Filosofia e tecnologia

Serve ancora studiare filosofia in Italia?

Esposito denuncia il tentativo di ridurre l'insegnamento della filosofia nelle scuole italiane

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17 Febbraio Feb 2014 0245 17 febbraio 2014 17 Febbraio 2014 - 02:45
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La scuola italiana si sta restringendo, come i maglioni di cotone gettati incautamente in lavatrice. Le riduzioni di insegnamenti per ora sembrano decretate dalle voci incontrollate che circolano in Rete, piuttosto che da prese di posizione ufficiali del MIUR. L’abrogazione dello studio di storia dell’arte dalle scuole superiori si è rivelata una bufala. La nuova vicenda riguarda le cattedre di filosofia, sia nelle facoltà universitarie, sia nei licei. La fonte della notizia questa volta è autorevole – anche se questo non basta a fornire garanzie di certezza. In un articolo su Repubblica Roberto Esposito dichiara che i funzionari del ministero dell’Istruzione e dell’Università stanno procedendo all’eliminazione dello studio della filosofia teoretica dai corsi di laurea in Pedagogia e Scienze della Formazione: la prova sarebbe fornita dalla progressiva rimozione dell’insegnamento dalle tabelle disciplinari. Al contempo, nei licei quadriennali verrebbe limitato a due soli anni, invece che a tre.
 
Vi potreste chiedere per quale ragione mi occupo di un fatto del genere, visto che in questi giorni l’unico problema del nostro paese è l’incarico a Matteo Renzi. Senza dubbio un po’ di filosofia permetterebbe a tutti di convincersi che la personalizzazione delle questioni è sempre il modo sbagliato per risolverle. Persino il renzismo, se esistesse, andrebbe inquadrato e trattato in termini universali, con il linguaggio della verità pubblica. Personalizzare i problemi è una tecnica retorica che serve a distogliere l’attenzione dalla natura dei problemi per fissarla su elementi che trasformano tutto in termini di passioni, di opinioni, di gusti – in altre parole per renderli intrattabili e per delegare la loro soluzione a chi li ha creati.
 
Questo è il paese che nel momento peggiore di una crisi in cui sono franati l’ideologia e le strutture economiche liberali, il principio di rappresentanza e la configurazione keynesiana del patto sociale, ha tributato un consenso plebiscitario al personaggio che ha proposto come chiave di interpretazione della realtà questo sofisticato modello concettuale: in Italia esiste un partito dell’Amore e uno dell’Odio, e qualunque cosa negativa è colpa dell’odio. Va da sé che in un posto del genere non c’è spazio per la filosofia. Sotto questo punto di vista, l’episodio discusso da Esposito sarebbe una banale conseguenza che non deve sorprendere nessuno.
 
Ma, ancora peggio, potreste domandarvi per quale ragione di un argomento così distante dai problemi reali dell’Italia (leggi: l’incarico a Renzi), si sta occupando il canale di Tecnologia e innovazione. In effetti questa è un’obiezione ancora più inquietante della precedente. I commentatori che sono stati convocati dalle due principali testate del paese, Corriere e Repubblica la troverebbero davvero sconcertante. Esposito dice che il provvedimento di esclusione della filosofia è «la punta di un attacco generalizzato al sapere umanistico in Italia» (il corsivo è mio). Giovanni Reale rincara: «Prevale l’idea che il sapere derivi dalla scienza e che la tecnologia risolva tutti i problemi». Anche Gianni Vattimo non ha peli sulla lingua: «C’è invece una formazione che è tanto più significativa quanto più slegata all’uso delle macchine». Da una parte si schiera la filosofia, dall’altra – quella dei cattivi – si inalbera il vessillo della tecnologia. Ecco spiegato il mistero della responsabilità oggettiva per cui ce ne occupiamo nella sezione di Innovazione&tech.
 
Ma c’è anche una responsabilità soggettiva. Sono laureato in filosofia, e da diversi anni mi occupo di tecnologia. In questa disputa mi sento precettato e ripudiato da entrambi i fronti. Per di più, non è esattamente la prima volta. Io non riesco a vivere come contraddittoria la tematizzazione della tecnologia da parte della filosofia, così come l’impegno di una pratica di pensiero nella progettualità tecnologica. Tanto più che l’informatica nasce dalle riflessioni di Leibniz e di Eulero, mentre i computer sono nati dallo sforzo teoretico di Turing intorno all’Entscheidungsproblem: certo, non siamo sul terreno delle discipline umanistiche, ma per questo sosterremmo seriamente che questi temi non sono filosofia?
 
