Un commosso omaggio a fumetti, colmo di poesia e pudore

Kurt Cobain

Nevermindpiatto
8 Aprile Apr 2014 1500 08 aprile 2014 8 Aprile 2014 - 15:00

Onesta premessa

Per chi scrive Seattle è la città natale di Jimi Hendrix, "Something in the way" è il primo verso di una gemma di George Harrison, la seconda traccia di Abbey Road, e The Man who sold the World è un disco, oscuro e malsano, del 1970, di un David Bowie ventitreenne, non ancora divenuto leggenda vivente. Appartengo alla generazione degli anni '50? Tutt'altro. Ho 34 anni.

I Nirvana sono stati l'emblema della mia generazione. E per questo li ho odiati, derisi, disprezzati, snobbati, per oltre vent'anni. Quando tutti i miei amici si vestivano con le camicione a quadri, i jeans strappati e e le magliette bucate, e ascoltavano il disco che dà il titolo al meraviglioso libro di cui parleremo, io già ero un provetto filologo dylaniano, cresciuto a pane e Rimbaud, e li contemplavo dall'alto delle mie letture come un branco di conformisti illusi d'esser ribelli.

Ora, a vent'anni dall'isteria dello storico concerto romano e della precoce tragica scomparsa di Kurt Cobain, è tempo di fare serenamente i conti con uno dei gruppi più importanti della recente storia del rock.

Vent'anni dopo

Seattle, la città di smeraldo, il passaggio di confine verso l'Alaska, ha rappresentato sicuramente un humus fecondo per l'America del dopoguerra. Non solo il citato Hendrix, ma anche figure diversissime, ma ugualmente iconiche, come Bruce Lee e Bill Gates, provengono dalla piovosa città dello stato di Washington. Indubbiamente, il frutto più noto e fascinosamente malato del suo difficile terreno è stata l'ondata di gruppi grunge di inizio anni '90: i Pearl Jam, i Soundgarden, gli Alice in Chains, i Melvins e, appunto, i Nirvana. Non ricorre quest'anno, infatti, solo il ventennale della scomparsa di Cobain: è anche, come ricorda con la consueta intelligenza critica Massimo Palma, il ventennale di uno dei dischi simbolo del periodo, Jar of Flies degli Alice in Chains.

Una generazione di ragazzini esuberanti e oltraggiosi, figli naturali di quello straniante parcogiochi, che è la loro città d'origine, quell'"unfamiliar playground" cantato dai PIL, in seguito all'ostile reazione del pubblico locale ad un loro concerto.

Importanza dei Nirvana

Di quella stagione straordinaria per creatività e clamore, sicuramente il gruppo più significativo, ben prima della consegna alla leggenda di Cobain, furono i Nirvana.

Se dovessimo sintetizzare in poche righe il segreto del loro successo, ci avventureremmo in un tentativo del genere: i Nirvana hanno imparato dalla lezione storica del punk l'importanza della semplicità, la forza della ripetizione di pochi accordi in crescendo e di versi semplici e diretti, reiterati fino a conferir loro un potere mantrico. Ma, rispetto alla colossale sbornia del punk, il disagio della cosiddetta Generation X era ulteriore: una sofferenza che non trovava più nemmeno icone o istituzioni su cui sputare.

Quando la ribellione estrema è fallita, la rabbia e la sofferenza non hanno più speranza, non rimane che urlare più forte.

The only one who could make it

È una benedizione assoluta che il racconto della vita di Kurt Cobain sia stato affidato a Tuono Pettinato. L'unico autore in grado, per sensibilità e intelligenza, di non cadere nelle urticanti celebrazioni da santino rock o, peggio, nei risibili compiacimenti ribellistici che accompagnano come demoni untuosi quasi ogni pagina in cui compaia il nome del leader dei Nirvana.

Per chi non lo conoscesse, Tuono Pettinato non solo è il campione mondiale di calembour, ma è uno degli autori più colti e profondi del mondo del fumetto italiano.

Se superficialmente prima lo si poteva accusare di specializzarsi in biografie ironiche dei personaggi famosi (Galileo, Garibaldi etc.), ora Andrea Paggiaro (questo il suo vero nome) ha raccolto una sfida ben più difficile: raccontare storie poeticamente tragiche, in cui solo il dono di una sensibilità superiore può preservare dall'abominio della banalità lacrimosa.

