Brevetti, a Bologna il picco della creatività italiana

Questione di creatività, ma anche di credito, per avere il triplo della media italiana di brevetti

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26 Aprile Apr 2014 1330 26 aprile 2014 26 Aprile 2014 - 13:30
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Nel 2012 Bologna è stata la provincia italiana a più alta densità di domande di registrazione di brevetti per invenzione. Lo dice una ricerca commissionata dalla Camera di Commercio cittadina, all’interno di un progetto promosso da Unioncamere e ministero dello Sviluppo. Il capoluogo emiliano è di gran lunga sia sopra la media italiana che sopra quella regionale, e ha continuato a crescere — in questo particolare ambito — anche tra il 2011 e 2013, quando altrove le richieste diminuivano. Negli scorsi anni Bologna e l’Emilia hanno fatto registrare dati positivi anche sulle domande di registrazione di marchi e su quelle di brevetti validi all’estero.

Le aziende intervistate dicono di puntare sulla protezione della proprietà industriale non solo per tutelarla, ma anche per differenziarsi dai concorrenti e mostrare al mercato che credono nei propri prodotti. Luciano Messori, l’economista che ha curato la ricerca, spiega di non essere stato sorpreso dai risultati, sottolineando che la creatività imprenditoriale è nel dna del territorio analizzato almeno da diversi decenni. Secondo lo studioso il punto cruciale è la velocità dell’innovazione, che nell’area del capoluogo emiliano sembra maggiore che in altre zone del Paese.

I numeri
Il volume voluto dalla Camera di Commercio si può dividere in due parti. In una sono contenute le conclusioni del lavoro, nell’altra le risposte di 23 aziende a un questionario. Dalla prima “sezione” emerge la leadership della provincia di Bologna per “densità” di domande di brevetto per invenzione presentate nel 2012: 440 per milione di abitanti, quasi il triplo della media nazionale e il 46% in più di quella dell’Emilia–Romagna, che comunque è stata la regione con il dato più alto. Tra il primo semestre 2011 e lo stesso periodo del 2013 le richieste nella provincia del capoluogo sono aumentate del 7,8%, mentre diminuivano sia a livello italiano (–3,8%) che regionale (–8,4%). «Le aziende della provincia di Bologna — si legge nello studio — hanno risposto alla crisi aumentando l’impegno nel campo dell’innovazione, a differenza di quelle del resto dell’Emilia–Romagna e del Paese».

Negli scorsi anni l’area del capoluogo ha fatto segnare dati sopra la media anche per le domande di registrazione di marchi e per quelle di brevetti “internazionali”. Nel 2012 le prime sono state 1.572 per milione di abitanti: il 74% in più del valore nazionale, il 29% in più di quello della regione, anche in questo caso la migliore per densità di richieste. Riguardano l’anno precedente, invece, le cifre sulle domande di brevetto per invenzione depositate ai sensi del Patent Cooperation Treaty, un accordo internazionale che offre la possibilità di tutelare la proprietà industriale in molti Paesi. Nella provincia di Bologna le richieste sono state 103 per milione di abitanti: oltre il triplo della media italiana e il 64% in più rispetto all’intera Emilia–Romagna, che per la terza volta si conferma in testa alle regioni della penisola.

L’analisi
Luciano Messori insegna all’università del capoluogo. Il volume di cui parliamo ricorda che ha collaborato come consulente con «numerose amministrazioni pubbliche, tra cui la Commissione europea, e con importanti aziende private». Il ritratto di Bologna e dintorni che emerge dalla ricerca non sembra averlo sorpreso. «L’Emilia, e con questa parola intendo la parte di regione che non comprende la Romagna, ha una tradizione di imprenditoria creativa molto consolidata nel tempo, almeno dal secondo dopoguerra. Basta pensare a nomi come Enzo Ferrari. I romagnoli hanno inventato un’industria turistica partendo dal nulla, ma con una genialità parzialmente diversa da quella dell’area di cui parlo e in cui sono nato».

Proviamo a capire quale sia la specificità di quella zona. «Dopo il secondo conflitto mondiale era una terra di migranti, e siamo diventati un polo di attrazione di immigrati. Oggi sono l’unico della mia famiglia a sapere l’italiano. Già decenni fa in questo territorio nascevano idee nuove a una velocità impressionante. E se cresci in un ambiente creativo hai più possibilità di esserlo anche tu». Gli imprenditori che hanno partecipato allo studio, dice Messori, sono «inventori di prima, seconda e terza generazione», uniti dal filo rosso della capacità di innovare.

La densità di domande per brevetti e marchi della provincia di Bologna è superiore anche a quella di un’area sviluppata come la Lombardia. «Le richieste sono molte anche in regioni diverse dalla nostra, e in alcuni casi sono anche superiori, in termini assoluti. Insomma, in Italia ci sono altre zone con una buona carica innovativa». Che però sembra raggiungere il picco massimo intorno alla città delle due torri. «Qui il sistema pare aver tenuto un po’ meglio grazie alla creatività. La struttura industriale italiana non può competere sul costo del lavoro con quella di Paesi come la Cina. Bisogna differenziarsi su qualcos’altro. Un imprenditore 84enne che ho intervistato mi ha detto: “Quando la concorrenza arriva sui nostri prodotti, noi dobbiamo già averli superati, essere impegnati su altri”. Solo la velocità dell’innovazione può farci essere competitivi sul lungo periodo. In Emilia questa rapidità sembra più presente che in altre zone d’Italia».

Difendere la proprietà industriale è un modo per tutelare la creatività, ma anche per differenziarsi, dando al cliente la certezza di avere di fronte un prodotto diverso dagli altri. «Questo ti permette di applicare prezzi più alti — dice l’economista — e aumentare i profitti. Brevetti e marchi generano valore per l’impresa. Si iscrivono a bilancio, possono essere usati come garanzia nei confronti delle banche, o monetizzati vendendoli ad altri». La loro esistenza manda anche un messaggio al mercato: crediamo in ciò che facciamo, al punto da investire per proteggerne l’esclusività. A Bologna questo tipo di convinzione pare particolarmente radicata.

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