La pratica del negro sacrificale

Il linciaggio mediatico di Balotelli, figlio di una nazione incapace di concepire Swag e arrosticini

Mario Balotelli Linciaggio
26 Giugno Giu 2014 1115 26 giugno 2014 26 Giugno 2014 - 11:15
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Prima di tutto una piccola deviazione dal sentiero del giornalismo nostrano, è infatti necessaria una breve ricostruzione dei fatti. Perdonate la maleducazione.

Italia-Uruguay, primo tempo. L’Italia tiene palla pressoché sempre, pur senza combinare niente di rilevante. Balotelli fa un po’ di sponde, viene buttato a terra diverse volte, non riceve nessuna palla utile. Con uno scopo che intravede solo lui, salta un metro e mezzo e infila i tacchetti nella spalla di un avversario. Ammonito. Minchiata, ma insomma non che sia proprio un dramma tipo De Rossi che dà una gomitata a cazzo di cane e si fa sbattere fuori per quattro giornate.

Quattro giornate di squalifica per una gomitata in faccia?
Maturità calcistica del campione

Pirlo sbaglia molti più palloni del solito, Immobile è inesistente, Verratti fa una serie di numeri sulla linea di difesa che gelano il sangue a mezza Italia ma gli dice bene, gli altri sostanzialmente non pervenuti. L’Uruguay sembra quello che è: una squadra modesta, l’Italia una squadra un po’ meno modesta e tuttavia in controllo della partita.

Secondo tempo. Balotelli non c’è più, chissà cos’è successo nello spogliatoio a saldo controllo geriatrico dell’Italia ma sta di fatto che senza di lui la nazionale sparisce dal campo. Poi l’arbitro si inventa senza motivo l’espulsione di Marchisio, rimaniamo ingiustamente in dieci, prendiamo gol, perdiamo, siamo eliminati dai mondiali.

Sei lì che aspetti di sentire il rumore di vesti strappate e commentatori che chiedono il cuore su una picca di tutti i dirigenti della federazione, Abete che corre a dipingere di sangue la porta delle casa del suo primogenito per salvarlo dalla piaga che sta per generarsi inarrestabile. Il popolo di calciomaniaci risvegliatosi dentro lo stesso incubo del 2002, defraudato in mondo visione come una squadretta qualsiasi, non come la seconda nazione sul pianeta per numero di coppe vinte, chiederà giustizia.

E invece nel club dei lord dove sembra essersi trasferita l’opinione pubblica italiana, prendersela con l’arbitro sembra all’improvviso incredibilmente inelegante.

« Well, diciamo che ce la siamo meritata questa sconfitta, non possiamo prendercela con l’arbitro, non sarebbe sportivo»
«Oh oh , vecchio mio, certo che no, non sarebbe affatto un comportamento da italiani, siamo noti nel mondo per accettare il verdetto del campo in qualsiasi modo esso sia stato ottenuto. Contegno vecchio mio, contegno, ne va del nostro buon nome»
«Puoi dirlo forte vecchia canaglia, dell’altro brandy?»
«Volentieri, ma poi dovremmo anche pensare a trovare il negro sacrificale»
«Temo, in effetti, che sia necessario, che ne diresti di questo?»

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(Esemplare di negro sacrificale con Ferrari. Si noti che l’auto rende la sua figura o “figurina” (cit.) il 75% più infiammabile in occasione di roghi pubblici. Poiché il popolo non solo non è negro ma tiene la 500L a rate e la 500L a rate sotto sotto non ci piace a nessuno)

Con evidente sfregio del fatto che Balotelli quando abbiamo preso il gol dall’Uruguay non era nemmeno in campo, la coscienza nazionale individua come un sol uomo il capro espiatorio perfetto: lui.

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(mo’ te lo spiego)

Allargando lo sguardo all’intero mondiale non è che il torneo di Balotelli sia stato più scandaloso di quello dei suoi compagni: un gol contro l’Inghilterra, due occasioni sprecate contro il Costa Rica, nessuna palla utile contro l’Uruguay. Un colpevole come gli altri, criticabile, certo, ma sempre meglio di Immobile, tanto per dirne uno.

Così mentre il fantoccio del negro sacrificale prende fuoco fra i borbottii della folla che sembra in questo modo trovare un senso alla sconfitta, sfoglio incredulo le pagine dei giornali, scivolando come un pinguino stupito sulla dura calotta ghiacciata della cattiva coscienza nazionale.

Per tutti gli altri giocatori, anche là dove ci sono parole dure, c’è lo sforzo di dotare il giudizio di un senso più ampio, ricordare, pur nella severità che la circostanza impone, anche i problemi che l’essere umano può incontrare sul campo da calcio come nella vita.

