Elogio dell’inutilità della filosofia

Perché senza l’inutile non c’è libertà

Tempi Moderni
21 Febbraio Feb 2014 1300 21 febbraio 2014 21 Febbraio 2014 - 13:00
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Oggi uno dei modi più a buon mercato di accaparrarsi approvazione è sparare ad alzo zero sulla filosofia e sulla sua “inutilità” ai fini sociali. Ironia della sorte, di solito poche cose come questi pezzi ricchi di luoghi comuni e disperatamente poveri di struttura dimostrano quanto in realtà di filosofia ce ne sia un gran bisogno.

Personalmente ritengo che una delle più grandi fortune della mia vita sia stata aver avuto al liceo una professoressa di latino che ripeteva sempre: «Vede, Doner» (ci dava sempre del Lei e si riferiva a noi con nomi di fantasia che sarebbero stati inventati solo anni dopo) «le cose più importanti nella vita sono quelle inutili». Assumeva, come tutti noi in quella stanza, il concetto di “utilità” in voga nella produttiva provincia dove ci trovavamo, ovvero “utile” era ciò che procurava arricchimento, generava beni materiali e accumulazione di denaro, sostanzialmente il discorso del Vater ne Il giocatore di Dostoevsky. “Inutili” invece erano tutte quelle arti liberali senza le quali in tavola ci sarebbe stato comunque da mangiare. Sarà stato per questo che la metà del tempo, con notevole ottimismo nei nostri confronti, ci parlava in latino e se le facevamo una domanda ci rispondeva «Scusi non la sento, devo mettere gli occhiali», poi infilata la sua vecchia montatura fissata con lo scotch di carta si faceva ripetere il quesito e forniva la risposta. Era una persona con una cultura sterminata la cui autorità derivava dal sapere più che da modi autoritari o inutilmente seriosi, altro insegnamento che non mi avrebbe più abbandonato.

Sta di fatto che questa sua massima di vita, negli ultimi banchi dove abitavamo io e miei amici, fra libri di Bukowski, discorsi su calcio e pallacanestro, pezzi di fumo, domande sul sé, l’universo e su come entrare nelle mutandine di quella ragazzina che ti piaceva tanto facendo finta che fosse una cosa che avevi già fatto centinaia di volte mentre in realtà pensavi oddionondevovenirenondevovenirenondevovenire, la prof sfondava una porta aperta. Anche se non erano esattamente le stesse che intendeva lei, pure a noi le cose prive di alcuna utilità sociale misurabile e produttiva piacevano un sacco, anzi in quel tempo erano tutta la nostra vita.

In seguito, sempre affascinato dal lato improduttivo dell’esistenza, m’iscrissi alla facoltà di filosofia semplicemente perché mi era sembrata l’opzione più coscientemente votata all’inutilità. Nell’impossibilità di vivere senza lavorare sapevo che una volta laureato mi sarei dovuto inventare qualcosa, ma erano gli anni pre-crisi e per non trovare uno straccio d’impiego serviva una volontà ferrea che neppure io, con tutta la mia spiccata attitudine ad affrontare la vita orgogliosamente sdraiato su un divano, sentivo di avere.

Divano Dei Simpson 0

(Noto divano della televisione)

Le cose di lì a poco si sarebbero rivelate molto più dure del previsto, come sarebbe stato per altro intuibile se a vent’anni non avessi avuto il cervello pieno di quelle convinzioni assolute quanto sbagliate che hanno quasi sempre i ventenni. Eppure oggi rifarei tutto esattamente da capo, per un semplice motivo: anche dopo aver imparato l’inevitabile lezione che nella vita non si può fare (per fortuna aggiungerei) solo quello che ci piace, la scelta di studiare filosofia è stata quella che ha segnato la mia vita in maniera più radicale, e direi anche più soddisfacente pure nelle sue implicazioni dure e severe. Alla fine avevo scoperto che la filosofia a ben guardare è tutt’altro che inutile, bisogna solo chiarirsi bene sul concetto di utilità. Pensare che una volta laureati in filosofia ci debba spettare di diritto un posto da pensatore stipendiato e riverito, magari perché al titolo si è anche aggiunto un master in editoria delle minoranze linguistiche calabresi, è un errore metodologico e soprattutto un gigantesco fraintendimento del senso della disciplina.

