Perché la Siae fa tutto tranne che tutelare gli autori

I numeri del carrozzone

Concerto
7 Marzo Mar 2014 1945 07 marzo 2014 7 Marzo 2014 - 19:45

Per dirla con Umberto Eco, chi si trova davanti alla Società italiana autori ed editori (Siae) ha il medesimo dilemma di Kant con l’ornitorinco. In teoria l’ente dovrebbe occuparsi di proteggere il diritto d’autore e remunerare adeguatamente le opere dell’intelletto. In pratica fa molto di più: ispezione e riscossione tributaria, gestione di partecipazioni finanziarie e immobiliari, vendita di dati, servizi di consulenza e chi più ne ha più ne metta. In una parola: un carrozzone. Commissariato la prima volta nel ’99, viene affidato a Mauro Masi, ex direttore generale Rai ora numero uno di Consap. Poi è la volta dell’interregno di Giorgio Assumma, docente esperto di diritto d’autore che resiste per cinque anni, fino al 2010: le faide insanabili tra l’anima autorale e gli interessi degli editori non consentono all’ente di chiudere il bilancio. Arriva un nuovo commissario, il 90enne Gian Luigi Rondi, la Siae cambia lo Statuto e nomina Gino Paoli alla presidenza.

Il padre padrone dell’ornitorinco Siae è il direttore generale Gaetano Blandini – amico di Gianni Letta e di Salvo Nastasi e frequentatore della cricca di Balducci e Anemone, scrive il Fatto Quotidiano – cooptato nel 2009 (stipendio da 500mila euro l’anno) per risanare un buco da 800 milioni. A guardare il bilancio 2012, approvato a fine luglio 2013 e ultimo disponibile, la strada per raggiungere la sostenibilità economica è ancora lunga. Al risultato positivo per 18,7 milioni hanno contribuito 40 milioni di plusvalenze sulle partecipazioni finanziarie e 8 milioni sul cospicuo patrimonio immobiliare, conferito al fondo Aida e acquistato dal fondo pensione dei dipendenti da parte del fondo Norma, attraverso un finanziamento da 85 milioni erogato del gruppo Sorgente di Valter Mainetti, che ha costituito sia Aida che Norma. Operazione finita nel mirino della procura di Roma.

Spulciando i conti 2012, Linkiesta si è posta tre domande, a cui la società non ha risposto nonostante le reiterate richieste: come mai Siae ha mezzo miliardo di investimenti finanziari in Unicredit, Goldman Sachs, Rai (valore nominale 1 milione di euro, valore reale 130mila) Mediaset e titoli del Tesoro? Perché del miliardo di debiti dell’ente 767 milioni sono ascrivibili a «associati, mandanti e aventi causa»? Perché lo Stato ha affidato alla Siae servizi ispettivi in concessione per conto dell’Agenzia delle Entrate e dei Monopoli di Stato, che hanno fruttato 35 milioni su 160 complessivi da “vendite e prestazioni”?

La risposta all’ultimo quesito è la più facile: in base alla legge di riforma del 2004, che l’ha qualificata “ente pubblico economico in base associativa”, lo Stato può affidarle alcune funzioni pubblicistiche: la regolarità delle licenze delle slot machine, il pagamento dei diritti d’autore e gli scontrini, come dimostrano i numerosi protocolli di collaborazione con le sedi regionali dell’Agenzia delle Entrate siglati da Siae negli ultimi due anni. Peccato che di quei 35 milioni agli associati non vada manco un centesimo. Semplicemente perché lo Statuto non lo prevede. E dunque a cosa serve pagare 282 euro per iscriversi e altri 152 l’anno per mantenere lo status di associato?

 

 

I criteri di riparto dei diritti tra associati e Siae sono intricati (vedi tabella sotto). Il criterio analitico – basato sul passaggio del brano in radio, tv, discoteca, etc. – pesa sul 40% della remunerazione all’autore, mentre il 60% è forfettario, sulla base di un campionamento effettuato dagli ispettori Siae andando in giro per i locali in gran segreto. A sua volta, questo 60% è spacchettato secondo un criterio di frequenza. Uno dei motivi di questo modus operandi, va riconosciuto, è la falsificazione dei borderò con la lista dei brani eseguiti nella serata da parte dei gestori di pub e discoteche, a favore di amici artisti. Ciò nonostante, il metodo è fallace: un brano di Ligabue o Vasco ha molta più probabilità di essere programmato rispetto a un artista emergente. Si pensi soltanto al fattore “cover band”. Una sorta di oligarchia.

Tariffasiae

Dall’oligarchia alla dittatura il passo è stato breve: la modifica statutaria approvata l’anno scorso ha introdotto il principio del voto ponderato in base agli euro guadagnati sulla base di criteri, come detto, a dir poco imprecisi. Un’anomalia contro cui si sta battendo l’avvocato Guido Scorza, esperto di copyright digitale e rappresentante degli associati che hanno deciso di fare ricorso al Tar. «Nel 2009 l’ex presidente Assumma aveva dichiarato che il 75% degli iscritti prendevano meno di quanto versavano», spiega Scorza a Linkiesta, aggiungendo: «In termini di riparto gli artisti sconosciuti non riescono a ottenere quasi niente». A proposito della riforma dello Statuto, Scorza sottolinea: «Mi disturba che gli artisti non abbiano altra chance se non entrare in Siae, sapendo perfettamente di essere destinati a rimanere soci di minoranza». Una spirale perversa: artisti ed editori ricchi fissano pro domo loro i criteri di riparto per aumentare il loro peso, «senza che essi siano soggetti a nessuna regolamentazione pubblicistica», osserva Scorza. In pochi Paesi europei, peraltro, esiste un monopolio legale come in Italia in cui il medesimo soggetto si occupa della raccolta dei diritti d’autore per radio, tv, cinema, musica live etc.

Siaeconto

L’ultima genialata della Siae è la petizione firmata da duemila artisti (tra cui alcuni soloni della musica come Renzo Arbore, Luciano Ligabue, Gino Paoli, Andrea Bocelli, Claudio Baglioni), al ministero dei Beni Culturali per l’aggiornamento delle tariffe sull’equo compenso per la copia privata, da applicare agli smartphone. Sebbene prevista dalla normativa comunitaria e recepita dall’ordinamento italiano, la copia privata nasce con i cd ed è di fatto già superata dai servizi di musica in streaming come Spotify. I numeri di Bruxelles riferiti al 2012 parlano di una raccolta complessiva europea pari a 600 milioni, mentre le stime contenute nella proposta Siae fatta pervenire al Mibac di 200 milioni solo per l’Italia. Raggiungere questo obiettivo è sostanzialmente impossibile, anche se nel bilancio 2012 i ricavi da copia privata si sono assestati a 72 milioni. Nei preventivi 2013 e 2014 il contributo della copia privata è stimato in circa 60 milioni l’anno, al netto della revisione delle tariffe, ferme al 2009. Altri denari per arricchire i soliti noti. Senza proteggere, e in definitiva incentivare, l’ingegno e l’innovazione. 

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