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(da corriere.it)

Immobile, pover’uomo, sente l’esordio mondiale. Ha dei sentimenti, anche se ha giocato da pippa. Poi c’è il cattivo, l’inumano, Egli non solo ha giocato male (ci sta) ma non ha sentimenti, solo colpe ed è da “prendere a sberle” in un accesso di paternalismo isterico, di smodata arroganza (quella che poi imputano a Balotelli) e quanto mai rivelatore.

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«Indolente, irritante, inutile» peraltro è esattamente quello che ho pensato delle pagelle del Corriere. Sul mondo a parte di Twitter e Facebook nel frattempo impazzano i fotomontaggi anti-balotelli, usando la stessa foto di quando, durante gli europei, era diventato una divinità d’ebano per gli italiani.

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Tutto viene ripreso in maniera univoca dai media che montano la polemica sotto forma di vox populi. A nessuno suona un campanello d’allarme, nonostante il fatto che il doppio uso della foto dovrebbe far scattare un momento di autocoscienza del trasformismo.

Ma no, non c’è speranza: l’italiano è sul carro del vincitore e poi Hop giù dal carro dello sconfitto. Ginnicamente perfetto e in questo, certo, campione del mondo indiscusso.

Era figo essere vincenti e progressisticamente rappresentati da uno nero, ma in caso di sconfitta si può tornare tranquillamente a essere quel rassicurante popolo di razzisti che si pensano ontologicamente buoni e compagnoni salvo poi tendere, in tutte le cose, alla ricerca del negro sacrificale così come la mela di Newton tendeva verso il terreno.

Ma Balotelli è la merda. Mica l’italiano.

Tuttavia questo succede anche per motivi che vanno oltre la naturale tendenza della nostra schiatta alla piaggeria e alla uguale e contraria ferocia nell’abbandono, e io, ovviamente, ho una teoria al riguardo.

Lo Swag contro gli arrosticini

Innanzitutto è necessario pensare all’ambiente dove si muove Balotelli: l’Italia, Paese noto ai più per essere l’antitesi della meritocrazia, fatto di comitati d’affari, clan, sorrisi falsi, sepolcri imbiancati e gente sempre pronta ad accoltellarti alle spalle per evitare il rischio che sia tua a farlo per primo. E questi sono i suoi lati migliori, come avrebbe detto Luttazzi.

Il calcio è la psicosi collettiva di questo Paese, il che significa che nel suo perimetro tutti i mali generali sono moltiplicati per mille. Solo per fare alcuni esempi di trasparenza e onestà, in serie A non esiste ufficialmente alcun giocatore gay, il miglior commentatore sportivo italiano, Federico Buffa, ha deciso di allontanarsi da un campionato dove si fa politica molto più che sport (lasciandoci nella mani di un analista del calibro di Mazzocchi), uno degli agenti più importanti era il figlio del c.t della nazionale, gli ultrà dettano legge, i presidenti sono spesso personaggi poco trasparenti in cerca di legittimazione.

In questo scenario il giocatore sogno proibito di presidenti allenatori e giornalisti dei grandi media è uno come Verratti. Piedi buoni, una scarsa propensione a parlare italiano, ma parecchia umiltà di paese al sapore di arrosticino.

Una solida certezza per gli addetti ai lavori e per i tifosi, che si concepiscono come i veri padroni del gioco.

Corri, taci fino all’età di trent’anni, sali la scala e poi finalmente spadroneggia quando diventi legibus solutus. Il calcio italiano è talmente conchiuso nella congiura del silenzio, necessaria a preservare i suoi scheletri nell’armadio, che necessita questo tipo di atteggiamento.

I giovani devono stare zitti e prendere le loro occasioni se capitano, poi magari fare “sì, sì” con la testa quando qualche solone dice a quattro colonne che la nazionale soffre il fatto che i giovani in campionato non hanno spazio e non c’è ricambio.

In passato personaggi come Zeman o Fabrizio Miccoli hanno provato in modi diversi ad alzare la testa e sono stati severamente castigati. Alla fine avevano ragione loro ma ormai era andata. Non so se l’avete già sentita questa.

Ovviamente qualsiasi sistema conosce prima o poi delle eccezioni di entità tale che anche con tutta la cattiva volontà del mondo non si possono ignorare. Nel caso dell’Italia, l’anomalia è un ragazzo di cui si parla da quando aveva a 17 anni e a 23 anni è stato investito di responsabilità che un giocatore normale ottiene, se è un campione, molto più tardi.

