«Terremoto? No, questo è il futuro»

Due anni dopo, tra Cavezzo e Mirandola, il sisma è solo un ricordo e l’economia riparte

Parrucchiere
20 Maggio Mag 2014 0800 20 maggio 2014 20 Maggio 2014 - 08:00
Messe Frankfurt

«Non potevamo permetterci di stare fermi»

Le nove di mattina di martedì 29 maggio 2012 erano passate da tre secondi quando la terra ha tremato per la seconda volta, nove giorni dopo la prima, il 20 maggio. I sismografi hanno registrato una magnitudo pari a 5,8 gradi, con epicentro in un campo tra Cavezzo e Medolla, una ventina di chilometri a nord di Modena. Se un attimo prima del sisma vi foste posti esattamente in quel punto, tracciando un cerchio con un raggio di 10 chilometri, avreste disegnato un’area fatta di diecimila imprese, in prevalenza manifatturiere, che davano lavoro a circa 35mila addetti, il 14,2% dei quali stranieri. Tra tutte quelle diecimila, le due imprese più vicine all’epicentro erano la Menù, industria alimentare che proprio nel 2012 festeggiava gli ottant’anni di attività, e la Mix.  «Nel momento della seconda scossa ero a casa, convalescente, a 30 km da qui – racconta Ermes Prati, titolare e Ceo della Mix – Ricevo una telefonata da Loris Marchesi, uno dei miei due soci: corri immediatamente, mi dice, che qui è crollato il capannone con la gente sotto. Poi è saltata la comunicazione. La scossa del 20 maggio non aveva provocato danni ed è eravamo alle prese con una perizia ingegneristica che garantisse l’agibilità della struttura. Fortunatamente, nessuno si è fatto niente.  Né morti, né feriti. Tuttavia, 6000 mq dello stabilimento erano collassati e il resto, 4000 mq, era comunque inagibile».

La Mix è nata nel 1990. È una di quelle realtà che produce cose di cui in genere s’ignora l’esistenza. Capita spesso, lungo la via Emilia. La cosa in questione, nella fattispecie, sono mescolatori, sostatori, reattori, granulatori. O anche, come da sito ufficiale, «sistemi idonei a miscelare polveri e liquidi» di qualunque tipo, per qualunque impiego, dall’edilizia all’industria alimentare. Quasi ogni macchina – ma sarebbe meglio dire ogni vomere, ogni pala – è un pezzo unico, pensato, progettato e realizzato per le esigenze di ogni specifico cliente. La Mix fa all’estero il 70% del suo fatturato. «Alle dieci e mezza circa sono arrivato in Mix – continua Prati - Dovevamo mettere in sicurezza server e computer, il cuore dell’azienda. Nonostante le scosse continuassero, entravamo negli uffici e portavamo fuori tutto. Era contro ogni regola, lo so, ma in quel momento la priorità assoluta era la continuità dell’azienda. Lo stesso pomeriggio, mi sono riunito con gli altri due soci e abbiamo deciso che avremmo dovuto trovare una nuova collocazione all’azienda, che non potevamo permetterci di stare fermi».  


Nessuno poteva stare fermo, ma lo erano più o meno tutti. L’immagine immediatamente successiva al secondo sisma parla di 4.000 aziende inagibili, di 20mila lavoratori senza più un posto in cui lavorare, di 27 vittime, in gran parte dipendenti di aziende che sono rimasti sotto i capannoni, di 13,2 miliardi complessivi di danni, di cui 500 milioni per il solo settore agricolo e altrettanti, se non di più, per quello biomedicale e per quello meccanico. «Già nel pomeriggio – ricorda ancora Prati - io e mio figlio avevamo trovato una struttura adeguata, nel centro di Modena. In quarantotto ore avevamo trasferito computer e linee. Giovedì 31 maggio, l’ufficio acquisti, quello tecnico e quello commerciale erano già attivi: compravano, progettavano, vendevano. Dopo una settimana, abbiamo trovato un capannone di 2000 mq a Nonantola e dopo dieci giorni dalla scossa avevamo già ricominciato a produrre miscelatori e grossi componenti. Tre mesi dopo abbiamo messo in sicurezza i primi 4000 mq dello stabilimento di Cavezzo e ad agosto gli uffici».

