Dieci motivi per credere nella ripresa in Italia

I dati e le prospettive

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2 Aprile Apr 2014 2130 02 aprile 2014 2 Aprile 2014 - 21:30
Messe Frankfurt

Doverosa premessa: primo, bisognerebbe diffidare da qualunque cosa venga motivata sotto forma di decalogo, o in multipli di dieci. Secondo, a controbilanciare l’ottimismo ci sono tutti gli effetti e le conseguenze dei cinque anni peggiori dell’economia italiana dal secondo Dopoguerra a oggi. Però è vero anche che da mesi, ormai, si susseguono deboli segnali. Messi in fila, inducono a credere che la recessione sia alle spalle e che quel che è rimasto del tessuto imprenditoriale italiano stia incamminandosi lungo un sentiero di sviluppo di cui s’iniziano a scorgere i tratti somatici. Certo, è roba da dire sottovoce e maneggiare con cura. Troppe volte, negli ultimi cinque anni, abbiamo letto vaticini di luci in fondo al tunnel, di inversioni di tendenza, di piedi che toccano il fondo e si danno la spinta per risalire a galla. Non bastasse, viviamo nel Paese delle previsioni riviste sistematicamente al ribasso, per cui la prudenza è d’obbligo. Eppure, se i segnali ci sono, sarebbe sbagliato sottacerli per paura, ignavia o, peggio, conformismo. Pertanto, ecco la lista dei motivi per i quali ha senso credere in un prossimo rilancio dell’economia italiana. Usatela pure contro di me tra qualche mese, quando faremo la fila fuori dalle banche per provare invano a ritirare i nostri risparmi, mentre l’esercito in grisaglia della Trojka starà bivaccando lungo il Tevere.

 

  1. Perché sono gli imprenditori stessi a crederci

Qualche giorno fa, l’Istat ha diffuso i dati dell’ultima rilevazione effettuata sul clima di fiducia delle imprese italiane. Fatto 100 il dato del 2005 (e, casualmente, pure quello del 2008), siamo a 89,5, un dato in crescita rispetto all’88,2 di febbraio, che ci riporta ai livelli del settembre 2011, il mese in cui si scatenò la “tempesta perfetta” contro il nostro debito, facendoci precipitare di nuovo nel gorgo della recessione. Come si può notare dal grafico il trend di crescita dall’inizio dell’anno è costante e, nello specifico, riguarda soprattutto i servizi di mercato ed è trainato soprattutto dalle aspettative positive sulla congiuntura economica generale. Segue a ruota la manifattura, ormai su livelli di fiducia pre-crisi, mentre arrancano le costruzioni e, soprattutto, il commercio al dettaglio.

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Aria fritta, penseranno i più scettici tra voi. Forse. Tuttavia, l’andamento dell’indice della fiducia delle imprese tende sovente a ricalcare l’andamento del prodotto interno lordo, come si può evincere chiaramente dal grafico sotto riportato.

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Insomma, senza arrivare agli eccessi di Oscar Farinetti, che pochi mesi fa ha dichiarato proprio a Linkiesta che l’Italia, in dieci anni sarà il Paese più ricco e florido d’Europa, perlomeno c’è un motivo in meno per piangersi addosso.

 

  1. Perché sono sempre meno le imprese che fuggono all’estero e sempre di più quelle che tornano

Tecnicamente si chiama reshoring (o backshoring, dipende) e definisce il “ritorno a casa” di aziende che avevano precedentemente localizzato altrove – generalmente in Paesi in cui la manodopera costa molto meno che da noi – le loro produzioni. Negli Usa se ne parla molto, di questi tempi, complice la scelta di Apple di tornare ad assemblare i Mac nella madrepatria. Poco meno di un anno e mezzo fa ne, era stato invece l’Economist, nel suo numero speciale dedicato alla terza rivoluzione industriale, a preconizzare il ritorno in Occidente delle produzioni manifatturiere, laddove il costo del lavoro conta sempre meno (e peraltro, in Cina come altrove tende a crescere) e sempre più contano a vicinanza al mercato, la qualità delle infrastrutture, la prossimità alla ricerca.

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Se ne parla molto negli Stati Uniti, dicevamo, e poco in Italia. Eppure dal 2007 al 2012, le ri-localizzazioni in Italia hanno rappresentato il 60% di tutto il reshoring europeo. È un ritorno, quello della manifattura nel Belpaese, trainato dall’abbigliamento, ma anche da settori come meccanica, dell’occhialeria, dell’automazione. Sia chiaro: le imprese che tornano sono ancora oggi briciole rispetto a quelle che se ne vanno. Tuttavia, la tendenza al reshoring è in aumento, mentre le delocalizzazioni, con la crisi economica, sembrano essere diminuite. Tuttavia, sono diversi i Paesi – Francia e Olanda, ad esempio – che stanno studiando provvedimenti ad hoc per accelerare la tendenza. In Italia, ci ha provato la Regione Piemonte, che è riuscita a riportare a casa la produzione dei mobili Ikea dalla Cina alla provincia di Novara.
 

