La banda larga non basta

Il confronto impietoso con i Paesi Ue

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24 Gennaio Gen 2014 0830 24 gennaio 2014 24 Gennaio 2014 - 08:30
Messe Frankfurt

Un giorno qualcuno ci prenderà in giro – o forse lo stanno già facendo e non lo sappiamo - per il tic, tutto italiano, di trovare una soluzione “infrastrutturale” a ogni problema che abbiamo di fronte. Un sistema produttivo territoriale è in crisi? C’è bisogno di una nuova autostrada. I turisti vanno altrove? Costruiamo un nuovo aeroporto. Le nostre squadre di calcio fanno fatica a raggiungere gli ottavi di finale di Champions League? Servono nuovi stadi. Siamo in ritardo nella digitalizzazione della nostra economia? Il problema è la banda larga.

Relativamente a quest’ultima questione, tutti, più o meno, la pensano così. Non c’è partito che non la metta in cima alla propria personale agenda digitale. Così come non mancano, del resto, addetti ai lavori – quasi è riduttivo definirlo così – come il Ceo di Google Eric Schmidt, che ricorda quanto sia necessaria, anche solo per sopravvivere nel mondo dell’economia digitale. Non bastasse, ci sono i dati che Eurostat ha raccolto per il programma comunitario Digital Agenda for Europe. Nel nostro Paese, soltanto poco più di una casa su due è munita di una connessione veloce a internet, un dato che, nell’Europa a 27 ci vede prevalere (di poco) soltanto su Bulgaria, Grecia e Romania, non esattamente le tigri del Vecchio Continente. Le cose peggiorano, e non poco, quando si parla di futuro e, in particolare, di connessioni Nga (acronimo di Next Generation Access), che permettono di navigare a velocità uguali o superiori di 30 megabyte al secondo. Quelle per vedere i film in streaming o videochattare in alta definizione, per intenderci. Solo il 14% delle abitazioni italiane, infatti, possiede connessioni di questo tipo, contro il 53,8% della media europea. Nessuno, in questa speciale classifica, fa peggio di noi.

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Non solo: i due grafici seguenti ci danno un’idea della correlazione esistente tra il grado di diffusone della banda larga - misurata attraverso il numero di famiglie in possesso di un abbonamento alla rete fissa, e due indicatori del grado di diffusione di una certa cultura digitale: (i) la percentuale di abitanti con abilità informatiche medio alte e (ii) la percentuale di imprese che acquistano o vendono online almeno l’1% dei loro beni strumentali e prodotti finiti. La correlazione tra entrambe le coppie di variabili è immediatamente visibile. La diffusione della banda larga si associa inequivocabilmente allo sviluppo di cultura informatica e all’apertura di nuovi sbocchi commerciali.

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Solitamente il dibattito, in Italia, si chiude qui. Mettere in discussione questi dati, del resto, equivarrebbe a fornire un formidabile assist a chi i soldi per la banda larga non li vuole spendere. Una premessa è d’obbligo, quindi: l’aumento della diffusione delle connessioni veloci a internet è una priorità per la digitalizzazione del Paese. Ci permettiamo tuttavia di avanzare l’ipotesi che non sia l’unica. Addirittura, che non sia in cima alla lista. In parole povere: dire che Skype è nata in Estonia e Spotify in Svezia perché lì c’è la banda larga equivale a dire che se Messi, Iniesta, Xavi e Fabregas provengono dal vivaio del Barcellona è merito dei centomila posti a sedere del Camp Nou.

Un’altra coppia di elaborazioni su dati Eurostat alimenta questa nostra supposizione: come mai, a fronte di un aumento delle connessioni in banda larga di circa quaranta punti percentuali in meno di dieci anni, le abilità informatiche della popolazione italiana sono rimaste sostanzialmente al palo? E ancora: come mai ci sono così poche imprese che trovano uno sbocco commerciale sulla rete, nonostante paraticamente tutte abbiano una connessione veloce?”

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Basterebbero questi due dati per dire che il problema è più complesso, che quello della banda larga è solamente uno dei tanti nodi irrisolti della digitalizzazione italiana, non di certo l’unico, forse nemmeno il più importante. C’è altro, insomma. Che dire del grado di alfabetizzazione informatica e digitale, ad esempio? Come si può facilmente intuire dal grafico sottostante, anche tra la capacità di utilizzare internet della popolazione di un Paese e la propensione a comprare online prodotti e servizi c’è una correlazione positiva.

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L’implementazione di politiche per la diminuzione dell’analfabetismo informatico potrebbe essere una buona leva per far crescere il mercato delle vendite online, perlomeno in relazione all’Italia. Un Paese, forse vale la pena di ricordarlo, in cui il 39% della popolazione non ha mai navigato su internet. L’esempio da seguire, in quest’ambito, è quello dei paesi scandinavi. Come la Svezia, che detiene il record nel numero di personal computer per studente e nella quale sin dall’asilo viene insegnato ai bambini l’uso dei tablet.

