Perché la disoccupazione è raddoppiata in cinque anni

L’analisi di Nomisma sull'Italia

Disoccupazione 2
16 Gennaio Gen 2014 0930 16 gennaio 2014 16 Gennaio 2014 - 09:30

Nel 2007, il tasso di disoccupazione italiano era, in presenza di qualche tensione inflazionistica, al 6,1%, un punto e mezzo sotto la media dell’area della moneta unica. La percentuale dei giovani senza lavoro era del 20,3%, un po’ più del 6% se rapportata non alle forze di lavoro, ma alla popolazione in età tra i 15 e i 24 anni. A novembre 2013 quelle cifre sono diventate del 12,7% per quanto riguarda il tasso generale (circa mezzo punto in più del tasso di disoccupazione della zona euro) e del 41,6% sulle forze di lavoro giovanili (con un’incidenza salita all’11% in rapporto alla popolazione nella fascia 15-24 anni).

Il mercato del lavoro del 2007 era segmentato, iniquo, escludente; ma di pieno impiego. Come valutare quello di oggi? Il raddoppio delle statistiche dalla disoccupazione non è stato causato da un peggioramento dei difetti di funzionamento che si avevano nel 2007, ma dalla recessione. Quella che si osserva è per la gran parte disoccupazione di tipo keynesiano, determinata da un livello inadeguato della domanda aggregata. I posti di lavoro disponibili sono pochi e razionati, al punto che la disoccupazione non può essere eliminata per quanto prolungato è lo sforzo di ricerca condotto dai lavoratori inoccupati e per quanto significativo è il taglio di retribuzione che essi sono disposti ad accettare pur di accedere a un lavoro. In queste condizioni vi è un’elevata probabilità che se un’impresa non assume un lavoratore in più non è tanto per un suo costo eccessivo, quanto perché, in un mercato asfittico e con rarefazione del credito, non saprebbe come utilizzarlo. A corollario di questa osservazione, è rilevabile che misure volte ad abbassare i costi espliciti e impliciti (come quelli di licenziamento) di ingresso nell’occupazione e le connesse rigidità, pur contribuendo a intensificare il ricambio nei flussi di entrata e uscita nel mercato del lavoro e a renderlo meno iniquo, non riescono a ridurre in modo sostanziale il livello complessivo della disoccupazione che dipende dallo stato dell’economia.

Si modificherà con l’incipiente ripresa questa situazione? Dato il modesto tasso di crescita atteso, c’è il rischio che il miglioramento del mercato del lavoro risulti insufficiente. Occorrerebbe una ripresa significativa della domanda aggregata per riassorbire la disoccupazione, un Pil che crescesse del 2-2,5% all’anno sin dal 2014 e per almeno un quinquennio. Un ritmo che è irraggiungibile all’interno degli attuali paletti che guidano la politica economica italiana, a meno di immaginare il ridisegno dei vincoli europei (non per uno-due anni, ma per l’intero sentiero temporale implicato dal Fiscal Compact), oppure, nel rispetto delle regole vigenti (a parità di bilancio), adottando operazioni straordinarie di redistribuzione di risorse a favore delle persone (disoccupate, povere, a rischio di povertà) a elevata propensione alla spesa e delle imprese impegnate nella rat race della competitività di costo in atto nell’area della moneta unica. 

In mancanza di una ripresa adeguata, la disoccupazione tende a incancrenirsi. Già oggi si osserva che una quota pari al 57% dei disoccupati è costituita da individui che sono senza lavoro da oltre un anno; tra i disoccupati sotto i 25 anni questa percentuale è del 54%. Il distacco prolungato da un’attività produttiva deteriora le abilità lavorative, rendendo queste persone meno attraenti per un datore di lavoro. Ne consegue che le probabilità di reimpiego di coloro che sono a lungo senza un’occupazione risultino, in condizioni di ripresa economica, più basse rispetto agli altri lavoratori. Ciò può essere particolarmente penalizzante per i giovani, il cui ritardato ingresso nel mondo del lavoro determina danni permanenti nelle loro future carriere retributive e contributive. Ma gli effetti avversi della disoccupazione di lungo periodo riguardano più in generale il funzionamento dell’economia. L’ampliarsi del bacino di persone inoccupate per lungo tempo rischia di alimentare la disoccupazione strutturale, ovvero quella quota di senza lavoro che è resistente al miglioramento del ciclo economico e sotto la quale non si può scendere senza creare inflazione. La disoccupazione keynesiana se non corretta con una decisa ripresa della domanda può, dunque, tradursi in un peggioramento permanente degli equilibri del mercato del lavoro.