  1. Perché la manifattura ha ricominciato a produrre (e ad assumere)

Sarà la fiducia, sarà il reshoring, sarà l’export, fatto sta che pure la produzione industriale italiana, nei primi mesi dell’anno, ha ricominciato a mostrare timidi segnali di risveglio. L'indice destagionalizzato ha infatti registrato una crescita, rispetto a dicembre 2013, dell'1%, segnando il livello più alto dall'agosto del 2011. Fuoco di paglia o inizio della ripresa? Presto per dirlo. Tuttavia, qualche segnale incoraggiante arriva pure dai dati sull’occupazione. Soprattutto, manco a dirlo, dal settore manifatturiero, mentre è ancora buio pesto per le costruzioni e per il commercio a dettaglio. Attenzione: siamo ancora lontani dal raggiungere un saldo occupazionale positivo. Tuttavia, tra gennaio e marzo di quest’anno, le imprese dell’industria e dei servizi avevano previsto di attivare 148.350 contratti di lavoro alle dipendenze, 102.100 dei quali a carattere non stagionale. Il tutto a fronte di un aumento dei licenziamenti – e più in generale delle “uscite” – che diminuisce del 15,5% rispetto al primo trimestre del 2013. La parte del leone la fanno le imprese con più di 250 dipendenti, appartenenti a settori come le quello chimico-farmaceutico, della plastica e della gomma (+3mila unità) e quello metalmeccanico e metallurgico (+3.500). Inferiore alle 100 unità, ma comunque positivo, il saldo atteso per le industrie del legno e del mobile.

 

  1. Perché i distretti sono ancora vivi ed esportano più della Germania

Per essere morti, non se la passano male. Sono i distretti industriali italiani, il cui funerale è stato più volte celebrato, in quest’ultimo decennio. A dispetto di ciò, nel quarto trimestre del 2013, hanno messo a referto una crescita dell’export di 6,11 punti percentuali (+4,5% nell’intero anno), laddove le aree non distrettuali si sono fermate al 3%, mentre le manifatture tedesche e francesi sono calate rispettivamente di 0,26 e 1,87 punti percentuali. A far da traino, la crescita della domanda dei cosiddetti mercati “maturi” come quello statunitense, britannico e tedesco. Su 143 distretti, sono ben 101 quelli che hanno fatto registrare un saldo positivo nelle esportazioni. Visto che siamo in tema di top ten, i dieci distretti migliori sono stati:
 

  1. Oreficieria di Arezzo

  2. Pelletteria e calzature di Firenze

  3. Concia di Arzignano

  4. Meccatronica del barese

  5. Piastrelle di Sassuolo

  6. Pelletteria e calzature di Arezzo

  7. Macchine per imballaggio di Bologna

  8. Elettrodomestici della Inox Valley

  9. Vini di Langhe, Roero e Monferrato

  10. Rubinetti, valvole e pentolame di Lumezzane

 

  1. Perché è tornata la voglia di collaborare e di fare rete

Non solo distretti. Dopo anni passati a fare i conti ognuno con i propri guai, nel 2013 sembra essere tornata la voglia di fare le cose assieme. Questa rinascita della cooperazione tra imprese è ben esemplificata dal vero e proprio boom delle reti d’impresa. Nell’ultimo semestre dell’anno appena trascorso ne sono nate quasi quattrocento, su un totale complessivo di 1.353. Merito di politiche regionali e bandi pubblici che hanno incentivato le imprese ad aggregarsi, certo. Sta di fatto che la crescita delle reti d’impresa è una bella notizia, soprattutto per le performance delle imprese coinvolte: come si legge in questo articolo recentemente pubblicato da Linkiesta, rapportando le imprese manifatturiere in rete con quelle che non lo sono, si registra una «più alta (…) quota di chi può vantare attività di export (51,6% circa contro il 29,8%), certificati di qualità (28% contro il 15,7%), partecipate estere (15,9% contro il 6%), marchi registrati a livello internazionale (16,5% contro il 7,1%), brevetti richiesti all’Epo (16,8% contro il 6,4%), certificati ambientali (14,3% contro il 5,7%)». Certo, c’è chi getta acqua sul fuoco, come Fabio Bolognini, che giustamente ricorda come «6.400 imprese in rete sono una frazione modestissima di quel milione o milione e mezzo di imprese, la metà delle quali sta lottando con la riduzione dei margini, la difficoltà di evadere dal mercato domestico e con processi organizzativi obsoleti». Aggiungendo tuttavia che «c’è solo da augurarsi che il differenziale con imprese “individualiste” cresca e induca sempre più imprenditori a buttare il cuore oltre l’ostacolo».