Alfabetizzare è utile, ma anche l’alfabetizzazione, da sola, non basta. Per crescere bisogna essere in grado anche di tracciare percorsi d’eccellenza che creino figure professionali di alto livello, ingegneri informatici e programmatori in grado di competere con i loro pari grado stranieri. Dai dati Eurostat, emerge infatti un’altrettanto forte correlazione tra la quantità di persone in possesso di competenze medio-alte in ambito informatico e la quantità di imprese che vendono i loro prodotti online. A tirare il gruppo, anche in questo caso, sono i Paesi scandinavi, Svezia e Norvegia su tutti. Anche in questo caso, come in quello precedente, l’Italia è un pallino verde che si trova nel quadrante dei “cattivi”, quello con poca specializzazione e poche vendite online. Ciò che preoccupa, soprattutto, è il ritardo accumulato: nel 2009, i laureati italiani in scienze informatiche sono stati pari all 1,3% sul totale, superiore solo al dato rumeno e nettamente inferiore alla media europea del 3,4 per cento. In testa in questa classifica Paesi come Austria (5,6%), Spagna (5,1%) ed Estonia (4,4%). Quest’ultimo Paese – il secondo più povero dell’Eurozona e il primo per start up pro-capite – è a suo modo il simbolo di un modello di sviluppo costruito sull’informatizzazione e sulla digitalizzazione di massa: un programma di alfabetizzazione che prevede l’insegnamento della robotica sin dai 10-11 anni e 17mila specialisti informatici impiegati in duemila imprese, che producono da sole un decimo del Pil della piccola repubblica baltica.

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Se un Paese con una storia capitalista relativamente breve qual è l’Estonia può permettersi di creare da zero un’economia digitale, lo stesso non si può dire dell’Italia. Se l’alfabetizzazione informatica è la precondizione alla specializzazione, quest’ultima, per rivelarsi un valore, deve riuscire a contaminare un mondo dell’impresa che digitale non lo è mai stato e che fatica a diventarlo. Ne è rappresentazione il grafico sottostante che mostra la correlazione – anche in questo caso molto evidente – tra la percentuale di acquisti online sul totale e quella delle persone con competenze informatiche impiegate dalle imprese, nonché la solita, impietosa, presenza italiana nel quadrante in basso a sinistra.

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Messi di fronte a questi dati sarebbe opportuno chiedersi come mai, negli ultimi dieci anni, in Italia non sia stata portata avanti alcuna politica per l’alfabetizzazione, per la specializzazione e per la contaminazione informatica. E ancor di più perché l’agenda digitale italiana per i prossimi anni – a differenza di quella tedesca, spagnola, britannica, per non dire di quella svedese - ignori quasi totalmente queste pre-condizioni strutturali per concentrarsi esclusivamente sullo sviluppo – necessario, ma non sufficiente – dell’infrastruttura.

Viva la banda larga, insomma, a patto che il continuo evocare un intervento infrastrutturale dai costi elevati non sia, come troppo spesso è accaduto, un alibi per non fare nulla. Tuttavia, se si vuole davvero rigenerare il capitalismo italiano – soprattutto, il piccolo capitalismo italiano – e la sua capacità di competere attraverso le nuove tecnologie bisogna anche e soprattutto puntare alla promozione e alla diffusione di esperimenti innovativi come Eccellenze in digitale. Un progetto, questo, presentato nei giorni scorsi e promosso dal Ministero delle Politiche agricole, dalluniversità Ca’ Foscari, da Unioncamere e da Fondazione Symbola. Insieme a loro, proprio Google, che mostra di aver prima di altri compreso l’importanza dell’alfabetizzazione, della specializzazione e della contaminazione. Eccellenze in digitale si pone infatti tre obiettivi: promuovere il made in Italy nel mondo attraverso un portale dedicato; formare alle strategie del mondo del business digitale le piccole imprese e gli artigiani, attraverso l’esperienza diretta dei più innovativi fra loro; offrire venti borse di studio da seimila euro l’una a altrettanti ragazzi per farne gli evangelizzatori dell’economia digitale nei territori della manifattura.  Forse non basterà per farci diventare la nuova Svezia o la nuova Estonia. Tuttavia, se da progetti come questi si traessero gli spunti per costruire una nuova politica industriale fondata sulla creazione, sulla promozione e sulla disseminazione dei saperi digitali, potremmo sperare di tornare a essere l’Italia, e non un suo pallido simulacro, anche nel nuovo scenario competitivo. In tempi come questi, è molto più che qualcosa. 

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