Dieci verità contro la retorica del declino italiano

Italia grande malata? Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison raccontano una storia diversa

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7 Maggio Mag 2014 2245 07 maggio 2014 7 Maggio 2014 - 22:45
Messe Frankfurt

Lo scrittore e poeta scozzese Andrew Lang sosteneva che le statistiche siano sovente usate come un ubriaco usa i lampioni: per sostenersi e non per esserne illuminati. Forse ha ragione, e forse noi italiani, in questi anni di crisi, siamo un po’ come degli ubriachi di ottimismo che hanno bisogno di appigli per evitare di cadere a terra e farsi prendere dallo sconforto. D’altra parte se il Washington Post, il Financial Times e tutte le agenzie di rating internazionali dicono che sei il «grande malato d’Europa» come fai a non credergli?

Eppure, ci sono dati che raccontano storie diverse. Dati come quelli presentati ieri da Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison nel loro evento intitolato, non a caso, “10 verità sulla competitività italiana”.  Secondo loro, tanto per dirne quattro, l’Italia in questi anni di crisi ha fatto i compiti a casa, ha guadagnato posizioni nei mercati internazionali, ha uno dei debiti più sostenibili del mondo, o perlomeno dell’Europa, e soprattutto, ha una classe imprenditoriale tra le più competitive al mondo. Destinatari della missiva, non a caso, i giornalisti della stampa estera, nella cui «casa» si è tenuto l’evento. Ubriachi noi o distratti (se non peggio) loro? Giudicate voi.

La prima verità: esportiamo tanto

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La prima verità è già di per sé un bel biglietto da visita. Nel 2012, nonostante cinque anni spaventosi, l’Italia era – ed è tuttora - uno dei cinque Paesi al mondo che vantava un surplus commerciale di prodotti manifatturieri superiori ai cento miliardi di dollari. Per dire, non lo sono né la Francia, né il Regno Unito, né tantomeno gli Stati Uniti d’America, Paesi che da tempo hanno abdicato la loro vocazione manifatturiera (salvo poi pentirsene, soprattutto dalle parti di Washington). Non solo: tra i Paesi della cinquina di testa, l’Italia rappresenta una singolare eccezione, non annoverando realtà come Volkswagen, Toyota o Samsung in grado da sole di trainare una fetta consistente di esportazioni manifatturiere verso l’estero. In altre parole, abbiamo una ricetta originale per stare dove siamo. Ricetta dei cui ingredienti dice molto la seconda verità.

La seconda verità: sappiamo fare tutto

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In una parola: specializzazione. Nessun Paese al mondo, infatti, può vantare ben 935 differenti specializzazioni (su circa cinquemila complessive) in cui il surplus commerciale è tra i primi tre al mondo. Non è roba da poco: vuol dire essere l’eccellenza assoluta in poco meno del 20% tra tutti i settori economici presenti nell’economia globale. Merito, questo, dell’iperspecializzazione delle nostre imprese. Frutto, a sua volta, della nostra peculiare – e spesso inguistamente vituperata – struttura capitalistica, fatta di realtà medie, piccole e microbiche capaci di produrre saperi specialistici che non hanno uguali al mondo e di contaminarli vicendevolmente. Una biodiversità, questa, che fa del nostro Paese, peraltro, anche uno di quelli che sono in grado di cambiare pelle più velocemente al mutare delle condizioni di mercato, ricombinando saperi, specializzazioni e inventando cose nuove.

La terza verità: le tigri crescono l’Italia tiene

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I più scettici, di fronte all’ultima affermazione, avranno storto il naso di fronte alle saracinesche abbassate, ai numeri vertiginosi della cassa integrazione in deroga, all’impennarsi della disoccupazione, soprattutto di quella giovanile: «Aggrappatevi a tutto – avranno pensato – ma non raccontateci storie». Cari i miei scettici, avete ragione, ma non su tutto: l’Italia, dal 1999 al 2012 è uno dei Paesi industrializzati che ha tenuto meglio sul mercato manifatturiero mondiale. Più precisamente, nonostante l’emergere di Cina, Russia, India, Brasile e tigrotti vari, è riuscita a tenersi stretta il 71% della sua quota di export, laddove il Giappone si è sceso al 67%, la Francia al 61%, il Regno Unito al 55 per cento. A sopravanzarci, c’è solo la Germania. Che tiene meglio di chiunque altro grazie alla forza della sua manifattura, certo, ma anche grazie alla sua forza politica nel imporre all’Unione Europea politiche di austerità, i cui effetti non collaterali sono la crescita della competitività estera e il crollo della domanda interna.

La quarta verità: la domanda interna è il problema

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Non me ne vorranno gli amici di Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison se cambio l’ordine delle «verità», ma è qui che casca l’asino tricolore. La nostra crisi è infatti figlia, come già si era scritto in altre occasioni, di politiche che hanno depresso oltre ogni misura la nostra domanda interna. Rimanendo in ambito manifatturiero, il confronto con Germania e Francia è impietoso. Tra il 2008 e il 2013 il nostro fatturato estero è cresciuto di quasi cinque punti percentuali più di quello tedesco e di oltre dieci rispetto a quello francese. Tuttavia, la domanda interna francese e tedesca, come si può chiaramente evincere dal grafico, hanno retto molto meglio della nostra l’urto della crisi.

