Al Sisi, il generale camaleonte

Egitto, la rivoluzione sedata

Al Sisi Egitto
1 Febbraio Feb 2014 2100 01 febbraio 2014 1 Febbraio 2014 - 21:00

IL CAIRO - In persiano rivoluzione si dice enqelab, la stessa parola in arabo significa «colpo di stato». Questa coincidenza è molto curiosa.

Nel 1979 in Iran si è svolta una rivoluzione che ha visto trionfare la versione khomeinista dell’islam sciita, unico esempio di una rivoluzione che abbia avuto successo in Medio oriente. Nel 2011 in Egitto si è sfiorato qualcosa di simile, ma da subito il movimento sociale di piazza Tahrir si è trasformato in un colpo di stato militare. Questa volta, però, l’esercito si è mosso con molta cautela per riprodurre il consueto rapporto tra élite politica e militare: ha agito sul potenziale rivoluzionario dei movimenti di piazza.

Come ha fatto l’esercito a disattivare i movimenti di piazza? L’incontro in piazza Tahrir tra gli organizzatissimi Fratelli musulmani e i giovani rivoluzionari ha immediatamente affievolito il potenziale dei movimenti anti-regime. In un secondo momento, gli islamisti sono stati usati dall’élite militare per dimostrare al popolo egiziano che l’esercito, e solo l’esercito, è in grado, o meglio, ha il «potenziale rivoluzionario» per guidare il Paese. L’esercito ha agito con l’obiettivo di azzerare nuovamente la distinzione tra politici e militari. Ma lo ha fatto con cautela. In altre parole è intervenuto direttamente per annullare la rivoluzione del 25 gennaio 2011 preparando il colpo di stato del 3 luglio 2013.

Da quel momento i militari hanno imposto una vera e propria vendetta verso gli islamisti e il controllo scientifico sulla società egiziana. Hanno fatto ciò che la Fratellanza si era dimostrata incapace di fare (coprifuoco, controllo diretto delle forze di polizia, leggi anti-proteste e leggi anti terrorismo). Il potenziale rivoluzionario dei movimenti di piazza è stato così lentamente azzerato. Per chi muoiono ora gli egiziani? Se fino al novembre 2011 gli attivisti morivano per la rivoluzione, se fino al 30 gennaio 2013 alcuni egiziani sono morti per opporsi alla Fratellanza, se fino al 14 gennaio 2014, giorno del referendum costituzionale che ha sancito la vittoria del testo voluto dai militari ma con una scarsa partecipazione al voto, gli islamisti si sono immolati in nome dell’ex presidente Morsi, chi muore ora lo fa per servire l’interesse del generale Abdel Fattah Sisi.

Non è un caso che l’annuncio, di lunedì scorso, della candidatura di Sisi alle presidenziali sia arrivato dopo tre attentati e 60 vittime. Riportando alla ribalta, per tipo di attacchi e luoghi dove sono avvenuti, le solite oscure connessioni tra Sicurezza di stato e islamismo radicale jihadista. Il sangue è servito ai militari per dimostrare che l’unica soluzione per gli egiziani è il ritorno del Faraone. La scalata politica dell’élite militare è stata impercettibile per gli egiziani nelle tre presidenze precedenti, tanto che pochi ancora associano all’esercito Gamal Abdel Nasser, Anwar al Sadat e Hosni Mubarak. Ma questa volta, il passaggio dalle alte uniformi agli abiti civili da presidente è avvenuto con più cautela, dopo un anno di governo islamista, che per i sostenitori dell’esercito verrà considerato come un «incubo scampato» per arrivare a incoronare Sisi e la sua «lucida follia».

Perché solo un folle può ordinare di uccidere 700 persone accampate in una piazza della sua città, come fosse un dovere o un modo per dimostrare di non poter assecondare ulteriormente la volontà dell’ex presidente Morsi, come ha dichiarato il generale in un’incredibile intervista al quotidiano locale Masry al youm.