Sostenere che la filosofia non rientri nell’alveo delle facoltà letterarie puzza di eresia, e chiunque si trastulli con simili idee non è ospite gradito nei club esclusivi della carriera accademica. Peccato che poi tutti i convitati di questo mondo elitario trovino sorprendente la domanda, che continua a circolare nelle testimonianze riportate da Corriere e Repubblica: «ma a che cosa serve la filosofia?». Esposito ricorda «l'apparente inutilità che spesso le viene rinfacciata» e Reale ironizza su chi lamenta che «la filosofia si occupa di problemi astratti che non hanno a che fare con la vita, che appesantiscono la mente». Certo, per chiunque esca da un corso di filosofia, questi attacchi lasciano inorriditi come lo spettacolo di un rito cannibale presso una tribù primitiva: ma allora, ai ragazzi che si pongono queste domande, nella loro ingenuità di anime da formare (e che non verranno più formate, o almeno, non saranno granché modellate da professori di filosofia), almeno un abbozzo di risposta lo vogliamo dare? Non fa parte del compito pedagogico che ci vogliamo assumere?
 
Vattimo si fa avanti, ci prova lui: «Serve a non farsi dirigere nella visione del mondo soltanto dalle canzonette. È una messa in ordine delle idee sulla vita e su noi stessi. Husserl diceva che studiare la filosofia è come fare di professione l’essere umano». Già, Husserl diceva qualcosa del genere, anche se la metteva sul professionale ricordando che il filosofo è una sorta di funzionario dell’umanità; ma la sua preoccupazione era insistere su una responsabilità del pensiero nei confronti di tutti gli uomini, in opposizione al clima nazionalista che stava insorgendo nella Germania degli anni Trenta.
 
D’altra parte, questo essere umano sarà autorizzato, o no, ad usare un computer? E non è giusta la pretesa dei ragazzi che l’esperienza in cui sono immersi, l’essere-nel-mondo che li coinvolge, possa diventare oggetto della riflessione filosofica? Perché Google, Facebook, i droni, il linguaggio delle chat, i selfie, non possono entrare nel mondo del pensiero? Con il rispetto che devo a uno dei miei maestri, Giulio Giorello, non posso evitare di notare che le sue riflessioni su Google rilasciate solo un paio di anni fa sul Corriere sembrano rilasciate da qualcuno che ha visto un motore di ricerca solo sporadicamente, e dalle epoche ancestrali di Altavista non ha più messo mano al box di ricerca. Ne ha sentito parlare dai suoi allievi. Ma è solo un esempio in mezzo ai fiumi. Se un’intervista al Corriere non è un luogo abbastanza autorevole per attribuire un’opinione a un Maestro (vero: ma dove altro se ne parla?), perché non ricordare il testo sui telefonini in cui Maurizio Ferraris dichiara che «ci vuole il backup (…) su un sito remotissimo, che non abbiamo la più pallida idea di dove sia – ecco il vero dove sei del nostro tempo – eppure ci sembra dannatamente sicuro» Ditelo a Snowden, vi saprà indicare dove sono queste macchine che tengono molto al sicuro i nostri dati, non su un sito (?), ma su batterie di server da milioni di dollari. D’altra parte il modello per interpretare il web è «la biblioteca di Babele, che contiene tutto e il contrario di tutto», e in particolare ospita «Google, questo erudito acefalo, questo immane Bouvard e Pécuchet che ricorda tutto e non ha capito niente». Web, biblioteca, Google, erudito, tutto in sequenza. 
 
D’altra parte, è questa autoreferenzialità della filosofia accademica (solo dei filosofi?) italiana ad aver impedito la formazione di un dibattito serio su uno degli episodi più gravi della storia contemporanea, che sta passando sotto il naso di tutti senza che alcun intellettuale abbia sollevato la sua voce per capire, per spiegare, per sollevare il pubblico alla giusta indignazione e preoccupazione: il Datagate e la collaborazione del governo italiano con la National Security Agency. Certo, finché ci si ritiene liberi di ignorare l’esistenza di server, cavi, protocolli, dispositivi – come si può capire il comportamento di amministrazioni nazionali che hanno inserito i loro rilevatori direttamente nei connettori e nelle macchine di casa nostra, come il peggiore regime totalitario del mondo? Il dibattito su cosa sia la democrazia, su cosa sia un regime liberale, su quale rapporto intrattenga con la tecnologia, e che tipo di scambio il pubblico stia intrattenendo con le società private che prestano servizi in cambio di dati – questo non è in via definitiva, al di là di ogni ragionevole dubbio, un grande problema filosofico?
 
Ma se – non la filosofia – ma i filosofi italiani, pensano di potersene liberare perché il tema non rientra nelle discipline umanistiche – allora sì, è meglio che la restrizione avvenga, e che i ragazzi non siano tormentati da insegnanti che non li considerano esseri umani, degni della loro attenzione.

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