È altrettanto necessario chiarire subito che conoscere la filosofia, non necessariamente studiandola all’università, non si è mai rivelato utile per accettare ordini a testa bassa, inseguire premi di produttività, tacere davanti ad assurdità logiche, entusiasmarsi per cose prive di ogni interesse, obbedire ciecamente e avallare gerarchie sprovviste di fondamenti meritocratici. Non aiuta a credere anima e corpo nei leader carismatici, alle religioni se non come fine di un ciclo di ricerca che ha attraversato tutto lo spettro del male possibile, mina le fondamenta dei miti compresi (soprattutto) quelli culturali, educa al dubbio sistematico, alla pratica non sempre gradita del domandare, e difficilmente produce ottimismo nei confronti di sé e dell’umanità.

Inoltre può generare anche apatia, accondiscendenza, verbosità (o almeno così mi dicono) e Marchionne. In altri casi ancora può produrre anche Buttiglione o Bersani. Non tutti i filosofi infatti sono uguali.

Ma in termini più generali buona parte della filosofia dell’ultimo secolo fornisce soprattutto un’insuperata capacità di fare un passo indietro rispetto al piano dal quale di solito guardiamo la realtà e concederci così una visuale più ampia sulle cose. Come ammoniva uno dei massimi pensatori ermetici di questo secolo, il detective Ciccio Bunk di The Wire, è necessario guardare la scena del crimine (nel nostro caso, va da sé, il mondo intero) con «Soft eyes», con uno sguardo cioè in grado di vedere non solo l’albero ma tutta la foresta, ed è questo precisamente il lavoro filosofico.

The Wire Bunk 0

(il detective Bunk con i suoi occhioni soffici)

Ed è in questo punto del discorso che tutte le accuse d’inutilità volte alla filosofia si rivelano per quelle che con un eufemismo potremmo definire: cazzate di chi non sa di cosa sta parlando. L’immagine puramente contemplativa del filosofo non tiene presente che il suo pensiero riguarda l’uomo, il suo mondo, i suoi sistemi simbolici e le sue attività, e non più la speculazione sull’iperuranio. In uno dei grandi classici della filosofia del novecento, Vita Activa, Hannah Arendt ad esempio si propone qualcosa di «molto semplice: niente di più di pensare a ciò che facciamo». Machiavelli molto tempo prima aveva scritto il Principe, uno dei classici senza tempo della filosofia politica non esattamente l’ultimo romanzo di Chiara Gamberale, in un periodo in cui passava le sue giornate a litigare con i falegnami e a barare a carte all’osteria. La sera poi si levava le vesti sporche di «fango e di loto» ed entrava «nelle antique corti degli antiqui homini» per cibarsi della loro sapienza e scrivere. Il Principe non sarebbe venuto uguale se il suo autore se ne fosse stato tutto il giorno chiuso in casa.

Ritratto Di Niccolo Machiavelli Di Santi Di Tito 0

(Machiavelli in un momento in cui non giocava a Texas Hold’em)

La filosofia non è cioè estranea al mondo, al contrario si limita a non accettarlo passivamente come un dato di fatto imperscrutabile, lo indaga, lo studia, lo analizza, pone delle domande, propone soluzioni, alternative, e pronuncia diagnosi talvolta impietose. Non fornisce risposte efficentiste stilate meccanicamente all’interno del paradigma epistemologico corrente. Per questo il pensiero radicale che ha seguito l’avvento del nichilismo è lo strumento elettivo, l’unico veramente efficace, per indagare un mondo totalmente reificato dove la razionalità produttiva, le leggi del mercato e i diktat di un apparato tecnico in espansione tumorale dominano, come un leviatano privo di angoli ciechi, ogni aspetto dell’esistenza, raggiungendo ogni anfratto e modellandolo l’esistente secondo le proprie esigenze, minacciando la soggettività stessa dell’uomo.

