Legge elettorale: il diavolo si nasconde nei dettagli

L’Italicum è un compromesso accettabile dopo anni di immobilismo ma ci sono margini di miglioramento

Scheda Elettorale
2 Febbraio Feb 2014 1900 02 febbraio 2014 2 Febbraio 2014 - 19:00

Se l’accordo sulla riforma elettorale, adesso che ha superato il primo scoglio del voto alla Camera sulle pregiudiziali di costituzionalità, si tradurrà effettivamente in legge, Matteo Renzi potrà dirsi soddisfatto. Avrà mostrato che il suo decisionismo è riuscito a scardinare una materia incagliata da tempo, seppur assestandosi su una soluzione solo in parte condivisa dal suo stesso partito (come mostrano le risposte al nostro questionario). Un buon viatico per il leader del partito che punta a governare e cambiare il paese. Inoltre, avrà raggiunto molti dei suoi obiettivi. Il sistema elettorale che nasce dall’accordo attuale consente di avere un chiaro vincitore già il giorno dopo le elezioni, o al massimo un paio di settimane dopo, se si dovesse ricorrere al ballottaggio. E in teoria riduce la frammentazione politica, grazie alle soglie di sbarramento per l’accesso al Parlamento.

Anche i cittadini, se tutto andrà come previsto, potrebbero accontentarsi. L’Italicum ha molti vantaggi rispetto al Porcellum e, si sa, il meglio è nemico del bene. Ma ci sono alcuni dettagli di questo sistema elettorale che non convincono e che potrebbero rivelarsi nel tempo una vera iattura. Vediamo alcuni aspetti che potrebbero convertire l’Italicum in un Malefactum o, se al contrario venissero messi a punto senza stravolgere l’impianto dell’accordo, potrebbero renderlo un compromesso accettabile non solo per i partiti che l’approveranno ma anche per gli elettori.

Il primo dettaglio è relativo al contributo dei partiti minori al premio di maggioranza. Allo stato delle cose, anche i partiti piccoli che non superano la soglia del 4,5% per l’accesso in Parlamento contribuiscono con i loro voti al raggiungimento della soglia del 37% che potrebbe garantire il premio di maggioranza alla coalizione cui appartengono. È il preludio a un sistema partitico che abbiamo già sperimentato, con pochi alberi (partiti) e un’infinità di cespugli. E la cronaca di questi giorni indica già i primi movimenti di riassestamento delle coalizioni tra partiti.

Si tratta ovviamente di un dettaglio che fa gola a molti. Conviene ai partiti grandi, che con il 30% dei voti e imparentandosi con un po’ di cespugli dal peso elettorale dell’1% o del 2%, potrebbero quasi raddoppiare e ottenere il 53% dei seggi da soli! E giova anche ai quei partitini-cespuglio, che sicuramente non riuscirebbero a entrare in Parlamento, ma che grazie all’apporto della loro piccola dote elettorale potrebbero contrattare con il partito-albero qualche seggio sicuro. Un partito che dovesse ottenere 340 seggi con il solo 30% dei voti avrebbe ampi margini per accontentare i suoi cespugli.

Tutti contenti? Non proprio, perché questo dettaglio potrebbe vanificare due degli obiettivi di questa legge elettorale. In primo luogo, rischia di attribuire un enorme premio di maggioranza – nell’esempio precedente pari al 23% per un partito con il 30% dei voti che raggiunge il 37% con l’aiuto dei cespugli – contravvenendo quindi ai dettami della Corte Costituzionale. In secondo luogo, anziché ridurre la frammentazione politica, il peso dei partiti minori si vedrebbe rafforzato e partirebbe il solito mercato delle vacche per piazzare propri esponenti in collegi sicuri.

Il secondo dettaglio riguarda le candidature multiple. Al momento sembrano possibili, seppure con un tetto massimo di 3 o 4 collegi plurinominali. Per i notabili dei partiti piccoli con una legittima aspirazione a passare la soglia del 4,5% rappresentano la garanzia di essere eletti in Parlamento. Per un partito che oltrepassa appena la soglia, e ha dunque una ridotta rappresentanza in Parlamento, è infatti difficile prevedere da quali collegi arriveranno gli eletti. Meglio dunque essere presenti, e in cima alla lista elettorale, in più collegi. Anche questo compromesso, tuttavia, ha un costo per gli elettori. Soprattutto nei partiti grandi, le candidature multiple daranno alle segreterie di partito il potere di scegliere anche ex-post, ovvero dopo le elezioni, quali tra i primi candidati non-eletti mandare in Parlamento. Basterà che un candidato plurieletto scelga un collegio per mandare rispettivamente a casa il primo non-eletto di quel collegio e in Parlamento i primi non-eletti degli altri collegi in cui era stato eletto.

Anche il terzo dettaglio (critico) di questa legge elettorale è legato al potere delle segreterie di partito. L’accordo prevede collegi plurinominali con liste elettorali piccole – da 3 a 6 candidati – ma bloccate. Ciò garantisce alle segreterie dei partiti (grandi) la possibilità di continuare a “nominare” gran parte dei parlamentari (come accadeva con il Porcellum), semplicemente allocandoli all’inizio delle liste elettorali. L’innovazione, rispetto al Porcellum, è che si tratta di mini-liste di soli 3-6 candidati, i cui nomi possono essere dunque stampati sulla scheda elettorale, garantendo quindi una maggiore trasparenza (anche se più che di schede elettorali, per il combinato disposto di questo e del primo dettaglio, si tratterà di enciclopedie). Le diverse preferenze di Renzi, Berlusconi e degli altri attori di questa partita sono ormai note. Ma anche in questo caso un compromesso migliorativo è possibile: usare i collegi uninominali all’interno dell’Italicum. Unitamente con le primarie, per quei partiti che decideranno di farle, ciò consentirebbe una migliore selezione dei candidati all’interno dei diversi partiti e stabilirebbe un forte legame tra il candidato eletto e i suoi elettori.


La determinazione dei collegi è importante anche per un quarto dettagliol’uso del quoziente assoluto per determinare gli eletti, malgrado i collegi abbiano dimensioni diverse. In poche parole, la legge prevede che gli eletti per un partito arrivino dai collegi in cui il partito ha ottenuto più voti in assoluto. Non è chiaro se questa scelta risponda a una logica di compromesso, ma sicuramente tende a favorire la rappresentanza dei collegi più grandi. Anche questo aspetto si risolverebbe passando ai collegi uninominali, tutti più o meno della stessa grandezza.

Insomma: l’Italicum è un compromesso accettabile dopo anni di immobilismo e rispetto allo status quo da cui partiamo. Ma ci sono margini di miglioramento: 1) togliendo i voti dei partiti che non entrano in Parlamento dal computo dei voti che servano per assegnare il premio di maggioranza alla coalizione vincente; 2) abolendo le candidature multiple; 3) introducendo i collegi uninominali, o un mix di uninominali e plurinominali davvero piccoli; 4) rimuovendo le distorsioni tra collegi nell’attribuzione degli eletti a ogni lista. E, di sicuro, facendo le barricate contro emendamenti di cui si parla volti a ripescare il “miglior” partito sotto la soglia di sbarramento in ciascuna coalizione: emendamenti che, nella peggiore tradizione del Porcellum, minerebbero la coesione della maggioranza di governo.

Non si tratta di far saltare l’unico accordo che al momento sembra possibile, ma di migliorarlo senza stravolgere gli interessi delle forze in campo. Il meglio, a volte, è amico del bene.

 

 

 

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