Cosa si impara lavorando in un giornale digitale

Solo innovando radicalmente formati e linguaggi si può fare un prodotto editoriale sostenibile

Sisifo 0
26 Giugno Giu 2014 0800 26 giugno 2014 26 Giugno 2014 - 08:00
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Osservatorio Non Food 2016

Rispondo volentieri a Claudio Plazzotta di Italia Oggi che l’altro giorno, raccontando i conti disastrati dell’editoria digitale indipendente in Italia, mi ha chiesto sul suo giornale se mi fossi pentito di aver lasciato un posto da inviato de La Stampa per approdare a Linkiesta. Gli telefonerei se fosse solo un fatto privato. In realtà i conti e la salute di un’azienda editoriale non sono un fatto privato, anzi offrono l’occasione per fare alcune considerazioni sul presente e sul futuro dei giornali.

E dunque... 

No, non mi sono pentito della scelta che ho fatto perchè in poco più di un anno ho imparato un sacco di cose. Potrebbe sembrare una magra consolazione visti i conti del giornale che dirigo, ma non è affatto così.

A gennaio 2013 ho lasciato il porto (sicuro?) dei grandi giornali perchè avevo voglia di mettermi alla prova, sperimentare cose nuove al tempo della grande distruzione tecnologica. Provare a gestire il cambiamento invece che subirlo passivamente.

Chi lavora nell’editoria non può non sapere come vanno le cose, anche se non ce lo si dice mai per solidarietà di casta

Chi lavora da tanti anni nell’editoria non può non sapere come vanno davvero le cose, anche se non ce lo si dice mai per una malintesa solidarietà di casta: nel ventennio 1985-2005 la crescita pubblicitaria e il business degli allegati hanno drogato il conto economico dei giornali giustificando inefficienze, cattive gestioni manageriali e conservatorismi giornalistici, prescindendo molto spesso dall’innovazione di processo e di prodotto. Sono stati gli ultimi fuochi di un modello al capolinea: la produzione fordista di notizie generaliste basate su un monopolio (all’epoca naturale) informativo, ormai eroso dalla rivoluzione tecnologica e l’avanzata dei giganti di Silicon Valley. Quando poi sette-otto anni fa la crisi economica ha incrociato la disintermediazione tra contenuti e contenitori, la frittata era già fatta ma abbiamo continuato a fare finta di niente. Mentre il mondo dell’editoria nei paesi anglosassoni sperimenta(va), riforma(va), tenta(va) nuove vie di prodotto e di monetizzazione (anche da loro è crollata la pubblicità), in Italia si è preferito mettere la testa sotto la sabbia. Tutti quanti: aziende editoriali, manager, direttori, azionisti, giornalisti. Il massimo delle risposte sono state:

1. i contratti di solidarietà e gli stati di crisi che bruciano soldi inutilmente congelando semplicemente posti di lavoro e modelli di business insostenibili, mentre gli editori tirano avanti ancora un po’ tagliando i costi, illudendosi che prima o poi torni magicamente la pubblicità

2. l’infornata di prepensionamenti “lineari” che hanno il torto di trattare tutte le professionalità sopra una certa età alla stessa maniera.

3. fusioni/acquisizioni tra concessionarie che continuano a vendere la pubblicità alla stessa maniera di trent’anni fa salvo lamentarsi che c’è la crisi e le imprese non investono più.

4. Le solite banche che continuano a coprire le spalle (e i debiti) ai soliti giornali in agonia. 

5. I soliti giornali che vanno con il cappello in mano a palazzo Chigi per strappare gli ultimi refoli di soldi pubblici.

Nel frattempo si perdono copie e pubblicità a rotta di collo, le aziende galleggiano spaesate senza uno straccio di nuove idee, noi giornalisti aspettiamo che le cose ci cadano in testa, in difesa del posto a dispetto di tutto e tutti, lamentosi dei bei tempi andati come vecchie zitelle. 