La speculazione filosofica è perciò prima di tutto una pratica di resistenza, la culla di ogni alterità possibile, il momento di riflessione radicale sulla realtà e, da un altro punto di vista, la dimostrazione dell’irriducibile anarchia del soggetto rispetto a quegli apparati che determinano la sua vita in modo sempre più pervasivo e apparentemente irreversibile. La filosofia è quella cosa che si pone fra il sé e l’ottimismo imposto della pubblicità, la formula di rito del giornale, l’ordine travestito da benevolenza, il privato truccato da comune, il sistemico spacciato come casuale, è l’opposizione del singolo alla sua riduzione a parte di un tutto dove non ha più alcuna voce in capitolo.

Quello che irrita della disciplina filosofica presso i suoi detrattori contemporanei è il suo non essere, nel momento in cui si fa riflessione, parte integrata del ciclo della società del consumo, il porsi virtualmente come osservatore esterno dell’incessante alternarsi di produzione e consumo, polarità totalizzanti entro le quali è compreso ogni aspetto della vita dell’uomo contemporaneo. L’esternalità anche come pura astrazione è tabù, perché è l’anticamera della critica, dell’indipendenza, dell’uscita dal regno della necessità dove solo si può dare la libertà.

La filosofia è infatti inutile rispetto agli scopi degli apparati capitalistici e tecnici, ed è esattamente questa sua mancanza di necessità a renderla espressione somma di libertà. La filosofia e gli apparati hanno fini diversi: l’aumento indefinito del profitto è lo scopo dell’apparato capitalistico, e l’aumento indefinito della propria potenza quello tecnico. La filosofia invece punta a un aumento indefinito della conoscenza sulla condizione umana. Nel regno della necessità creato dalla razionalità strumentale non vi è spazio per tanta indipendenza, poiché appunto libero è ciò che non è necessario, quindi inutile, se non incidentalmente, agli scopi altrui.

Per questa caratteristica di autonomia rispetto agli scopi degli apparati, la filosofia e più in generale il sapere critico non producono necessariamente maggiore efficienza rispetto all’oggetto che indagano, anche se c’è chi, come Martha Nussbaum, lo sostiene in Non per profitto un libro che non ricordo (dovrei mettermi gli occhiali) se ho già citato su queste pagine ma che comunque vale la pena di leggere. Inoltre non bisogna dimenticare che, pur guardando costantemente al mondo, la filosofia presuppone anche una dialettica con un punto di vista soggettivo, un momento di riflessione solitaria e la solitudine pur essendo una realtà diffusa è un tabù della società onnicomprensiva, individuale ma perennemente interconnessa del consumo.

Se il mondo reificato altro non è che merce, allora lo è anche il discorso sul mondo: questo l’insegnamento insuperato di Guy Debord in La società dello spettacolo, uno dei libri chiave per capire quanto profonda, necessaria e profetica possa essere un’analisi filosofica. Oggi lo «spettacolo integrato» di cui parlava Debord, in cui tutto è ridotto alla sua immagine alienata e il vero altro non è che un momento del falso, si è completato ulteriormente con i kit di produzione di spettacolo individuale forniti da internet e dai device mobili. Lo spettacolo è diventato perpetuo, ubiquo, incredibilmente falso e si è individualizzato mantenendo però perfettamente intatta la sua capacità di creare conformismo e appianare ogni contraddizione. Nell’era di Facebook e dei social l’essere è – come mai era accaduto prima d’ora – sempre altrove, e l’alienazione perpetua si compie nel dominio della tecnica applicata pienamente allo spettacolo. La filosofia critica, così come la narrativa, sono uno straordinario strumento per smascherare le falsità di questo spettacolo onnicomprensivo, attraverso ad esempio lo studio delle parole, dei loro usi, dei significati nascosti. Una filosofia minima che può stringere alleanze inedite, come si capisce ascoltando George Carlin, uno dei più grandi stand-up comedian americani, raccontare di come sia stato influenzato dall’abitudine della madre a interrogarsi su ogni parola leggesse sui giornali, andare oltre le formule stantie, accomodanti, parziali, furbesche, piegate a logiche nascoste o semplicemente prive di senso o capziose.