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(the chosen one)

Problema: il ragazzo sa di essere più forte degli altri, consapevolezza che si articola su due aspetti, unici nel contesto italiano:

1. È nero, è cioè afro italiano e il suo universo di riferimento culturale sono gli afroamericani. Comprensibile, il mondo è pieno di grassi bambini bianchi dei sobborghi che sognano di essere Rick Ross, e Balotelli, un calciatore nero milionario, ha qualche titolo in più per ambire alla stessa cultura di riferimento... Un universo ideologico che non le manda a dire e non ha mai fatto mistero della ricchezza, né dello stile. In una parola Balotelli ha lo SWAG, cosa che il tifoso che vuole il calciatore-arrosticino manco sa di che cazzo si sta parlando, perché fondamentalmente vive nel 1963.

    2. È incredibilmente giovane.

    Ora:

    l’Italia è il Paese del “si fa ma non si dice”, regola che da aurea diventa di platino quando si parla di calcio. Quindi: scopa chi vuoi, pippa, fai tutte le cazzate che ti senti di fare, ma lascia stare chi conta veramente e se ti beccano, dì che ti dispiace un sacco che quello che conta è dio, la famiglia e un governo che garantisca stabilità per gli investimenti.

    Balotelli, scioccamente, è uno che queste cose non le fa, ma ritiene che i suoi peccati molto più veniali, non siano qualcosa di cui vergognarsi. È appariscente, sfrontato, sincero.

    Il sistema calcistico, di fronte alla sua scarsa propensione ai compromessi di comodo reagisce per altro con compostezza

    (un campione dello sport dà a un piantagrane quello che si merita)

    Per dirla alla Ellroy:

    Balotelli alle volte dice quello che pensa. Balotelli non rispetta la gerarchia. Balotelli è l’anomalia. Balotelli deve finire male.

    Gli è bastato non piegare la testa tutte le volte che le circostanze lo richiedevano per diventare l’appestato, il ribelle, i media gli hanno costruito sopra la nomea di matto, inaffidabile, testa calda. Qualsiasi cosa faccia è una notizia.

    Balotelli ha una Ferrari=notizia

    Giocatore x ha una Lamborghini = ordine naturale dell’universo. Vuoi un arrosticino?

    Se poi vai a vedere cosa ha fatto veramente, le cose più clamorose sono aver dato fuoco al bagno di casa con dei petardi e avere risposto « I’m rich» ai poliziotti inglesi che gli chiedevano perché aveva 5mila euro cash nell’auto. Domanda che faccio fatica a credere avrebbero fatto a uno studente di Eaton. Anzi, faccio fatica a credere che lo avrebbero proprio fermato.

    E in ogni caso: fanculo, Balotelli è ricco.

    Swag!

    Ora, considerata l’età e i soldi che ha, questi non sono nemmeno peccati. Avessi avuto io il suo cash a vent’anni avrei probabilmente comprato uno yacht solo per vedere da che lato entrava l’acqua quando lo colavo a picco, mi sarei fatto mandare un C-130 di erba dall’Albania per ogni after della domenica mattina e non avrei mangiato che pizza servita da maggiordomi viennesi albini. E buona parte della mia generazione si sarebbe inventata qualcosa del genere, anche se non tutti sarebbero disposti ad ammetterlo.

    Balotelli non è un bad boy, è un bambinone buono e milionario che gioca a fare il truce e viene stalkerato con costanza dai giornalisti italiani che in realtà sono molto più cattivi e spietati di lui e lo vorrebbero vedere in galera solo per far orgasmare la barra destra dei loro siti.

    La psicologia delle folle

    A questo punto sarebbe anche necessario chiedersi perché Balotelli non sia percepito da tanti italiani come una specie di George Best dei nostri tempi. Genio e sregolatezza non sono proprio brutte merci da spendere sul mercato.

    Credo che i motivi siano fondamentalmente due:

    1. Come detto, Balotelli pur essendo italiano a tutti gli effetti afferisce a una cultura diversa da quella della maggior parte degli italiani, soprattutto di quelli sopra i 50, che sono la fascia più dichiaratamente razzista della popolazione. Nel rito nazionalista del calcio, stigmatizzato molto bene attraverso le frasi di Borges sul New Republic si scatenano forze enormi, forze che implicano il riconoscimento del gruppo, la divisione del mondo in clan. Una figura ibrida come quella di Balotelli, è tollerata finché contribuisce in maniera decisiva alla vittoria. Altrimenti diventa rapidamente L“altro”, l’infiltrato, il capro espiatorio perfetto.

    2. I media, nella loro sete di click, polemiche gratuite, surrogati del giornalismo rovinano la vita di Balotelli da quando era poco più di un ragazzino. Fanno di tutto per dipingerlo come un personaggio negativo, un poco di buono, un uomo nero.

