Dipendenti dei partiti licenziati? Pagano gli italiani

Abusi & privilegi

Alberto Sordi
19 Febbraio Feb 2014 2145 19 febbraio 2014 19 Febbraio 2014 - 21:45

«Vuole sapere la verità? Continueremo a mantenere i dipendenti dei partiti italiani con i soldi pubblici». Il deputato Danilo Toninelli non si è fatto troppe illusioni. Esponente del Movimento Cinque Stelle in commissione Affari costituzionali, approfitta di una breve pausa tra una votazione e l’altra per denunciare uno dei passaggi più discussi del decreto che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti. È l’articolo 16 del provvedimento. «Una cassa integrazione vita natural durante», spiega seduto su un divanetto del Transatlantico mentre sfoglia il testo della legge. «È come se il governo avesse garantito un reddito di cittadinanza a una particolare categoria di cittadini: i dipendenti dei partiti». 

Al centro del caso c’è una specifica disposizione della norma. Una forma di tutela per i dipendenti che rischiano di perdere il posto di lavoro in seguito alla stretta sui finanziamenti pubblici alla politica. Un articolo che estende a partiti e movimenti politici cassa integrazione e contratti di solidarietà. Il secondo comma definisce anche l’entità della spesa: «Ai fini dall’attuazione del comma 1 - si legge - è autorizzata la spesa di 15 milioni di euro per l’anno 2014, di 8,5 milioni di euro per l’anno 2015 e di 11,25 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2016». Qui Toninelli quasi alza la voce. «Secondo noi c’è il rischio che un’interpretazione estensiva della norma si trasformi in una vera e propria truffa».

Ma il Movimento Cinque stelle non è l’unico a sollevare dei dubbi. La settimana scorsa la stessa questione era stata posta a Palazzo Madama dal senatore di Scelta Civica Pietro Ichino. Lo stenografico del suo intervento in Aula consegna alle cronache una certa diffidenza. «Qual è la vera portata di questa norma che si vuole introdurre? - spiega il parlamentare montiano - La verità è che si vuole consentire anche nel caso delle riduzioni del personale prevedibili nei partiti un uso della cassa integrazione del tutto inappropriato. È l’uso che ne facciamo quotidianamente, purtroppo. Ma si tratta di abuso. Consiste nel mettere i disoccupati in freezer negando fittiziamente il loro stato di disoccupazione, lasciandoli lì per qualche tempo, prorogando di anno in anno quella che si finge essere una sospensione del lavoro ma in realtà è uno stato di disoccupazione. Possibilmente fino alla pensione. Questo abuso non ha alcun senso, né sul piano economico, né su quello sociale, se non quello di cacciare i lavoratori interessati in un vicolo cieco e sperperare il denaro pubblico».

A spiegare la natura della cassa integrazione è la vicepresidente di Palazzo Madama Linda Lanzillotta, che nella stessa seduta conferma la linea di Ichino. «La cassa integrazione è fatta per lavoratori di settori in crisi, in vista del risanamento strutturale dell’azienda da cui vengono in quel momento licenziati». Un uso improprio, come quello previsto dal decreto sul finanziamento ai partiti, rischia di avere conseguenze tutt’altro che positive. «Il fatto di utilizzare le risorse per la cassa integrazione per i lavoratori dipendenti da un partito significa toglierla a lavoratori di fabbriche ed aziende che hanno un futuro e che possono avere un risanamento, per le quali però non vi saranno risorse perché queste saranno state assorbite impropriamente dai dipendenti dei partiti». 

Il Movimento Cinque Stelle ne fa una questione di uguaglianza. Ben venga l’uso di ammortizzatori sociali, se necessari. Ma che almeno lo Stato ne garantisca pari accesso a tutti i cittadini. «Qui, invece, continuiamo a distinguere tra lavoratori di serie A, di serie B e di serie C e a dare le garanzie sempre e solo a certe categorie» spiega al Senato la grillina Elisa Bulgarelli. Con buona pace dei critici, entro pochi giorni il decreto del governo sarà definitivamente convertito. Entro la settimana l’aula di Montecitorio dovrebbe licenziare il testo. Eppure per risolvere la questione i deputati del Movimento Cinque Stelle avevano proposto alla maggioranza una soluzione. «Solo undici emendamenti qualificati - spiega Toninelli - E tra questi una proposta di modifica che limitava a soli due anni la cassa integrazione per i dipendenti dei partiti. Ovviamente non ci hanno neppure ascoltato». 

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