La verità è che negli ultimi 2-3 anni abbiamo risposto a questo cambio di paradigma, è pure sbagliato continuare a chiamarla crisi, persino peggio della politica che tanto critichiamo sui nostri giornali: arroccandoci come una casta qualsiasi. Vade retro innovazione. Ovviamente non vale per tutti i gruppi editoriali e per tutti i giornalisti, ma se ci guardiamo in casa l’andazzo generale è sostanzialmente questo.

Per questo dico che è difficile avere nostalgia di un modello del genere, ben più conciato di noi tapini digitali che abbiamo il torto di essere nudi davanti al mercato: coi nostri difetti, i nostri bilanci oggettivamente inguardabili, le nostre ingenuità, senza (ancora) modelli di business sostenibili ma anche senza protezioni, senza soldi pubblici, senza santi in paradiso. Giustamente, ogni errore lo si paga salato. 

Non ne faccio nemmeno un discorso di antagonismo come altri miei colleghi “digitali”. Amo la carta stampata, sono convinto avrà un grande futuro davanti e sarà una bella sfida rinnovarla, ma dovrà essere tutta un’altra carta: meno pagine, più esclusive, grandi storie, grande verticalità di target, grandi approfondimenti, grandi inchieste e reportage lunghi, grandi ritratti, grande distintività, professionalità top, grande autorevolezza, grande eleganza e ottima scrittura.   

Conscio di questa sfida sono arrivato a Linkiesta, passando dalla palude alla giungla, per provare a fare una cosa innovativa, forse pionieristica: una piccola casa editrice digitale capace di produrre long-form che unissero testo, video, animazioni, infografiche e statistiche impacchettati in formato ebook, da vendere su un sito vetrina collegato al giornale.

Poi è successo il terremoto in redazione. Il nucleo storico dei giornalisti fondatori ha deciso di lasciare il giornale. L’azienda mi ha chiesto di prendere in mano il timone, ci ho pensato un po’ e alla fine ho accettato l’incarico con lo spirito del praticante digitale, testa bassa e pedalare. 

Quando lavori nelle corazzate editoriali spesso viene tutto edulcorato, rischi di non farti mai le domande giuste o di non fartele fino in fondo. Ti lasci trasportare, vince l’inerzia. Linkiesta mi ha catapultato direttamente in trincea, dov’è facile prendere musate e sei costretto strada facendo ad imparare in fretta. Provo a mettere in fila le cose che ho imparato in questi 15 mesi: 

Linkiesta ho imparato anzitutto che i discorsi di comodo di chi è rimasto su carta sono essenzialmente degli alibi

A Linkiesta ho imparato anzitutto che i discorsi di comodo di chi è rimasto su carta e ti dice “vedrai, appena riparte la pubblicità, tutto torna come prima” o di chi, approdato su internet, ti dice “vedrai, appena arrivano i ricavi pubblicitari, decolliamo”, sono essenzialmente dei gran alibi. Il problema è che il prodotto che facciamo, su carta e su web, non funziona più (o non funziona ancora) e va rivoluzionato. Bisogna inventare o re-inventare (a seconda dei casi) una forma giornale capace di attrarre audience e nuovi investitori. E bisogna dirselo con franchezza. I numeri dei bilanci hanno una loro fredda oggettività.

A Linkiesta ho imparato che il cambiamento radicale che serve vuol dire tante cose e investe il nostro lavoro a 360 gradi, dal modo in cui trattiamo le cose (formati e linguaggi nuovi) al modo in cui le facciamo (organizzazione/redazione) al modo in cui concepiamo il lavoro stesso che facciamo (il nostro ruolo, le nostre responsabilità, la nostra formula contrattuale). Va rivisto tutto, senza tabù.

Perché il lettore dovrebbe leggerci? E quindi: perché un investitore dovrebbe darci dei soldi? A queste domande preliminari bisogna cominciare a rispondere.