Prima la storia di Alan Turing (ne abbiamo parlato QUI), poi quella di un bambino ucciso (ne abbiamo parlato QUI), ed ora quella di un ragazzo morto suicida, divenuto suo malgrado simbolo della sua generazione. Nella introduzione di Davide Toffolo (inevitabilmente autorefenziale, come qualsiasi pagina scritta da un autore su un tema che ama e a cui sia legato), giustamente si parla della "solitudine a cui è destinata qualsiasi anima votata all'arte quando nasce, sfortunata, in un mondo che le è ostile". Si tratta quasi di una parafrasi, forse inconscia, dalla seconda poesia de I Fiori del Male di Baudelaire, intitolata con suprema ironia Benedizione. Un richiamo più che mai pertinente, ma cogliamo l'occasione per sgombrare il campo da qualsiasi appendice di maledettismo. Tuono, come tutte le persone intelligenti, è "indie" nel suo DNA, in quanto allergico alle stesse etichette e agli stessi dogmi "indie".

Incipit e struttura

Per quanto il libro Nevermind sia tutto tranne che un'agiografia, è interessante notare come sia strutturato come una sorta di vangelo apocrifo.Tuono dà per implicito tutto ciò che sappiamo, per concentrarsi sulla rivelazione di ciò che è oscuro e a alla radice della personalità di ognuno: l'infanzia. Anche le citazioni in epigrafe sono illuminanti. La prima è la spiegazione del concetto di punk data da Iggy Pop nel 1977 ("quando non senti niente di niente e nemmeno vorresti"), che prefigura il trigger esistenziale della ricerca di Kurt. L'altra, meno immediata ma forse più rivelatrice è del Dr. Leriche, il capostipite dell'approccio olistico in medicina: "La salute è la vita nel silenzio degli organi". L'innovazione concettuale di Leriche era quella di puntare tutto sul ripristino della funzione dell'organo malato. Ciò che Tuono vuole fare con l'innocenza di Kurt Cobain.

Il grido dell'innocenza

Il libro è costellato di richiami, certo non casuali, alle opere precedenti dell'autore. Cobain diventa il personaggio-chiave per esplorare tutti i temi cruciali dell'ispirazione di Tuono Pettinato: la sensibilità per il diverso, la rivolta contro il conformismo, la comicità lunare, il senso del gioco contrapposto all'aridità del quotidiano. L'inizio e la fine nel bosco non può non farci pensare all'inizio di Corpicino. In un certo senso, Nevermind finisce dove e come inizia Corpicino: la morte di un bambino. Intuizione rafforzata dalla citazione del video di Heart-Shaped Box, dove al posto dell'anziano col cappello da Babbo Natale, in croce c'è proprio Kurt. Come Pinocchio, in Corpicino.

Pinocchio, il bambino che non voleva crescere.

Kurt, il venticinquenne che ripete in Sliver:"grandma, take me home".

Una geniale intuizione filosofica

La voce narrante del racconto è l'amico immaginario del piccolo Kurt, il suo amico Boodah, dietro al quale nome intravediamo la pronuncia americana del maestro spirituale che halegato il suo nome allo stato di estinzione dei desideri: il Nirvana. Tuono ha l'intuizione di rappresentarli come Calvin & Hobbes, i personaggi di Bill Watterson, "scomparsi" nel '95, l'anno dopo Cobain. Tutti sanno o intuiscono che i due personaggi prendono il loro nome da due celebri filosofi, fautori di visioni contrapposte dell'umanità. Anche questo è un indizio interessante, una mollica lasciata dall'autore sul cammino verso la ricerca della comprensione dell'opera. Tra i personaggi, nella trasposizione, c'è un importante incrocio di ruoli. Kurt ha le fattezze di Calvin. Questo non è solo il nome del fondatore dei Beat Happening, autori di Jamboree, uno dei dischi preferiti del protagonista.

È il nome di Giovanni Calvino, accanto a Lutero il principale protagonista della Riforma Protestante. È interessante come Max Weber, nella sua celebre opera L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, abbia intravisto proprio nel pensiero calvinista il fondamento della cultura del profitto e l'etica del lavoro che hanno ispirato la rivoluzione industriale e il capitalismo occidentale.

