Uno su tre abbandona la scuola: danno da 500 milioni

Preoccupante studio in commissione Cultura alla Camera: 167mila studenti dispersi nell’ultimo ciclo

Scuola 9
24 Aprile Apr 2014 1900 24 aprile 2014 24 Aprile 2014 - 19:00

Uno studente su tre lascia la scuola superiore senza arrivare al diploma. Una cifra preoccupante, un indicatore drammatico e forse sottovalutato della nostra società. Ma anche un danno economico per i contribuenti: l’investimento del sistema scolastico sui ragazzi che non riescono a concludere il ciclo di studi può essere quantificato in oltre 500 milioni di euro annui. Senza considerare i costi sociali degli oltre due milioni di italiani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non fanno formazione. Pari a circa 32 miliardi di euro annui. 

I sorprendenti dati sulla dispersione nella scuola secondaria superiore statale sono stati consegnati alla commissione Cultura della Camera, che ha avviato un’indagine conoscitiva sul fenomeno. Fanno parte di un dossier preparato da Tuttoscuola e depositato pochi giorni fa a Montecitorio. I numeri, anzitutto. Gli esperti parlano senza mezzi termini di «cifre “da guerra mondiale”». Dei circa 9 milioni di studenti che hanno iniziato le scuole superiori statali negli ultimi 15 anni, ben 3 milioni non hanno completato il corso di studi. Per la precisione si tratta di 2.870.037 ragazzi. «È come — si legge nel dossier — se l’intera popolazione scolastica di Piemonte, Lombardia e Veneto non ce l’abbia fatta». Una fetta di popolazione rilevante, parte di quei 2,2 milioni di giovani che, stando ai dati Istat, non studiano, non lavorano, non fanno formazione o apprendistato. E ormai rappresentano il 23,9 per cento dei loro coetanei.

La prima cifra su cui riflettere è relativa agli studenti “dispersi” nell’ultimo ciclo di studi. Sono 167.083. È la differenza tra il numero degli iscritti all’ultimo anno della scuola secondaria superiore statale rispetto alle matricole di cinque anni prima. Una dispersione pari al 27,9 per cento. Difficile tracciare un identikit di chi decide di abbandonare gli studi. Il fenomeno varia in base a zone geografiche e tipologia di scuole. Il tasso di dispersione nell’ultimo quinquennio per i licei classici, ad esempio, è pari al 18,4 per cento. Leggermente superiore il dato relativo ai licei scientifici, al 21,3. Si sale fino al 24 per cento per gli istituti e le scuole magistrali. Va peggio negli istituti tecnici (28 per cento), negli istituti d’arte e licei artistici (34,9 per cento) e negli istituti professionali (38,1 per cento).

Particolarmente indicativo il dato della dispersione scolastica in rapporto al territorio. Alcune realtà stupiscono. Se il record negativo è degli studenti isolani (in Sicilia e Sardegna il tasso medio di dispersione raggiunge il 35,4 per cento) la seconda peggior situazione riguarda il Nord Ovest. Qui la dispersione registrata al termine dell’ultimo quinquennio raggiunge un tasso del 29,1 per cento, più alto della media nazionale. Tra le regioni, dopo Sardegna e Sicilia, il dato meno invidiabile spetta alla Campania (31,6 per cento). Le realtà più felici? L’Umbria, con un tasso di dispersione del 18,2 per cento, ma anche Marche, Friuli Venezia Giulia e Molise. Colpisce la situazione del Lazio, passato dal 40,1 per cento di quindici anni fa a un invidiabile 24,5 per cento. Ma a sorpresa si attestano sotto la media nazionale di dispersione anche cinque regioni meridionali su sei. Passando a realtà ancora più specifiche, il dato più inquietante va alla provincia di Caltanissetta. Qui nell’ultimo quinquennio ha abbandonato gli studi secondari superiori il 41,7 per cento degli studenti. Quasi un iscritto su due. Tra le isole felici spicca la città di Benevento (il tasso di dispersione è pari al 14,3 per cento), seguita da Frosinone, Ancona, Perugia e Isernia. 