La quinta verità: il debito pubblico si è messo a dieta

 

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Come mai? La risposta è tanto scontata da essere ovvia. L’Italia sconta il peso del pachiderma seduto nel suo soggiorno, altrimenti detto debito pubblico. Un debito che oggi rappresenta una tale fonte di instabilità finanziaria – la tempesta perfetta di agosto 2011 ne è la prova più lampante – da condizionare ogni potenziale investimento pubblico o privato e da fare di noi la santabarbara del Vecchio Continente. Vero? In parte. O meglio: in fotografia, il debito pubblico italiano è talmente voluminoso da fare impressione. Tuttavia, nel 1995 rappresentava il 28,7% del debito pubblico complessivo dell’Unione Europea, nel 2007 era sceso al 26,8% e nel 2013 è arrivato addirittura al 22,1 per cento. Delle due, una: o noi siamo dimagriti o gli altri sono ingrassati.

La sesta verità: non chiamateci Pigs

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«La seconda che hai detto», risponderebbe Quelo, il mitico santone in accappatoio bianco interpretato da Corrado Guzzanti. Tra il 1995 e il 2012 il debito aggregato (pubblico e privato) è cresciuto, in percentuale al Pil, del 24% in Germania, dell’81% in Francia, del 93% nel Regno Unito, del 141% in Spagna e addirittura del 147% in Grecia. L’Italia - sorprendentemente, ma non troppo, ormai - ha avuto un andamento più teutonico che da Paese Pigs: il nostro debito è infatti cresciuto di «soli» 61 punti percentuali.

La settima verità: un avanzo da record

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Buona parte del merito di questo risultato è senza dubbio da attribuire alla relativa (e storica) esiguità del debito privato italiano, rispetto soprattutto a quelli anglosassoni e a quello spagnolo post bolla immobiliare. Tuttavia non è solo con noi stessi, micragnosi risparmiatori avversi al rischio, che dobbiamo complimentarci. Tra il 1996 e il 2013, infatti, l’Italia ha realizzato un avanzo di bilancio che, cumulato di anno in anno, arriva a 591 miliardi di euro, laddove Francia e Inghilterra hanno invece realizzato, nel medesimo periodo di tempo, un disavanzo cumulato rispettivamente di 311 e 364 miliardi di euro. Tradotto per chi non ha alle spalle un esame di scienza delle finanze all’università: noi abbiamo sforbiciato - e parecchio - la nostra spesa pubblica, ben prima del fiscal compact e delle lettere minacciose della trojka. Nello stesso periodo di tempo, al contrario, francesi e inglesi hanno allargato i cordoni della borsa.

L’ottava verità: grande malato a chi?

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Sommate il debito pubblico che cala e il debito privato che cresce meno che altrove e otterrete l’ottava verità: un debito aggregato che, in percentuale al Pil, pesa il 261%.  Più di quello tedesco (195%), poco più di quello francese (255%), ma meno di quello americano, inglese, spagnolo, giapponese. Tradotto: se il problema dei problemi fosse il debito, la Spagna ha la polmonite, mentre l’Italia un brutto raffreddore. Però, vai a capire perché, il grande malato siamo noi.

La nona verità: l’erba del vicino è sempre meno verde

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Dalla sostenibilità finanziaria a quella ambientale il passo è più breve di quel che sembra. Anche perché, pure in quest’ambito, l’Italia è in qualche modo vittima di una mistificazione o, perlomeno, di una scarsa capacità di comunicare l’innovazione. Prendete la Germania, il Paese delle case in legno, delle pale eoliche, di El Dorado dell’ecosostenibilità come Friburgo, delle pale eoliche nel Baltico. Ecco: quella Germania lì, la stessa, immette in atmosfera 143 tonnellate di anidride carbonica e 65 tonnellate di rifiuti ogni milione di euro prodotto dalla sua economia. L’Italia, quella dell’Ilva di Taranto e della «Terra dei fuochi», 104 e 41. Non solo: dei 163 milioni di tonnellate di rifiuti recuperati su scala europea, l’Italia ne ha recuperati 24,1 milioni di tonnellate, il valore assoluto più elevato tra tutti i Paesi europei.

La decima verità: nonostante tutto

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Chiudiamo con l’ultima verità, la decima. Con 54 milioni di pernottamenti l’anno, siamo la  meta preferita dei turisti extraeuropei, soprattutto per i giapponesi, gli australiani, gli statunitensi e i canadesi.  E forse, in questo senso, la verità è che la distanza con gli altri Paesi è troppo poco marcata e che gran parte delle potenzialità paesaggistiche, storiche, culturali, gastronomiche sono ancora inespresse o scarsamente valorizzate e le infrastrutture - dagli aeroporti alle strade sino alle strutture ricettive - quantomeno migliorabili. A ben vedere, è proprio quest’ultima verità a dare il senso del lavoro di Symbola, Unioncamere e Fondazione Edisono: nonostante tutto, siamo ancora qui e siamo ancora competitivi, sembrano urlare tutte e dieci le loro verità.

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