Dopo il 25 gennaio 2011, i militari hanno optato quindi per un anno di farsa in cui hanno portato allo scoperto il lato oscuro dello stato: la Fratellanza musulmana, con lo scopo di dimostrare a tutto il mondo che si tratta solo di «terroristi incompetenti». Ora il cerchio si chiude intorno a Sisi: sarà lui il nuovo Mubarak. Tutto l’esercito lo acclama. Questo dimostra come il pensionamento dell’ex capo del Consiglio supremo delle Forze armate Hussein Tantawi, insieme ad altre decine di generali, nell’estate del 2012, rappresentato dai media come uno dei principali successi di Morsi, altro non fosse che un colpo di stato all’interno dell’esercito che ha escluso i generali vicini alla Fratellanza e ha portato in auge i «nasseristi», stile vecchio regime, che ora regnano indisturbati.

Nonostante ciò, non tocca a noi dire che la «rivoluzione» finisca necessariamente con un colpo di stato. Solo la contestazione radicale del ruolo politico dell’esercito può riportare in vita le aspirazioni rivoluzionarie. Gli attentati delle ultime ore sembrano proprio diretti contro i militari. Un alto funzionario del ministero dell’Interno, Mohammed Saeed è stato assassinato a Giza da due uomini in motocicletta.

In vista delle elezioni presidenziali, che precederanno le parlamentari e si terranno entro aprile, resta l’incognita di chi sostituirà i due ministeri i cui responsabili hanno annunciato o presentato le proprie dimissioni. Il primo è il ministro della Cooperazione internazionale, l’economista social-democratico Ziad Bahaa el Din. Ma davvero problematica sarà l’avvicendamento al ministero della Difesa, che acquista una funzione vitale nella gestione politica in base alla Costituzione appena approvata, il giorno in cui Abdel Fattah Sisi, come ha annunciato, presenterà le sue dimissioni. Infine, il prossimo 9 febbraio, si apre il dibattito sulla nuova legge elettorale che non mancherà di suscitare polemiche.

 

Come se non bastasse, non si placano le proteste. I Fratelli musulmani hanno annunciato una nuova settimana di manifestazioni in vista delle prossime udienze dei processi contro l'ex presidente Morsi. Nelle contestazioni di ieri si conta un morto e 35 feriti. Già oggi il leader della confraternita apparirà in aula per affrontare le accuse di aver ordinato di sparare contro i manifestanti nelle proteste, organizzate dai giovani ribelli (Tamarrod), lo scorso 30 giugno. Mentre il processo per evasione dal carcere durante le manifestazioni del 2011 è stato aggiornato al prossimo 22 febbraio. La Fratellanza ha anche incassato le dure critiche all'operato dell'esercito da parte del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. La portavoce, Jen Psaki, ha espresso profonda preoccupazione per i limiti alle libertà  di stampa e di espressione in Egitto.

Nei giorni scorsi venti giornalisti di al Jazeera, tra cui Peter Grest, Mohammed Fahmy e Baher Mohammed sono stati rinviati a giudizio dalla Corte penale del Cairo. Le accuse vanno da appartenenza ad un'organizzazione terroristica, attentato all'unità nazionale e alla pace sociale, con l'uso di mezzi terroristici per mostrare al mondo che il Paese sta attraversando una guerra civile. Sono solo alcuni dei giornalisti dell'emittente del Qatar, vicina ai Fratelli musulmani, che hanno subito intimidazioni e soprusi da parte delle forze di sicurezza egiziane. Non solo, altri 19 giornalisti egiziani sono stati arrestati alle porte del Sindacato dei giornalisti al Cairo mentre si occupavano di coprire gli eventi in occasione del terzo anniversario delle proteste, lo scorso 25 gennaio.

All'ex presidente Mohammed Morsi non resta che continuare ad auto-proclamarsi presidente in carica e urlare, dietro le sbarre, la sua contestazione in vista della prossime udienze nei quattro processi a suo carico (in cui è accusato di incitamento alla violenza e corruzione). Eppure così avrà forse il tempo per pensare a come trasformare la Fratellanza da pilastro dello stato in movimento rivoluzionario. Sperando che nel frattempo gli egiziani (e il mondo) non abbiano dimenticato che il probabile nuovo presidente Sisi è stato un militare prima di scendere in campo in politica.

 

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