Perché Marchionne fa bene a spostare Fiat dall’Italia

Un sistema fiscale anti impresa

Sergiomarchionnefiat
29 Gennaio Gen 2014 1415 29 gennaio 2014 29 Gennaio 2014 - 14:15
Messe Frankfurt

Lo spostamento della sede fiscale della Fiat Chrysler Automobiles dal Lingotto a Londra è una precisa cartina di tornasole per capire le debolezze del sistema fiscale italiano. Nel 2013 il gruppo, che ha chiuso l’anno in utile a 3,4 miliardi - inferiore alle stime pari a 4,1 miliardi, elemento che assieme alla dieta sui dividendi ha penalizzato il titolo in mattinata -, ha versato all’erario 560 milioni di euro. Cifra che corrisponde ad un’aliquota media intorno al 26 per cento (Irap esclusa). Nel consolidato 2012 del maggiore azionista, Exor, la pressione fiscale media si è invece assestata al 30,7 per cento. Molto più basso, sempre nel 2012, il peso delle tasse sui ricavi di Chrysler: appena il 16,4 per cento. Cnh, prima della fusione con Fiat Industrial, pagava invece il 29% complessivo, mentre post fusione la percentuale è salita al 38 per cento. 

Logofiatchrysler

La strategia fiscale di un gruppo complesso come Fiat è necessariamente importante quanto quella industriale. Sergio Marchionne, che ha iniziato la sua carriera come commercialista presso Deloitte, lo sa bene. La scelta di Londra non è certo casuale. Una prima ragione riguarda la “special relationship“ della Gran Bretagna con gli Stati Uniti, e i trattati di libero scambio siglati dai due Paesi. Se Fiat, ad esempio, dovesse finanziare Chrysler, non ci sarebbero, da parte del fisco Usa, trattenute sugli interessi in uscita, al contrario di quanto succederebbe se Fiat fosse basata in Italia. Non avendo un’economia basata sulla manifattura, l’Inghilterra di recente ha varato una riforma del piano fiscale del diritto societario per rendere conveniente ai gruppi europei il trasferimento a Londra – dove la corporate tax, equiparabile alla nostra Ires, è solo del 21% –, a sua volta in concorrenza serrata con la vicina Irlanda, scelta come quartier generale dai colossi web Google e Facebook.

La disciplina inglese sulle Cfc (controller foreign corporation), le controllate con sede all’estero, è infatti vantaggiosa: niente trattenute alla fonte sui dividendi, prelievo leggero (10%) sulle royalties sui marchi e brevetti – nel bilancio Fiat le attività immateriali (gli asset intangibili) valgono 19 miliardi –, completa deducibilità degli interessi sul debito infragruppo, e aliquota del 5% sul reddito prodotto dai flussi finanziari. In Italia invece i dividendi sono tassati al 27,5% sul 5% del loro ammontare, non è possibile dedurre ai fini Irap gli interessi passivi, e se la tassazione sugli utili societari nel Paese dove ha sede la controllata è significativamente inferiore a quella italiana, su quegli utili si applica la tassazione italiana. Un modo per bucare il “velo societario” nei casi in cui si produca una sospensione della tassazione se la società in questione non distribuisca dividendi trasferendo la cassa generata dalla gestione attraverso dei finanziamenti tra le varie controllate.

Così come le aliquote, anche la base imponibile varia da Paese a Paese, come spiega a Linkiesta Francesco Guelfi, socio dello studio Allen & Overy: «Per il fisco italiano, ad esempio, lo spostamento della sede fiscale di Fiat è sostanzialmente ininfluente sul reddito prodotto dalla fabbrica di Melfi, Grugliasco o Pomigliano. Tuttavia, su tutti gli investimenti diretti che Fiat ha realizzato all’estero la tassazione italiana verrà sostituita da quella inglese, sicuramente più favorevole oltre che per le aliquote anche relativamente alla determinazione della base imponibile, perché consente una maggiore deducibilità dei costi». Vale lo stesso discorso sull’Ires per le controllate estere: il credito per imposte estere esiste ed è applicabile soltanto se il reddito prodotto dallo stabilimento estero è tassato con aliquote superiori rispetto alle italiane.

Per quanto riguarda la sede legale in Olanda, invece, il fisco non c’entra nulla. Il motivo sta nei diritti di voto dell’azionista di maggioranza, che se rimane tale per più di tre anni acquisisce il diritto di poter far sentire la sua voce in assemblea con un numero di voti variabile da uno a un massimo di sei. Si tratta, di fatto, di una mossa per blindare il controllo del gruppo da parte della famiglia Agnelli anche nel caso di un’offerta pubblica d’acquisto (Opa), che in questo modo verrebbe facilmente bloccata anche qualora Exor, per qualsiasi motivo, scenda dall’attuale 30,05 per cento. Nel corso della conference call di presentazione dei risultati, Marchionne ha spiegato che lo stesso schema di Cnh sarà applicato a Fiat Chrysler Automobiles.

Infine, un altro punto chiave nel trasferimento armi e bagagli della testa pensante di Fiat oltremanica, è nella certezza del diritto. Spesso la normativa italiana subisce costanti modifiche ogni dicembre, nel consueto assalto alla diligenza della legge di Stabilità. Barocchismi che non piacciono agli investitori internazionali. Un esempio di bizantinismo che fa al caso di Fiat è la deducibilità delle perdite sui crediti pro soluto. Se il Lingotto si volesse liberare di un credito vantato nei confronti di un fornitore da 100mila euro vendendolo a 90mila, i 10mila euro di perdita, per il fisco italiano, sono deducibili (ma non ai fini Irap) soltanto se il credito è definitivamente inesigibile (vedi circolare dell’Agenzia delle entrate n. 26/E dell’agosto 2013). Peccato che la perdita di 10mila euro l’azienda la iscriva immediatamente a bilancio. Un problema, considerati i tempi della giustizia civile italiana. Per questo, per quanto le ragioni di Marchionne siano incontrovertibili, il trasloco di Fiat lascia l’amaro in bocca. Sarebbe stato meglio ridurre il cuneo fiscale e far funzionare il sistema tributario che buttare negli anni milardi di euro in incentivi alla rottamazione delle autovetture.

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