A Linkiesta ho imparato che un giornale digitale per essere innovativo e quindi sostenibile deve avere un cuore tecnologico. La tecnologia non è una commodity o una spesa da comprimere come pensa qualcuno. La tecnologia è il motore immobile di tutto. Ti permette di non fermarti all’esistente, di monitorare al centimetro il tuo business e dunque pianificare e correggere. La tecnologia plasma i contenuti e li veicola tra un pubblico più ampio. Negli Usa gli ultimi progetti nati, la galassia Vox media, The Verge, Quartz, Buzzfeed, il sito di Nate Silver, indipendentemente dal prodotto e dal modello di business che hanno possiedono tutti una cifra tecnologica potentissima. La tecnologia è quasi sempre la prima voce di investimento e statistici, ingegneri, blogger e giornalisti lavorano gomito a gomito.

A Linkiesta ho imparato che non ci sono rendite di posizione che ti porti dietro dalla carta stampata, tutto viene misurato, tracciato. Non esistono firme, non esistono salotti e salottini che ti schermano, non esistono contenuti più contenuti di altri. E, soprattutto, guida il lettore. Sempre.

A Linkiesta ho imparato che non funzionano i giornali di carta proiettati sul web. È stato il vero errore di questa esperienza editoriale: troppi costi fissi sbilanciati sul lato giornalisti. Scrivo il mio pezzo e poi arriveranno magicamente il traffico, la pubblicità e i ricavi. Tutto questo appartiene a una cultura, un linguaggio, un atteggiamento, un’agenda tipici di chi immagina la rete come la prosecuzione della carta con altri mezzi. Non funziona (più) così.

A Linkiesta ho imparato che non esiste più, nella testa e nelle scelte del lettore, il monopolio del testo scritto. Ogni fatto, ogni storia, ogni notizia, ogni approfondimento ha una sua modalità di rappresentazione. I mezzi davvero nativi digitali hanno sviluppato grammatiche nuove, molto diverse tra loro, il cui filo rosso è l’essere radicalmente diverse rispetto a quelle tradizionali, tanto da non definirsi più in funzione del mezzo che usano per raccontare un fatto. Al contrario scelgono il formato da utilizzare (testo scritto, video, infografiche, mappe interattive, schede, timeline, animazioni, gallerie fotografiche) in funzione del fatto che vogliono spiegare. Come dire: giornali che non sono (più) semplici giornali bensì fabbriche di produzione di contenuti che usano ogni mezzo a disposizione. Con una missione ossessiva: fare cose diverse, distintive, utili e non dozzinali per cui il mercato ti può riconoscere un valore aggiunto. 

Contano le competenze, la duttilità e la disponibilità al cambiamento più che gli scatti del contratto nazionale

A Linkiesta ho imparato che i giornali saranno sempre più luoghi di auto-imprenditorialità dove si connettono professioni diverse (giornalisti, data journalist, ingegneri, statistici, blogger, infografici, fotografi, videomaker), dove ognuno è conscio di cosa può estrarre dal proprio lavoro, dove contano le competenze, la duttilità e la disponibilità al cambiamento più che gli scatti del contratto nazionale. Anche qui, sono il lettore e la tecnologia che guidano. Se i formati editoriali si moltiplicano, quel che serve per far funzionare un nuovo giornale digitale sono figure ibride, trasversali, che sanno cercare notizie, raccontare un fatto in un long-form e sintetizzarlo in un tweet o in una gif animata, che sanno montare un video, mostrarsi in video, fare del data journalism, costruire una inchiesta finanziaria o spiegare un evento politico attraverso una infografica interattiva. Il contenuto in questo senso viene dopo, dipende dal taglio che vuoi dare al prodotto che fai.

A Linkiesta ho imparato che non esiste un giornalismo di serie A, di serie B e di serie C ma solo buona e cattiva informazione. Giornalismo digitale (ma non solo) vuol dire: 

1. scovare una notizia e farla capire nel modo più semplice possibile
2. contestualizzare una vicenda, collocarla al posto giusto, allargare la visuale
3. interpretare facendo comprendere i termini della questione 
4. intrattenere perchè il lettore/utente deve considerare il momento informativo come un momento (seppur impegnativo) di intrattenimento.
5. interagire perchè i social network sono un pezzo di costruzione di una community tra utenti ed erogatori di contenuti editoriali.

