Nymphomaniac: secondo Lars Von Trier, il sesso è potere

Abbiamo visto la versione non censurata

Nympomaniac Charlotte Gainsbourg
10 Febbraio Feb 2014 0945 10 febbraio 2014 10 Febbraio 2014 - 09:45

Nel suo saggio su L'immaginazione pornografica, Susan Sontag osservava che in Histoire d'O, celebre romanzo erotico di Dominque Aury, «il sommo bene è la trascendenza della personalità». Nel libro di Aury, come in tutta la pornografia (intesa come esperienza “protetta” in cui esercitare la portata estrema della propria fantasia) si cela il desiderio primordiale della perdita dell'individuazione.

Basterebbe questa constatazione a stabilire che Nymphomaniac, anche nella sua versione uncut presentata ieri in anteprima mondiale alla Berlinale, non è un porno. Non solo quindi perché le scene tagliate si sono rivelate non poi così esplicite (le — poche — penetrazioni sono state “incollate” in digitale sugli attori principali) e nemmeno perché quella che agli occhi del regista vorrebbe suonare come una provocazione sembra, almeno in questo primo capitolo, niente più che una sessualità seriale e promiscua ravvivata da un complesso di Elettra irrisolto.

Il film di Lars Von Trier non è un porno perché l'esperienza che racconta non è pornografica nel senso descritto da Sontag, non ha a che fare con nessuna esperienza estatica o dionisiaca. Joe (interpretata da Charlotte Gainsbourg ma in tutti i flashback dall'esordiente Stacy Martin), autoproclamatasi ninfomane che racconta la propria vita a un vecchio che l'ha trovata priva di sensi per strada, non ha vissuto attraverso al sesso un'esperienza di perdita di sé. Tutt'altro.

Joe, negli altri, non cerca che se stessa. In tutto il film non fa altro che ritrovare nell'esperienza erotica il proprio desiderio egotistico. Fatta eccezione per la fase in cui si innamora, Joe non riesce a fare a meno di usare gli uomini che incontra come oggetti da manipolare abilmente al fine di sfruttarli per il proprio piacere sessuale. Il piacere di un'individualità ostinatamente chiusa all'altro, egoriferita, disperatamente ma irrimediabilmente auotocostrettasi alla solitudine.

La solitudine autoreferenziale di Joe sembra rispecchiare quella di Lars Von Trier, che anche questa volta non riesce a fare altro che imbastire un film cerebrale e autocelebrativo, in cui il confine tra autorialità e culto della propria (disturbata) personalità si fa sempre più labile. Ancora una volta, protagoniste dei monumentali film del regista danese, sono le sue paure. La strategia per affrontarle, al solito, la demonizzazione di ciò che spaventa.

Eppure c'erano spunti per sperare che non il film non fosse misogino come certi precedenti: il senso di colpa quasi naif (che si vede anche nei momenti più provocatori, come quando Joe e le amiche recitano in coro «Mea vulva mea vulva mea maxima vulva») e il pessimismo cosmico di Joe sembravano far credere che Von Trier si identificasse con lei. In varie interviste Von Trier ha dichiarato di voler offrire un'opera sul sesso. Non ha parlato di sessualità femminile, cosa che lasciava sperare che il personaggio di Joe fosse una persona, prima che una donna. Non a caso, come il nome maschile tradisce, Joe sembra molto ostile a certi stereotipi della femminilità frigida e/o sentimentale, come quelli rappresentati dalla gelida madre, dall'amica B, che si innamora e tradisce così il patto trasgressivo stipulato tra le ragazze, e dalla signora H (Uma Thurman), l'isterica moglie di un suo amante. Come dimostrano questi personaggi, il film approfondisce solo la psicologia di Joe,in quella che vuole sembrare a tutti gli effetti una seduta dall'analista. Tutti gli altri restano sullo sfondo, bidimensionali e funzionali solo a rappresentare un aspetto ben preciso della visione del mondo della protagonoista.

Eppure, non sembra di osservare la vicenda attraverso gli occhi di Joe: la macchina da presa sembra guardarla da fuori, con paternalismo, giudicandola (se con sdegno o magnanima comprensione è in fondo indifferente) come fa il suo interlocutore. E, quel che è peggio, osservandola con sguardo lubrico e voyeuristico.

Col risultato che le sue azioni appaiono tanto incomprensibili quanto godibili, come dimostra la scena in cui Joe e B si sfidano a chi riuscirà ad avere più partner sessuali in un viaggio in treno. Von Trier si ostina a fissare Joe con curiosità morbosa, la mostra mentre le vengono somministrate nozioni banali (Edgar Allan Poe, Epicuro, la serie di Fibonacci...) — sempre, ovviamente, da uomini —, la traveste da scolaretta perversa, la squadra come farebbe uno stalker o come forse anche lei stessa, avendo all'apparenza introiettato il bisogno di trovare sempre e inevitabilmente se stessa nel rapporto con gli uomini. Come in uno specchio che restituisce però di lei ciò che quegli stessi uomini vogliono vedere.

L'insistere di Von Trier sulla natura è sintomatico dell'incapacità del regista di uscire da una visione dicotomica ed essenzialista dell'universo: il mondo si divide in maschile e femminile, e come sostiene Nietzsche, se la felicità dell'uomo sta nel desiderare, quella delle donne sta nell'essere desiderate. Così, quello che Von Trier sembra voler dire, è contraddetto da ciò che mostra: una ninfetta emaciata, provocante, sufficientemente inebetita e fragile da non destare alcuna preoccupazione nell'uomo. La sessualità femminile che Von Trier mette in scena non è minacciosa, e non è nemmeno autentica. È compiacente. Joe resta nella rappresentazione un personaggio femminile offerto allo sguardo maschile.

Se è vero che il cinema ha la capacità di offrire nuovi occhi per vedere, di consentire allo spettatore di penetrare (seppure per il tempo limitato del film) nello sguardo di un altro, c'è da chiedersi di chi sia la visione del mondo alla quale assistiamo guardando Nymphomaniac.

E così, in conclusione, torniamo a Sontag, che nello stesso saggio contestava la «discutibile convinzione che l'appetito sessuale sia, a meno che non venga ostacolato, una funzione naturale, una fonte di piacere». Se c'è una cosa che Von Trier, già da Dogville, ha sempre dimostrato di comprendere, è che il sesso non ha nulla di naturale se non nel senso della natura matrigna di cui parlava Leopardi. Il sesso è terrificante, traumatico, costringe l'individuo a confrontarsi con la potenza involontaria del proprio desiderio e implica relazioni violente tra gli esseri umani.

Perché il sesso ha a che fare con il potere. E, forse anche grazie (?) ai film di Von Trier, continuerà a farlo ancora per un bel po'.

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