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Per vedere il grafico ingrandito clicca qui.

 

  1. Perché Arduino e i Fab Lab ci hanno riportato sulla frontiera dell’innovazione

Sempre a proposito di conoscenza condivisa e di fare le cose insieme: è il 2001 quando Massimo Banzi, di ritorno dall’Inghilterra, inizia a insegnare al Interaction Design Institute di Ivrea. Nel giro di quattro anni, insieme ai suoi studenti, inventa Arduino, la scheda hardware, facile da programmare e compatibile con tutti i sistemi operativi, che consente di creare qualunque tipo di prototipo con un cuore digitale. Il movimento dei maker e l’autoproduzione erano già realtà da qualche anno, ma è con Arduino e le stampanti 3D – o meglio, grazie alla convenienza di questi due strumenti – che diventa di massa. Non solo: negli ultimi due anni, in Italia, sono nati almeno 43 Fab Lab, in cui i maker (o fabber, nella dizione italiana) progettano e costruiscono prototipi e piccole serie di prodotti customizzati. Una piccola rivoluzione potenzialmente in grado di mettere assieme il mondo degli artigiani e quello degli “smanettoni”: il Faber Lab di Tradate, realizzato dalla Confartigianato di Varese è una prova di questo legame e di come l’innovazione digitale stia penetrando nel mondo dell’artigianato tradizionale. Allo stesso modo, l’iniziativa “Un FabLab in tutte le scuole” della Fondazione Nord Est che, col contributo di UniCredit, donerà a quattordici istituti tecnici del Veneto, del Friuli-Venezia Giulia e del Trentino –Alto Adige altrettante stampanti 3D, mostra come tale contaminazione tra manifattura e saperi digitali sia la strada che conduce al “futuro artigiano”. Un futuro in cui l’Italia c’è e sta correndo più veloce degli altri.

 

  1. Perché anche nel Mezzogiorno qualcosa si muove

Difficile pensare a un’Italia che cresce, se il Meridione non si mette in moto. Non fosse altro per il fatto che le locomotive settentrionali, stavolta, non sembrano aver la forza necessaria per tirarsi dietro zavorre inerti. La crisi, finora, non ha che accentuato i problemi. Nei sei anni consecutivi di crisi le regioni meridionali hanno bruciato complessivamente 43,7 miliardi di Pil, 15mila imprese, 9,3 punti di fatturato e, soprattutto, 336mila posti di lavoro, ampliando il loro divario con le regioni del nord. Tuttavia, sotto le macerie, qualcosa si sta muovendo. Ad esempio, nell’ultimo anno sono aumentate le esportazioni di prodotti alimentari (+6%), di prodotti chimici (2,3%) e di mezzi di trasporto, in particolare quelli prodotti nei distretti meridionali (+11,5% nel II trimestre del 2013). Traino di questo processo è l’economia pugliese, che nel 2012 ha raggiunto il suo massimo storico nell’esportazioni (8,9 miliardi di euro) e che grazie alla crescita di settori come la meccatronica, l’agrindustria e il turismo ha controbilanciato la crisi della siderurgia, così come il calo di imprese individuali è stato in parte compensato dalla crescita delle società di capitali. Non solo: la Puglia è la sesta regione in Italia e la prima del meridione per spin off universitari nel campo della ricerca (80, pari al 7,4% a livello nazionale). Dal “tacco d’Italia” transiteranno nei prossimi sette anni circa 12 miliardi di euro di fondi europei: un’occasione da non perdere per consolidare queste deboli tracce di sviluppo e, soprattutto, per dare finalmente una risposta alla drammatica situazione occupazionale giovanile (e femminile: una giovane donna su due, in Puglia, è disoccupata).