È difficile interpretare i segni di deterioramento strutturale nella disoccupazione quando gli effetti della congiuntura negativa sono ancora pienamente all’opera. Le stime condotte sulle serie storiche non sono in grado di estrarre effettivamente la componente “di fondo” della percentuale dei senza lavoro, risentendo della lunga serie di dati sfavorevoli indotti dal ciclo economico, cioè dal fattore la cui influenza si vuole escludere. In alternativa, alcune indicazioni si possono ricavare analizzando la cosiddetta curva di Beveridge, vale a dire la relazione tra tasso dei posti vacanti (percentuale dei posti liberi per i quali l’impresa cerca attivamente un candidato senza trovarlo) e tasso di disoccupazione (percentuale di persone in età di lavoro che cercano attivamente un’occupazione senza trovarla). In generale, tra questi due fenomeni sussiste una relazione inversa lungo il ciclo economico: quando l’economia è debole i posti di lavoro vacanti diminuiscono e i disoccupati aumentano, l’opposto si verifica quando l’economia è forte. Ciò è leggibile anche nei dati italiani. La figura 1 evidenzia la curva di Beveridge per il nostro Paese in diverse fasi cicliche: quella espansiva 2005q1-2008q4 (linea continua nera), quella della “prima” recessione 2008q1-2009q1 (linea continua gialla), quella della “seconda” recessione 2011q1-2013q3 (linea continua rossa).   

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Come si vede, la relazione negativa tra posti vacanti e disoccupazione si colloca per i periodi 2005q1-2008q4 (linea nera) e 2008q1-2009q1 (linea gialla) nella stessa regione del grafico (a sinistra e vicino all’origine degli assi), mentre subisce uno spostamento all’esterno (lontano dall’origine degli assi) in occasione dell’ultimo ciclo 2011q1-2013q3 (linea rossa). Questo slittamento può essere sintomatico di un peggioramento nella relazione tra i due fenomeni: se fosse valsa la curva di Beveridge dello scorso decennio, alla contrazione dei posti vacanti verificatasi nell’ultima recessione si sarebbe dovuto associare un aumento del tasso di disoccupazione inferiore a quello osservato.

C’è stato, dunque, un deterioramento nel funzionamento del mercato del lavoro, per cui non tutto l’aumento della disoccupazione verificatosi con l’ultima recessione è di natura keynesiana? O, invece, si è determinato per qualche motivo un aggravamento, rispetto al passato, dello squilibrio tra qualifiche lavorative domandate e offerte? Queste spiegazioni non sembrano cogliere nel segno. Il peggioramento della relazione tra posti vacanti e disoccupazione (più disoccupati per ogni posto vacante) non è, infatti, un fenomeno generalizzato, ma è da attribuire alla componente dei disoccupati che sono senza lavoro da oltre un anno (figg. 2a e 2b). In altri termini, la pur bassissima domanda di lavoro è rimasta per una sua quota insoddisfatta perché si è modificata la composizione del bacino dei disoccupati con una crescita della presenza di quelli di lungo periodo, caratterizzati da una minore appetibilità rispetto alle necessità delle imprese e per questo motivo non più richiesti.  

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L’aumento prolungato della disoccupazione keynesiana porta quindi con sé, in assenza di correzione, i germi di un deterioramento strutturale che è difficile da curare. Il reinserimento dei disoccupati di lungo periodo nel mondo del lavoro solleva problemi in parte diversi da quelli che riguardano l’inclusione dei giovani che si affacciano nel mercato del lavoro o degli inattivi che tornano a cercare un’occupazione. Se un disoccupato da oltre un anno viene percepito per le sue caratteristiche come non rispondente alle esigenze delle imprese, può non essere sufficiente abbassarne il costo di reclutamento per renderlo appetibile. Occorrono efficienti politiche di formazione, riorientamento e inserimento nelle imprese in espansione, politiche di cui, però, l’Italia è oggi effettivamente priva. Esse vanno associate a un adeguato sistema di assistenza sociale (dal sussidio di disoccupazione per tutti coloro che perdono il lavoro a forme universali di sostegno del reddito) che miri sì ad attivare inclusione, ma che metta anche nel conto la possibilità di fallimenti nelle operazioni di reinserimento. Questi ultimi saranno infatti tanto più probabili in un’economia in cui l’attività crescerà a ritmi molto contenuti e dove l’offerta di lavoro supererà per un prolungato periodo la domanda, talché la concorrenza tra disoccupati per l’accesso a posti scarsi tenderà a mantenere persistentemente “fuori dai cancelli” le tipologie di lavoratori che risulteranno meno attraenti per le imprese.   

*NOMISMA

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