A Linkiesta ho imparato che non si possono più fare giornali per gli addetti ai lavori, i colleghi o i direttori dei giornali in cui speri di andare a lavorare. Non sono più sostenibili (se mai lo sono stati). I giornali non possono più essere ermetici. Anche le cose alte o complesse vanno raccontate con chiarezza. E noi giornalisti dobbiamo uscire dalla sindrome del retroscenismo. Non possiamo dare più nulla per scontato. Non siamo più gli unici depositari del verbo. Abbiamo perso il monopolio, la tecnologia ha rotto gli argini: dobbiamo scendere dalla torre d’avorio e conquistarci pezzo a pezzo la nostra credibilità, il nostro spazio, i nostri lettori. 

A Linkiesta ho imparato che solo se sei sostenibile sei anche indipendente altrimenti dipenderai sempre dalle tasche e le agende di qualcun altro.

A Linkiesta ho imparato che per fare un giornale davvero nuovo servono azionisti e amministratori capaci ben oltre la passione, i soldi e il tempo che ci mettono, pari solo alla presunzione di essere “imparati”, sapere tutto loro. Il business è difficilissimo e se non ti strutturi con competenze vere è una partita persa...

A Linkiesta ho imparato che per fare un giornale davvero nuovo devi partire dal prodotto e dagli investimenti, non dai costi da comprimere, altrimenti non vai da nessuna parte. 

A Linkiesta ho imparato che non ha più senso fare l’ennesimo “Corrierino della Sera” senza le gambe per generare interessi e traffico sufficientemente ampi per stare in piedi...

Insomma a Linkiesta ho imparato che questo modello di giornale digitale “tradizionale” non ha le chance per farcela sul mercato. Dobbiamo dircelo. Come in tutte le nuove avventure e nei business complicati, ci arrivi sbattendoci la testa. Procedendo per tentativi ed errori. Nessuno ha la verità in tasca, conta molto l’atteggiamento e per un direttore non sarebbe serio né dignitoso trincerarsi dietro il comodo “mal comune mezzo gaudio.” 

In questo senso finora Linkiesta è la storia di un insuccesso. La mia direzione a Linkiesta finora è la storia di un insuccesso. Non fraintendetemi. Non intendo dire che non si stia facendo del buon giornalismo e non si stia provando ad innovare, i lettori ce lo riconoscono tutti i giorni. Dico che è la storia di un insuccesso perchè ad oggi Linkiesta non è un progetto editoriale sostenibile. Per arrivarci servirà molta più radicalità nell’innovazione, nei formati, nei linguaggi, nella tecnologia, nella cultura, nell’organizzazione di chi fa il giornale tutti i giorni, nella lungimiranza degli azionisti e nella competenza degli amministratori.

Coi bilanci che ha non so se Linkiesta avrà la forza di andare avanti e cambiare pelle definitivamente. Le prossime settimane saranno decisive per la continuità aziendale. Naturalmente spero di sì. Quello di cui sono certo però è che il decalogo delle cose che ho imparato in questi mesi e che ho provato ad elencare compongono una sorta di manifesto de Linkiesta 2.0. L’innovazione radicale di formati e linguaggi rappresenta l’unica strada che ritengo percorribile per diventare sostenibili. 

Da quando sono a Linkiesta, la slavina corre molto più veloce di come l’avevo lasciata quando lavoravo sulla carta. Tutto verrà scardinato. Niente sarà più come prima, su carta e su web. Per questo rivendico questi mesi di trincea: un servizio militare permanente dove sto imparando come mai prima e che mi fa dire no, non mi sono pentito della scelta di mollare La Stampa... 

 

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