 

  1. Perché ci sono imprese che fabbricano imprenditori

Terranuova Bracciolini, è un piccolo paese in provincia di Arezzo. A Terranuova ha sede la PowerOne, azienda leader a livello mondiale nel campo delle soluzioni per la conversione e la gestione della potenza, nonché, attualmente, il secondo produttore al mondo di inverter fotovoltaici. Terra Nuova è anche il consorzio di piccole e micro imprese che operano nell’ambito della green Energy e che ha come principale committente proprio la Power One, il cui Direttore, Luciano Raviola, è anche Presidente del Consorzio. Nato nelll’estate 2010, il gruppo Terra Nuova (si chiama così il Consorzio) poteva contare complessivamente su 98 dipendenti e 9,8 milioni di fatturato delle sue micro aziende, e in meno di due anni ha chiuso l’anno con 34 milioni di ricavi impiegando 600 addetti. Caratteristica peculiare di Terra Nuova è il fatto che non distribuisce utili, ma li usa per ricapitalizzare il Consorzio stesso. Power One allo stato attuale, è ancora il più importante committente di Terra Nuova, che tuttavia iniziato a operare da player di mercato progettando e realizzando nuovi prodotti in autonomia. Ad esempio una torre eolica che si presenta come un piccolo grattacielo, senza pale, e che quindi garantisce un basso impatto ambientale, con una resa non inferiore grazie alla moltiplicazione di potenza.

Il secondo caso, più noto, è quello di Loccioni, gruppo marchigiano specializzata in sistemi automatici di misura e controllo che fattura 65 milioni di euro ed è attivo in più di 45 Paesi nel mondo. Loccioni, stando a una recente classifica, è il miglior posto dove lavorare in Italia, il terzo nel mondo. Forse è anche per questo che il titolare, Ernesto Loccioni, ha da sempre offerto ai propri dipendenti – attualmente sono 350, età media 33 anni – la possibilità di creare spin-off dell’azienda e diventarne fornitori. Allo stato attuale, le aziende gemmate da Loccioni sono più di 80 e danno lavoro a 300 persone.

Sono solo due casi, certo, ma è proprio dalla gemmazione di grandi imprese come la Merloni (tanto per rimanere nelle Marche) o come la Fiat, o le Officine Reggiane, che sono nati i sistemi di piccola impresa, le specializzazioni produttive territoriali e i distretti. L’esempio di Power One e Loccioni – così come quello di altre realtà che hanno a cuore lo sviluppo del loro territorio – può essere una delle chiavi della rinascita.

 

  1. Perché l’effetto Expo già si sente

Non ne abbia a male Beppe Grillo – non vorrei finire all’indice pure io come Quit The Doner – ma dire che l’Expo sia già oggi un’occasione persa non sembra essere una fotografia reale della realtà. Basta dare un’occhiata ai dati di Unioncamere sull’occupazione già richiamato al punto 3). Soprattutto perché l’”occasione persa”, stando ai dati della Bocconi, tra il 2012 e il 2020 Expo avrà prodotto in tutto il Paese 24,7 miliardi di produzione aggiuntiva con un incremento di valore aggiunto stimato in 10,5 miliardi di euro e 199 mila persone occupate collegate direttamente o indirettamente all’evento. La parte del leone, come ovvio, la farà il turismo, con 9,4 miliardi di produzione aggiuntiva, 4 miliardi di valore aggiunto e circa 80 mila posti di lavoro, ma non andrà sottovalutato nemmeno l’impatto sulle imprese che nasceranno (1,7 miliardi di produzione aggiuntiva e 12,4 mila occupati) e sull’incremento degli investimenti diretti esteri (16,5 mila occupati, 1 miliardo di valore aggiunto). Già oggi la dinamica occupazionale vede la Lombardia e Milano distanziare a grande distanza il resto del Paese, con un saldo attivo di posti di lavoro nel primo trimestre 2013 pari rispettivamente a 2.390 e 2.640 unità. Difficile pensare che l’Esposizione che aprirà i battenti tra un anno non c’entri nulla.

 

  1. Perché una politica industriale prima o poi, arriverà

Dare ulteriore fiducia alle imprese attraverso politiche che semplifichino gli adempimenti burocratici e taglino di qualche punto la pressione fiscale; seguire l’esempio di Francia e Olanda, costruendo misure ad hoc per accelerare il reshoring delle imprese che vogliono tornare a produrre a casa; dare ulteriore fiato all’occupazione, con misure che taglino il costo del lavoro; portare avanti strumenti che incentivino le imprese a fare rete tra loro; sostenere il trasferimento tecnologico e la contaminazione tra i saperi manifatturieri e quelli digitali; sostenere la voglia di fare impresa meridionale ed evitare che vadano sprecati i fondi comunitari 2014-2020; fare delle imprese che si prendono cura dello sviluppo del territorio in cui si trovano dei modelli di sviluppo, pensando a politiche finalizzate a diffondere tali pratiche; puntare forte su Expo 2015. In questi nove punti, nei fatti, ci sono gran parte degli ingredienti per una politica industriale che da troppo tempo manca all’Italia. Nei primi provvedimenti del Governo Renzi – giusti o sbagliati che siano – si scorge perlomeno la volontà di costruirne una. Che sia, almeno qui, #lavoltabuona?  

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