George Carlin 0

(George Carlin arrabbiato per essere stato usato in questo pezzo)

Per questo la ribellione del filosofo classico al nichilismo dell’apparato produttivo e di un universo privato di senso dalla morte di Dio è la stessa alla base delle comicità di autori come Woody Allen, Bill Hicks o appunto Carlin. Sia la filosofia della crisi che questo tipo di comicità sono atti di rivolta contro l’assenza di senso e le assurdità della condizione umana, al destino tragico, alla paura della morte. Le due discipline s’incontrano nel motto di spirito del condannato alla pena capitale di Freud che avviandosi al patibolo osserva «La settimana inizia bene». Non a caso Kurt Vonnegut lavorando a un programma comico cercava sempre di inserire a livello inconscio almeno una volta a puntata il tema della morte per aumentare quella tensione che le battute avrebbero poi dovuto sciogliere. La comicità nichilista è dirompente proprio quando, come la filosofia della crisi, riporta l’uomo presso sé stesso, ribadisce quella finitezza dei suoi orizzonti e della sua corporalità perennemente negati dalla logiche incessanti della produzione e dal loro ottimismo necessario e imposto.

È nell’analisi del linguaggio che la filosofia della crisi esercita il suo compito più dirompente, infrangendo la liturgia della riappacificazione dell’apparato con l’assenza di senso, la stessa che ci ha consegnato nei media di massa una classe intellettuale largamente priva di tensione, perfettamente integrata nella produzione di pareri consolatori.

D’altro canto il tempo dello spettacolo integrato è quello del consumo, un tempo di soddisfazione ciclica e mai compiuta una volta per tutte, insoddisfacente come un cibo industriale privo di nutrimento, pone le condizioni della sua ripetizione nel momento stesso in cui accade, tutto deve essere a malapena commestibile, non appagante. Il domandare incessante della filosofia riguarda invece il destino tragico e senza tempo dell’uomo, i cicli lunghi della sua vita e fornisce una compagnia che dura finché dura la vita di chi la pratica. Grosso modo avere una coscienza filosofica è come andare in giro sempre in compagnia di un tizio con i baffi, terribilmente polemico e di nome Kurt. Il che è ovviamente un po’ inquietante, il vantaggio è che difficilmente vorrà discutere con voi dell’ultimo numero di Gente. Vantaggio peraltro relativo se considerate che Kurt esiste solo nella vostra testa.

Come ha scritto su questo giornale il sempre puntuale Bottazzini la sfida chiave della filosofia del nostro tempo è la risposta al nichilismo della tecnica, tema rispetto al quale pensatori come Jünger o Heidegger ci avevano avvisato con decenni di anticipo, e su cui un pensatore italiano come Emanuele Severino ha scritto molto e con una radicalità assoluta e a tratti visionaria. Una tecnica che pone il problema del controllo come un’intensità ed un’urgenza che non era mai stata posta prima d’ora. Basti pensare all’enorme quantità di nostri dati privati e sensibili che vengono presi o rubati ogni giorno da governi e aziende private, alle potenzialità di sorveglianza dei droni e delle telecamere installate ovunque, o ancora pratiche minori e meno discusse come l’imminente avvento delle scatole nere sulle auto, i tutor autostradali, i test anti droga sul lavoro, le incessanti campagne per il politically correct nell’opinione pubblica. Nella storia il potenziale di controllo e standardizzazione non è mai stato così onnicomprensivo. Rispetto a questo quadro lo studio della filosofia forse (ma non è nemmeno detto) non servirà a trovare un lavoro o a guadagnare di più, ma è la migliore arma di difesa a nostra disposizione, serve a ricordarci che non fummo fatti per vivere solo come bruti consumatori e produttori di merci ma anche per perseguire la coscienza di noi stessi, farci artefici del nostro destino, ed essere, solo così, pienamente umani.

Se tutto questo oggi può apparire di troppo, traetene da voi le conseguenze.

Sappiate però che c’è il rischio che questo vi rallenti un po’ sul lavoro.

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