Ci fosse un premio per la forza d’animo e la velocità di reazione, i titolari e i dipendenti della Mix sarebbero seri candidati alla vittoria finale. Una reazione, quella della Mix, finanziata attingendo a tutte le riserve dell’azienda, a un’assicurazione che nemmeno sapevano di avere e al credito a tasso agevolato erogato da tre banche, da restituire in tre anni. Dalla politica, ancora niente. «Stiamo ancora aspettando i fondi della Regione – sospira Prati – Siamo consapevoli dei mille problemi nella gestione dell’emergenza, ma ci saremmo aspettati tempi più rapidi».

Dal mercato alla ricerca

«Aspettare», e tantomeno «arrendersi» non sono verbi di gran moda, nella bassa modenese: «Ti racconto la storia di Alberto Mantovani, storico imprenditore della zona, titolare della Mantovanibenne già presidente di Confindustria e di Camera di Commercio. La prima scossa, quella del 20 maggio, ha quasi distrutto la sua casa  di Finale Emilia e la sede della sua impresa. La seconda, quella del 29, ha dato il colpo di grazia al capannone. La settimana dopo ha avuto un brutto incidente stradale. Nonostante tutto, ha trovato la forza per ricostruire tutto e rimettere insieme l’impresa. Dimenticavo: questo signore ha 77 anni». A parlare è Francesco Baruffi, consulente per la creazione d’impresa per Democenter. Si occupa delle start up che entreranno a far parte nel nascituro Tecnopolo di Mirandola, 3,8 miliardi, il 90% del budget complessivo, stanziati dalla Regione Emilia – Romagna, il restante 10% dalla stessa Democenter. Al momento è solo un cantiere, ma si dice - meglio: si spera - sarà pronto entro l’estate.

«Questo è un distretto che è nato e si è sviluppato attorno alla cosiddetta “uscita del commerciale”: colui che sa di cosa i suoi clienti potrebbero avere bisogno, esce dall’azienda portandosi dietro chi lo può realizzare e diventa concorrente (o fornitore) dell’azienda che ha appena abbandonato. Qui tutto si muove in funzione del mercato»  La rotta è stata tracciata dal patriarca, Mario Veronesi. Classe 1930, Veronesi era proprietario della più nota e centrale farmacia di Mirandola, proprio dietro il Municipio. Miraset, Sterilplast, Dasco, Bellco, Dideco, Darex sono i principali fra i nomi delle imprese che Veronesi ha fondato e poi venduto alle multinazionale del settore, inventandosi di continuo nuovi prodotti – dai tubicini in pvc, alle macchine per la dialisi – e mettendosi a fare concorrenza agli acquirenti delle sue creature. Oggi Sorin Group è ancora a Mirandola e dà lavoro a 800 addetti, Gambro Dasco, ne occupa 721, Mallinkrodt e Bellco, rispettivamente a  421 e 253 persone. Nessuna di loro se n’è andata, approfittando del terremoto. «Avrebbero potuto farlo – ricorda Baruffi – La terra ancora tremava e noi di Democenter già dovevamo rispondere alle chiamate dal Veneto, dall’Austria, dalla Germania che volevano i nomi delle aziende per portarcele via. Alcune se ne sono andate, in effetti, ma la maggior parte si è delocalizzata nei dintorni per poi fare ritorno a Mirandola dopo pochi mesi».         

In questi anni di ricostruzione, in realtà, il distretto ha già cambiato pelle. Merito, secondo Baruffi, dell’idea di vincolare i fondi per la ricostruzione all’attività di ricerca e sviluppo: nanotecnologie, telemedicina, sensoristica, analisi della tossicità sono solo alcuni degli ambiti in cui si sono dirette le oltre 1.800 domande di finanziamento presentate nel corso dell’ultimo anno. Peraltro, già prima del terremoto quasi l’8% delle oltre 160 aziende biomedicale di Mirandola si erano votate al farmaceutico. «Tutta questa ricerca è fondamentale per crescere ancora di più sui mercati esteri», riflette ancora Baruffi, secondo cui è altrettanto fondamentale che il distretto continui a generare imprese nuove e innovative. Per questo, il suo orgoglio e la sua ossessione sono le start up che  troveranno spazio e incubazione nel nascituro Tecnopolo. Due tra loro sono già operano e lavorano a Mirandola, in un piccolo container. Si chiamano Aferetica e Neuron Guard. Baruffi mi accompagna da loro: «Qui non si è mai fatta ricerca di alto livello. Il Tecnopolo potrebbe far cambiare rotta al distretto di Mirandola, fargli fare il salto di qualità», afferma speranzoso mentre ci dirigiamo verso il container che fa loro da sede.