Tutto quello contro il quale Kurt nella sua vita sputerà fino all'autodistruzione.

L'amico immaginario invece è collegato alla figura di Hobbes. Thomas Hobbes, filosofo con la paura dell'umanità iscritta nel DNA: la sua nascita fu prematura, causata dal terrore provato dalla madre per la notizia delle imminenti invasioni dell'Invencible Armada. L'amico immaginario, unico rifugio per il fragile bambino incompreso, cela nel nome la bruciante verità: homo homini lupus.

Tuono è troppo colto per non aver pensato a questi risvolti.

Filologia come profonda empatia

Con la passione del vero filologo, l'autore coglie nella carriera dei Nirvana i momenti più felici e brillanti in cui emerge lo spiazzante umorismo del loro leader. Non solo la famosa battuta durante l'Unplugged per Mtv (commentando i musicisti che cincischiavano, «ma cosa stanno accordando, un'arpa?»), ma soprattutto l'inizio del concerto a Reading del '92. Kurt si fa portare come un vecchio infermo su una sedie a rotelle (ironizzando sulle notizie che lo davano per morto), simula di alzarsi a fatica e poi urla stonato i primi versi di un vecchio successo di Bette Midler, The Rose (una canzone da matrimonio immortalata anche in Family Guy), e poi cade rovinosamente al suolo.

Anche qui, il messaggio è più profondo di una gag improvvisata: subito dopo aver inscenato questa teatrale parodia della felicità matrimoniale, Kurt nel concerto si lancerà furioso nel rumore degli accordi di Breed, canzone che, non a caso, parla di una gravidanza indesiderata. L'invito all'aborto, come rifiuto della vita, tornerà, con sopraffina ironia, in una delle canzoni più celebri del gruppo: «Sit and drink Pennyroyal Tea» (Pennyroyal è un'erba che ingerita in grandi quantità potrebbe causare l'interruzione della gravidanza). Tuono, che oltre un abile disegnatore è in primo luogo un bravissimo scrittore, nei testi si dimostra un fine psicologo. Con sapienti flashforward, ci mostra come saranno proprio tutti i dinieghi e le imposizioni dei genitori al piccolo Kurt che per reazione plasmeranno la personalità e il look della più grande icona rock degli ultimi 20 anni.

In un mondo ossessionato dal successo, scegliere la sconfitta è rivoluzionario.

Vale la pena citare in toto la splendida definizione che dà l'autore del significato del grunge: «... la loro risposta di ribellione non aveva né slanci epici, né proclami idealisti. Era l'urlo sgraziato e spontaneo della rabbia, il lamento dell'angoscia... E per reazione all'etica del profitto e della produttività, al posticcio ottimismo anni ottanta, furono il sarcasmo e l'apatia l'antidoto per restare umani».

Il cortocircuito della trasgressione

Ciò che mi faceva reagire alla moda dei Nirvana era proprio questo: come faceva un gruppo trasgressivo a piacere a tutti?! Come faceva ad essere anticonformistico ascoltare un gruppo che sentivano tutti?! Più di tanti altri precedenti, i Nirvana hanno vissuto (nel caso di Kurt fino alla morte) la contraddizione tra l'eversione e il mainstream. Il cortocircuito della trasgressione assorbita dal sistema. Le telecamere di MTV sulle quali il cantante sputava erano le stesse che lo rendevano immortale. Una contraddizione vissuta non come nelle grottesche pantomime del fantoccio Lady Gaga, ma nel vivo della propria anima lacerata. È anche in questo caso un paradosso illuminante che il brano più famoso, inno alternativo per antonomasia, ovviamente Smells like teen spirits, sia stato composto col desiderio di creare il pezzo pop definitivo, ispirandosi alla formula di brani come Louie Louie e More than a feeling. Per questo ora, per riprovare i brividi dell'ispirazione originale, dopo milioni di passaggi televisivi, meglio affidarsi alla spettrale versione di Patti Smith.

Cobain aveva intuito la parabola paradossale del successo, nei versi profetici di In Bloom.