Dati preoccupanti, ma in leggero miglioramento. In rapporto con il recente passato, sembra che gli studenti che abbandonano le scuole secondarie superiori statali siano sempre meno. Se oggi la dispersione raggiunge il 28 per cento, lo scorso anno era pari al 29,7 per cento. E nel 2000 sfiorava il 37 per cento. Considerando il percorso quinquennale di studi, quest’anno si sono persi per strada “solo” 167mila ragazzi. Quattordici anni fa erano più di 215mila. Un’inversione di tendenza leggera, ma costante. 

Restano le conseguenze negative del fenomeno. Soprattutto in relazione alla disoccupazione. Non riuscire a terminare gli studi significa spesso avere più difficoltà a trovare lavoro. Il dossier di Tuttoscuola segnala come il 28 per cento di chi raggiunge il diploma resta ancora senza occupazione. Ma sono disoccupati «ben il 45 per cento di coloro che sono in possesso della sola licenza media». Intanto in Italia cresce il numero dei ragazzi che non studiano, non lavorano e non fanno formazione. Stando ai dati Istat relativi al 2012, si tratta del 23,9 per cento, considerata la fascia di età dai 15 ai 29 anni. Il rapporto con l’Europa è impietoso. La media continentale è del 15,4 per cento. In Francia il dato si riduce ulteriormente al 14,5 per cento, in Germania al 9,7 per cento. Persino la Spagna va meglio, con il 21,1 per cento. Il costo sociale di questi ragazzi? «Secondo Confindustria è stimabile in 32,6 miliardi di euro l’anno». Insomma, se tutti questi giovani entrassero nel sistema produttivo nazionale il Paese guadagnerebbe immediatamente due punti di Pil. 

Ma il dossier quantifica anche i costi della dispersione scolastica. Il documento prende come riferimento i 91mila ragazzi della scuola secondaria di secondo grado che abbandonano gli studi dopo il biennio. È interessante valutare il fallimento economico per il sistema scolastico, che ha investito su di loro «impiegando risorse economiche e umane». A partire dai professori. Se oggi il rapporto tra studenti e docenti è pari a 12,5, quei 91mila giovani corrispondono all’impiego di 7.280 unità di docenti. Il costo annuo lordo medio di ogni insegnante sfiora i 40mila euro? «L’investimento a basso ritorno per quelle migliaia di studenti dispersi è virtualmente pari a circa 286 milioni di euro l’anno».  E se invece di considerare i ragazzi che abbandonano la scuola nei primi due anni, si calcola la dispersione totale in un intero quinquennio di studi, le spese aumentano. Arrivando — rispetto ai 167mila ragazzi di quest’anno — a un esercito di 12.800 unità di docenti e un valore di 503 milioni di euro.

Ecco allora che intervenire sulle bocciature — una delle principali cause di abbandono scolastico — potrebbe avere qualche indubbio vantaggio. Anche economico. «La riduzione delle bocciature alla fine del primo e del secondo anno di scuola secondaria superiore — si legge nel dossier — comporterebbe un notevole risparmio complessivo, da reinvestire in politiche per la prevenzione e il recupero». I dati sono evidenti. Oggi, considerando solo i primi due anni di scuola superiore, le ripetenze sono circa 185mila. Ipotizzando una riduzione del 10 per cento, i conti sono presto fatti. I 18.500 studenti non costretti a ripetere l’anno, «corrispondono a circa 800 classi che, con una stima dell’80 per cento possibile, potrebbero comportare la riduzione di 644 classi, corrispondenti a 1.455 professori e 425 Ata (personale amministrativo, tecnico e ausiliario, ndr) per una minor spesa annua di 18,6 milioni di euro». 

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