Il futuro in un container

Non so quanti anni abbia Marco Atti, ma di sicuro non ha l’età del tipico startupper milanese o romano. Al contrario, è l’idealtipo del neo-imprenditore mirandolese. Da dieci anni direttore commerciale e scientifico di Bellco, dopo diciotto anni in Gambro, ha deciso di lasciare l’azienda, passata di mano al fondo Charme II di Montezemolo poco prima del terremoto, insieme all’Ingegner Rimondi, che della Bellco era Amministratore Delegato. «La nostra storia è la storia di Mirandola – racconta Atti – qui tutti i manager, prima o poi, provano a mettersi in proprio». La strada scelta da Atti e Rimondi è quella di usare in modo diverso i sistemi di purificazione del sangue che Bellco produceva principalmente per la dialisi. «Già in Gambro – racconta Atti – avevo avuto l’idea di usare le tecniche della dialisi nell’intensive care, usando sistemi di depurazione attivi ventiquattr’ore su ventiquattro per pazienti in terapie intensiva. Con Aferetica proviamo a fare un passo in più». Stavolta, il bersaglio sono le cosiddette malattie orfane, per le quali non esiste alcuna terapia o, ancora, la rigenerazione di organi da trapiantare. «Attraverso l’aferesi si possono togliere tossine, batteri e molecole dal sangue, ma non solo – spiega Atti – Pensa a un organo da impiantare nel corpo di una persona malata: una volta espiantato, l’organo oggi viene congelato. Noi, invece, pensiamo che tale organo possa essere mantenuto, per così dire, “in vita”, attraverso la costante circolazione di liquidi preposti a tale scopo. È una tecnica, la nostra, che crediamo possa aumentare la disponibilità di organi adatti all’impianto: oggi, tanto per essere chiari, nove polmoni su dieci vengono buttati via perché inadeguati. Con l’aferesi, buona parte di quei polmoni potrebbero essere rigenerati».

Enrico Giuliani e Mary Franzese invece sono giovani. Lui, modenese doc, fino a qualche tempo fa era medico anestesista e rianimatore all’ospedale di Modena. Mary invece arriva da Napoli, con in tasca un curriculum accademico di tutto rispetto e un master alla Sda Bocconi. Si sono conosciuti a SeedLab, un acceleratore per start up innovative, Enrico e Mary. Lui era lì per promuovere la sua idea, lei è la consulente che gli era stata assegnata per aiutarlo a costruire un business plan. Assieme vanno negli Stati Uniti in visita ad M31 USA, un luogo per l’atterraggio dolce di start up innovative italiane. Nel frattempo, però, conoscono Democenter e scoprono gli ormai celeberrimi bandi regionali per la ricostruzione, con incentivi per chi fa ricerca e sviluppo. Ne presentano due e decidono di sviluppare la loro idea a Mirandola, nel Tecnopolo. Lui molla l’ospedale, lei decide di dedicarsi alla sola Neuron Guard, affascinata dall’idea di Giuliani. Già, l’idea: «Che il freddo conservi lo sanno anche i frigoriferi: vale per il cibo e a maggior ragione vale per un cervello che ha subito danni in seguito a un trauma  – mi spiega con una battuta – Io ho creato un collarino che raffredda il collo, il sangue che vi affluisce e, di conseguenza, il cervello, cui esso è destinato». Il collare di Neuron Guard ha il vantaggio di essere portatile – caratteristica di estrema importanza, in un contesto in cui i minuti fanno la differenza  - e tecnologicamente all’avanguardia: «C’è una start up americana che ha sviluppato la nostra stessa idea, ma con una tecnologia diversa che consente una minore regolabilità», spiega ancora Giuliani, che col suo collare ha vinto il Premio Marzotto “Dall’idea all’impresa” ed è stata la prima impresa in assoluto selezionata da UniCredit per il suo StartLab. Il territorio è fondamentale nello sviluppo di questa start up: la tecnologia di Neuron Guard è stata progettata e realizzata con Tecnoelettra, azienda di Vignola che lavora con Ferrari e Ducati e che ha realizzato anche il primo prototipo del collare.  «Dire che il terremoto è un’opportunità è sbagliato, oltre che cinico, ma la ricostruzione sicuramente lo è - ripetono Enrico Giuliani e Mary Franzese quasi all’unisono – Questa è la nostra Silicon Valley e Mario Veronesi, manco a dirlo, è il loro esempio: «Ha voluto incontrarci, qualche mese fa – ricordano entusiasti - ed è stato come visitare l’oracolo di Delfi». Non male per un territorio che solo due anni fa riempiva i container di sfollati, rabbia e sconforto. E che oggi, al loro interno, costruisce innovazione e futuro.

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