    Nel dibattito coi compagni, allenatori, giornalisti, Balotelli ha sempre torto, in partenza. È un condannato naturale. Per riuscirci va bene tutto.

    Un esempio:

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    Ma subito sotto:

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    quindi l’articolo smentisce il pezzo.

    Burn baby burn!

    Il bravo negro

    Tutta la vicenda Balotelli inoltre assume un tono cupo e greve per il fatto che è innervata da una dose Mississippi di razzismo. Il fatto è che Balotelli è molto probabilmente l’unico milionario nero italiano e a buona parte del Paese gli rode il culo.

    Molto semplicemente, alla faccia degli Italiani brava gente. C’è una fiamma in fondo allo sguardo di tante persone quando vedono le foto di Balotelli con le Ferrari, le modelle, e le catene d’oro che pensa “tutto questo non è giusto. È un negro in Italia e i negri a casa mia non possono avere più soldi di me”.

    Balotelli Deal With It

    Non che tutte le critiche a Balotelli abbiano questa radice ovviamente, ma ogni accanimento ossessivo, ogni fastidio fuori dalla misura, ogni sibilo di cattiveria gratuita che esce nei discorsi, nei commenti e negli articoli alla fine della fiera si abbevera alla fonte dell’odio razziale e dell’invidia.

    Il coro “non esistono negri italiani” comporta di conseguenza la negazione di una cittadinanza che sola può essere pre-condizione della ricchezza.

    Poi c’è un secondo livello, più subdolo, più strisciante. Quello cioè di chi non tollera tanto il fatto che Balotelli sia nero, quanto che non sia un bravo negro, modesto silenzioso, lavoratore, e umile come tutti i bravi negri dovrebbero essere. Se un eterno rampollo come Lapo Elkann combina guai è una cosa normale, ma se Balotelli ne combina una grave un decimo è un arrogante. È del colore sbagliato per essere ricco e fare quello che gli pare.

    Al terzo livello c’è il fatto che persino la sinistra italiana fa fatica a schierarsi con un nero se è ricco, per il semplice fatto che il denaro, anche quando uno se l’è guadagnato solo con il proprio lavoro, senza sfruttare nessuno, è sempre fonte di sospetto, specie, per dirla con delle parole che se ricordo bene erano di Rosa Luxemburg, se è un tamarro a cui piace la figa.

    Al quarto e ultimo livello c’è chi pensa che forse tutta questa situazione ha effettivamente degli elementi di ingiustizia ma tutto sommato contuttoquellocheguadagnanoicalciatori Balotelli può anche sopportare questo ed altro.

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    Censura Bestemmia

    (cose così)

    Non lo so, sinceramente il denaro, quando è guadagnato onestamente, e tutto si può dire di Balotelli tranne che l’abbia rubato, non forma una barriera insormontabile per la mia empatia.

    La stessa di cui, con ogni evidenza, Balotelli non trova traccia negli italiani se deve inventarsi improbabili solidarietà pan-africane. Forse questa è la sconfitta più grande, oltre alla malafede cinica di media che per un click in più monterebbero qualsiasi polemica senza riguardo per nessuno, tantomeno per i fatti.

    La vera notizia è che siamo diventati, in maniera che ormai sembra scontata e irreversibile, un popolo dominato dall’odio, dalla sublimazione rabbiosa e sproporzionata, incapace di provare un minimo di solidarietà per i giovani protagonisti di quello che, anche se molto ben pagato, è pur sempre un gioco, non la fine del mondo.

    Nel frattempo l’effige del negro sacrificale brucia e il capitano della squadra, forte del suo potere, accusa come mai dovrebbe fare un vero capitano, perché si vince e si perde insieme sempre, e in questo caso specifico, individuare responsabilità maggiori in Balotelli altro non è che una sospetta reazione corporativa non giustificata dai fatti. Due parole sull’arbitro, ad esempio, andrebbero dette nelle sedi di competenza, anche se è pur vero che questa squadra i mondiali non li avrebbe mai potuti vincere, il livello era quello che era complessivamente. Qualcuno evidentemente ha la coda di paglia e alimenta il meccanismo del negro sacrificale.

    È molto probabile che un giorno che oggi appare abbastanza lontano, un giocatore della nazionale nero, sarà percepito esattamente come tutti gli altri, anzi realisticamente ne avremo più di uno in squadra. Avremo Swag e arrosticini e a tutti sembrerà la più naturale delle cose.

    Quando arriverà quel giorno mi piace pensare che a Balotelli sarà riconosciuto un ruolo di pioniere dell’antirazzismo nel calcio, e che se alla celebrazione arriverà con un visone bianco e le cuffie, sarà una cosa talmente normale che nella barra di destra ci finirà qualcos’altro.

     

     

     


     
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