che durante gli anni ’20, negli Usa, non c’è stata alcuna riduzione nel consumo di alcool, mentre si è registrato un netto aumento della criminalità. Il che non stupisce, in quanto è esattamente il contrario di quanto avvenuto per la cannabis nei Paesi Bassi dagli anni ’70 in poi (un po’ di letteratura seria sul tema la trovate qui).

Economicamente, la dinamica è chiara: il prezzo della droga, oggi, è molto alto perché chi ci lavora ha molti rischi. In primis, quello di finire in galera o di subire altre sanzioni. Ma non solo: i diritti personali e contrattuali non possono essere esercitati perché, ovviamente, non sono tutelati dalla legge, e ciò comporta ulteriori rischi. Tutto ciò si riflette nel prezzo, e l’argomento economico preferito dai proibizionisti è proprio questo: se si legalizzasse la droga, il prezzo scenderebbe e aumenterebbero di conseguenza i consumi. D’altronde, non ci vuol un genio per capire che per legalizzare la droga senza far alzare i consumi basterebbe tassarla, così da mantenere il prezzo costante. Il che, d’altra parte, è ciò che fanno tutti i governi del mondo con il tabacco e con l’alcool.

 

 

Nel 2006 Gary Becker, Kevin Murphy e Micheal Grossman del National bureau of economic research hanno pubblicato una ricerca, denominata The economic theory of illegal goods: the case of drugs, le cui conclusioni sono state riprese da uno studio dell’Università La Sapienza che, nel 2009, ha calcolato la spesa pubblica italiana per il contrasto alla droga dal 2000 al 2005. In questo arco di tempo, per punire violazioni della legge sulla droga, sono state effettuate più di 140.000 operazioni investigative, che hanno portato a circa 226.000 denunce (di cui più di 100.000 per cannabis), 250.000 processi e 130.000 condanne. Nello stesso periodo, circa il 38% dei detenuti nelle carceri italiane scontava condanne per violazioni della legge sulla droga. La spesa pubblica destinata alla lotta anti-droga (considerando le spese dei servizi di polizia, di magistratura e carcerari, relativi a reati di droga) dal 2000 al 2005 è stata di 13 miliardi di euro, di cui il 44% concerne la proibizione della vendita della sola cannabis, che dunque è costata allo Stato più di un miliardo ogni anno.

E questo è solo il risparmio che potrebbe generarsi dalla liberalizzazione, senza contare i potenziali introiti derivanti dalla tassazione. I profitti per lo Stato, in questo caso, sarebbero enormi. Un’aliquota fiscale ottimale, cioè un livello di tassazione sufficientemente alto da ridurre il consumo di droghe rispetto a oggi ma non abbastanza da ricondurne gli scambi nel mercato nero, potrebbe essere quella applicata alle sigarette (cioè circa il 75%). Imponendo un’aliquota del 75% sui prezzi all’ingrosso registrati nel mercato nero tra il 2000 e il 2005, il prezzo d’offerta della cannabis sarebbe leggermente superiore a quello attualmente registrato nel mercato nero, mentre cocaina ed eroina costerebbero quasi il doppio. Sulla base delle stime effettuate da Becker, Murphy e Grossman circa l’elasticità della domanda di droghe rispetto al loro prezzo, il raddoppio del prezzo d’offerta di eroina e cocaina ne dimezzerebbe il consumo, mentre il consumo di cannabis rimarrebbe sostanzialmente uguale. Ebbene: con tale aliquota, e un volume del mercato della droga non difforme da quello stimato, tra il 2000 e il 2005 l’erario italiano avrebbe potuto riscuotere 47 miliardi di euro, di cui 32 miliardi solo dall’imposta sulla vendita di cannabis. Cioè cinque miliardi ogni anno. Complessivamente, quindi, il costo fiscale del proibizionismo della cannabis è, in Italia, di circa sei miliardi ogni anno. Sei. Miliardi. Ogni. Anno.

E tutto ciò senza considerare le implicazioni fiscali indirette del proibizionismo, fra cui spicca il crimine indotto. Innanzitutto, la mancata tutela giudiziaria dei diritti sui beni e sulle attività vietate implica spesso il ricorso alla tutela privata, dicasi violenza, con conseguente aumento del crimine. Le risorse utilizzate da polizia e magistratura per applicare la normativa proibizionista, inoltre, vengono sottratte al controllo e alla persecuzione di altre attività criminali, le quali, di conseguenza, sono contrastate meno efficacemente, con evidenti costi sociali, economici e fiscali.

Sul modo migliore di regolare il mercato della cannabis si può discutere. La maggioranza dei modelli visti finora (Olanda e Uruguay su tutti) è di sapore statalista ed è per questo che, anche in Italia, sono tendenzialmente le forze politiche progressiste ad abbracciarne l’applicazione. Ma la loro implementazione è comunque un traguardo di libertà che è importante perseguire, anche se per gradi e con caratteristiche (almeno inizialmente) non del tutto concorrenziali. Anche se turandomi un po’ il naso, insomma, #iostoconfava, #iostoconvendola e #iosto(perfino)conferrero, se le loro istanze vanno nella giusta direzione.

*articolo originariamente pubblicato su www.leoniblog.it

Twitter: @glmannheimer

 

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