Tuono rimette in scena il celebre video in cui il gruppo fa il verso alla platea di "bravi ragazzi" idioti che canticchiano le loro canzoni senza capirne il significato.

La consapevolezza dello smarrimento del senso diviene il grimaldello eversivo nei confronti dell'effimero apprezzamento delle masse.

Un tragico equivoco culturale dell'Occidente

Kurt Cobain, nella sua commovente fragilità, è stata solo l'ultima vittima celebre di un tragico equivoco della cultura occidentale, nella distorta ricezione della filosofia orientale. Cercare lo Spirito nell'annientamento, nel ritorno all'inorganico, nell'informe: questo il vicolo cieco di tanti ricercatori in buona fede. Decapitando del necessario approdo verso il divino le discipline meditative orientali, la ricerca spirituale diventa una forma autodistruttiva di cupio dissolvi.

Tuono fa dire a Kurt: «saper di poter essere se stessi è un enorme liberazione». Indubbiamente, questa è la chiave del Nirvana (il corrispettivo induista, Moksha, vuol dire appunto "liberazione"): diventare sé stessi (direbbe Nietzsche). E ancora, con grande lucidità: «poter non sentire più nulla/ una tregua da tutte le passioni/ ecco cos'è la purezza di spirito». Ma se nulla ha più senso, l'approdo è solo il Nulla. Nelle tavole di Tuono Pettinato, Cobain cerca il silenzio della meditazione nel rumore delle chitarre distorte. Fedele al nome del gruppo, il cantante disseminerà nei suoi testi alcuni celebri mantra, in primo luogo rivolti a se stesso, destinati a rimanere drammaticamente inefficaci: «I'm not gonna crack» (Lithium), «I swear, i don't have a gun» (Come as you are).

Ma, per rimanere nella metafora buddhista, la fine di Kurt appare proprio una beffarda applicazione del karma: lui, il profeta suo malgrado della filosofia del Nevermind ("non ci pensare"), rimarrà schiacciato dalle preoccupazioni, dalle pressioni, dallo stress, dal senso di inadeguatezza. Estremamente significativo che l'ultimo brano dell'ultimo disco ufficiale dei Nirvana risulterà essere la cover di Leadbelly, Where did you sleep last night?: unico balsamo per l'anima torturata è il valore universale del blues come urlo di dolore eterno.

La maledizione del successo

Nel libro, tra gli ispiratori del gruppo, accanto agli amici Melvins, compaiono i Black Flag di Henry Rollins. Rollins fu tra i primi nel '92 a comprendere il successo di Nevermind: disse che 4 milioni di fan dei Nirvana già c'erano, pronti, da anni, era l'industria musicale che non se ne era accorta.

I media sottovalutano l'intelligenza delle persone. Fu sempre lui, con la stessa lucidità, a commentare con grande rispetto la morte di Cobain: «le persone brillanti e sensibili non sono pronte per la brutalità del consenso delle masse». Parole che riecheggiano quelle celebri di Pier Paolo Pasolini in una famosa intervista con Enzo Biagi: «Il successo non è niente. Il successo è l'altra faccia della persecuzione. E poi il successo è sempre una cosa brutta per un uomo». Parole che potrebbero essere l'epitaffio sulla tomba di Kurt. Non a caso, nel primo brano di In Utero, disco involontariamente testamentario, all'apice del successo planetario, Cobain confessa la sua esperienza con un gioco di parole, "Suckcess" (tra successo e "fa schifo"), come già aveva annunciato profeticamente Dylan 30 anni prima.

La pudica bellezza d'un finale sospeso

La grandezza del narratore si vede nella gestione di uno dei finali potenzialmente più prevedibili e banalizzabili della storia del fumetto. Tuono mostra ancora una volta, come per Turing, grande pudore poetico nel non mostrare la Morte. Il finale è commovente, eppure riesce nel miracolo di strapparci, nel momento di massima tristezza, un felice sorriso. Kurt e Boodah, Calvin & Hobbes, si ritrovano, spaesati sodali, insieme sul palco in silenziosa contemplazione di un'eterno misterioso Nulla.

Che Kurt possa avere trovato la pace e il silenzio che aveva sempre desiderato in vita.

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